Da Verdun (Francia)

“Mi càpita ogni giorno”. Michel Thouvenin incrocia le braccia e accenna col capo al campo di orzo alla propria sinistra.

“Quando passo con il trattore, il vomere dell’aratro dissotterra continuamente bombe della Grande Guerra: granate, bombe chimiche, calibri piccoli e medi. Non passa settimana che non ne trovi qualcuno”.

Con i suoi 64 anni e l’aspetto inoffensivo di chi ha passato la propria vita ad coltivare cavoli e patate, Thouvenin non è certo il genere d’uomo che ci si aspetterebbe di vedere intento a trafficare con armi vietate da tutte le convenzioni internazionali. Eppure la sorte ha voluto che i suoi campi sorgessero proprio sulle colline dove cent’anni fa si combatterono alcune delle battaglie più cruente del Primo conflitto mondiale. E dove ancora oggi i residui bellici di quell’epoca continuano a rappresentare una minaccia mortale.

AVerdun furono sparati 60 milioni di colpi. Molti sono ancora nel bosco inesplosi

Ma è su tutti 700 km di fronte occidentale, dalle spiagge della Manica alla frontiera svizzera, che fra le trincee tedesche e quelle anglo-francesi bocche da fuoco di ogni calibro vomitarono esplosivi e sostanze tossiche sulle postazioni nemiche. Durante il primo conflitto di massa della storia le armi chimiche non erano ancora state vietate e milioni di uomini caddero così vittime dei gas tossici. Ma le tracce di quel macello non sono ancora svanite, come ben sanno i contadini della regione.

“Non è raro che i cani dei cacciatori si infilino nelle buche e non risalgano mai più in superficie, uccisi dai vapori velenosi che ancora sono intrappolati nel sottosuolo – racconta Thouvenin – E nelle zone contaminate non riesco a coltivare nemmeno una spiga di grano: il suolo è morto, non ci si può far crescere più nulla.”

 

Dopo l’armistizio del 1918, il governo francese acquistò alcune delle aree in cui i combattimenti erano stati più cruenti e diede il via a una vasta opera di bonifica del terreno, cosparso di cadaveri e di milioni di munizioni esplose e non. Ancora oggi, tuttavia, larghi tratti della campagna nella regione del Grand Est celano nel sottosuolo le vestigia di quell’immane massacro. Il pericolo maggiore è quello rappresentato dalla contaminazione da armi chimiche, che ha portato le autorità transalpine a stabilire diverse “zone rosse” in cui è strettamente proibito l’accesso ai civili. E’ il caso della place-à-gaz di Spincourt, una radura nella foresta dove nel 1928 vennero bruciate 200mila munizioni chimiche: nel 2007 uno studio dell’università di Magonza rilevò nel terreno tassi pericolosamente alti di arsenico, piombo e altri metalli pesanti. Là dove per decenni, a partire dal secondo dopoguerra, i cacciatori e i forestali si erano fermati per consumare la colazione al sacco e riposarsi dopo una giornata di lavoro ora sorge una recinzione innalzata dalle autorità militari ed un cartello con l’avviso minaccioso: “Non avvicinarsi, suolo contaminato”.

Costi e i tempi della bonifica sono proibitivi: dove sorgevano i depositi di munizioni il terreno infiltrato dalle armi chimiche resta contaminato per migliaia di anni, mentre le cartucce esplose sono semplicemente troppe per essere recuperate tutte. Le Monde ha stimato che nella sola Verdun, dove un’area grande quanto Parigi venne completamente distrutta, almeno il 15% dei colpi sparati non è mai esploso.

Vere e proprie bombe che giacciono silenti ben nascoste nella foresta o nei campi e che in molti casi sono ancora potenzialmente letali. Ma per tanti che le ritrovano per caso vi è anche chi va alla ricerca di questi ordigni. A differenza dei “recuperanti” italiani, sui campi di battaglia francesi operano soprattutto collezionisti ed appassionati, che durante il tempo libero battono i boschi palmo a palmo.

Due di loro accettano di incontrarci non lontano dal villaggio di Thiaucourt, nel dipartimento della Meurthe e Moselle. Rifiutano di svelare la propria identità perché la loro passione, per quanto animata da scopi scientifici, è vietata dalla legge.

Camminando sul terreno reso pesante dalla pioggia ottobrina, dissotterrano le bombe riconoscendole ad una ad una come se potessero chiamarle per nome: “I francesi sparavano soprattutto bombe da 75 mm, mentre dei tedeschi troviamo anche armi d’assalto e proiettili di calibro maggiore – racconta il capo della spedizione – Ma la mia passione sono le armi tradizionali che venivano confezionate direttamente nelle trincee in base al materiale che si aveva a disposizione: quelle sono delle vere rarità”.

A raccogliere molte delle donazioni di materiale bellico ritrovato per caso è il museo d’arte militare di Vincey, dove i curatori Pascal Lener e Octave Spinazzè trascorrono il proprio tempo libero catalogando con passione reperti storici di tutte le guerre. “Anche là dove è stato bonificato – spiega Lener – Il terreno continua a restituire armi e manufatti bellici: filo spinato e reticolati. Si stima che durante la guerra del 1914-1918 vennero sparati oltre 1450 milioni di colpi, di cui 60 durante la sola battaglia di Verdun.”

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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