Il Parma, un fiume di storie e di volti
Il torrente Parma. Storie e Immagini

Il Parma, un fiume di storie e di volti

Storie di vita dura e di poesia, di lavoro e stagioni che si avvicendano nelle terre del parmense. Unico denominatore: l’eterno fluire del torrente Parma che, dall’Appennino Tosco-Emiliano, scivola verso il Po portando con sé esistenze, memorie e destini. È un viaggio nel cuore di un territorio in divenire quello raccontato nel libro fotografico “Il torrente Parma. Storie e Immagini” firmato dal fotogiornalista Marco Gualazzini. Da anni impegnato in zone di crisi del continente africano- numerosi i suoi reportage per InsideOver, dal Congo alla Nigeria, dal Sud Sudan alla Somalia- Gualazzini sceglie ora di confrontarsi con la sua terra natale tracciandone un affasciante affresco. 

Possiamo raccontarti di cose che non si vedono più. E forse non esistono più. Alcuni di noi non ne parlano volentieri, perché non hanno mica voglia di pensarci, al tempo che passa. Però se t’interessa la Parma io posso dirti una cosa: che il torrente è bello perché in certi posti, lungo certe strade che conosco bene, se penso ai campi, alle linee degli argini o al colore dell’acqua, insomma, posso dirti che certi posti lungo il torrente rimangono così, come li vedevi da bambino. Sono sempre uguali, come se il tempo non potesse toccarli.

Il foto-racconto “Il torrente Parma” si compone anche di una mostra fotografica, allestita sotto i Portici del Grano di piazza Garibaldi a Parma fino al 2 giugno 2024. L’esposizione, promossa da Bucci Spa, Synergetic Srl, Unsocials, con patrocinio del Comune di Parma, permette ai visitatori di immergersi completamente nell’atmosfera e nelle storie del torrente Parma.

Abito proprio lì dietro, in una casa affacciata sul torrente. Sto al secondo piano, non ho paura degli allagamenti, però l’acqua posso vederla da vicino quando in autunno vuole uscire dagli argini. Il torrente Parma poi è una cosa strana, perché nel resto dell’anno quasi ti dimentichi che c’è da tanto va in secca. Non è come uno di quei grandi fiumi, quelli che puoi sempre sentire correre, e poi c’è la volta che arrivano furiosi e ti avvertono quasi urlando. Per la Parma non è così, lei non urla. Però di notte, quando sai che sta passando e crescerà ancora, quando riconosci quel fruscio di tronchi nel fango, sai di certo che quel suono non è portatore di cose buone. E allora di notte, ad ascoltarlo, fa quasi paura.

Il volume, edito da Dario Cimorelli disponibile in libreria , raccoglie sessantatré scatti accompagnati dai testi della giornalista Mariachiara Illica Magrini. Ispiratore e promotore del progetto Carlo Bucci, presidente di Bucci Spa, che con quest’opera rende omaggio al suo territorio nel trentesimo anniversario di attività. Nel libro vive una profonda connessione tra le immagini di Gualazzini e i testi di Illica Magrini: un ponte narrativo capace di raccontare il torrente Parma attraverso una prospettiva unica e intensamente personale.

Quando i miei genitori se ne sono andati, ho piantato per loro due pioppi alla foce del torrente. Ho scelto un albero semplice, come ne puoi vedere tanti lungo la Parma, perché anche loro erano persone semplici. I pioppi vanno d’accordo con l’acqua e in queste terre si sentono a casa. Li ho piantati proprio sulla riva, dove il torrente si butta nel grande fiume. Sono già diventati alti, sono due begli alberi. Ogni volta che passo da lì mi fermo a guardarli, e loro mi danno forza.

Come spiega Gualazzini:”Questo progetto è stato un viaggio dentro la memoria e l’identità di un luogo che mi è profondamente caro. Ho lavorato cercando di umanizzare il paesaggio, di portare in primo piano le storie di chi vive questa terra. Le immagini sono il palcoscenico su cui si svolgono drammaturgie quotidiane, dove la natura e l’umanità s’incontrano in un dialogo senza tempo”.

D’estate non si andava mica via. Noi eravamo sempre qui, sempre nella Parma, tutti i giorni. E ci restavamo fino a sera.

L’approccio rispecchia una visione mutuata da vent’anni di foto-giornalismo.
La costruzione del racconto è stata la prima grande sfida – ha proseguito -: ogni fotografia doveva appartenere ad un racconto più ampio e questo approccio deriva dal mio retaggio giornalistico in cui la singola immagine non può essere autosufficiente”.

Le castagne si raccoglievano tutte, non ne rimaneva a terra nemmeno una. Le mettevano poi a seccare: accendevano un fuoco che non doveva mai spegnersi per quaranta giorni e quaranta notti. Quello dell’essiccatoio è un fuoco lento, non deve bruciare troppo. Ancora adesso lo copriamo con le bucce dei vecchi raccolti per permettere alle castagne di seccare senza fretta. Una volta le usavano anche come cibo per i maiali, le davano alle mucche, alle galline. Non si buttava via nulla, finiva che si mangiavano solo castagne. Con la farina si faceva la polenta e gli gnocchi, ma anche tagliatelle, pane, frittelle, pattona, castagnaccio. Quando ammazzavano il maiale si facevano salsicce e ciccioli che con la polenta di castagna erano speciali. Si mangiava così un tempo. Ed era tutto più buono. Forse è perché c’era più fame, ma io lo ricordo più buono.

Carlo Bucci, promotore del libro, ricorda la genesi del progetto: “Quando una sera d’estate ho cominciato a pensare a un’idea per celebrare i trent’anni di attività dell’azienda, l’occhio è caduto su alcuni pezzi di radici arrotolate che, raccolte dal greto del torrente, ancora abitano il mio giardino. Allora non ho avuto dubbi: la Parma, il mio torrente, doveva essere l’ispirazione del progetto. Andava costruito qualcosa di unico che fosse in grado di cogliere i ‘pezzi di vita’ cui il torrente ha fatto da sfondo, così come ha accompagnato la mia vita”.

Non conosco esattamente la storia di queste acque. So che è una sorgente calda, sulfurea. E so che da sempre andavamo lì a riempire le bottiglie per bere l’acqua che, dicevano, facesse bene alla pelle. Ricordo quando da bambini giocavamo all’aperto a Corniglio e a fine giornata ci portavano lì a fare la doccia calda. Ci caricavano tutti in macchina e quando arrivavi aspettavi il tuo turno per metterti sotto l’acqua. Ora le vecchie docce sono chiuse, bisogna scendere più in basso, verso il torrente. Per me è un luogo legato all’infanzia, mi ricorda quando ero piccolo, e adesso capita che ci vada con mio figlio. Appena posso lo porto lì, magari andiamo a funghi e poi ci fermiamo a fare la doccia. È come una bella tradizione.

Il libro e la mostra raccontano quell’intima corrispondenza che esiste tra il Torrente e i suoi abitanti. Come spiega Isotta Piazza, che ha firmato la prefazione del libro.

“Ancor prima delle singole storie, dei mille mestieri e delle tante passioni legate al Torrente, questo libro racconta  l’intima corrispondenza tra il carattere della Parma e quello dei suoi abitanti.

Per le api stare vicino all’acqua è molto importante. Qui c’è la Parma e la sua cassa di espansione dove, in certe stagioni, si formano piccole pozze molto utili. All’inizio della primavera, quando facciamo la raccolta per il miele d’acacia, di tiglio o per il millefiori, nel torrente c’è ancora acqua. Le sponde si riempiono di fiori. Per questo uno dei nostri millefiori biologico si chiama La mela ed la Pärma voladóra – Il miele della Parma voladóra. Lo abbiamo dedicato proprio al torrente, con l’etichetta scritta così, nel nostro dialetto parmigiano.

Vivere a stretto contatto di un corso torrentizio che rimane in secca per mesi e mesi, salvo minacciare di straripare i propri argini con un flusso d’acqua divenuto all’improvviso impetuoso e denso di melma, non è come vivere altrove.

La Parma quando viene giù è qualcosa di tremendo. Non ci puoi credere, ha una forza capace di strappare gli argini. In dialetto diciamo la Pärma voladóra, perché all’improvviso sembra che voli da tanto è forte e impetuosa. L’acqua del torrente è così: santa e maledetta insieme. È una cosa che sappiamo da sempre. Lo sappiamo anche in estate, quando tutto secca, al posto della Parma restano solo sassi, e allora di quell’acqua ne hai fin nostalgia.

Proprio come il Torrente che attraversa le strade cittadine, i parmigiani sono per lo più mansueti, eleganti nel vestire e nell’incedere, orgogliosi del loro status di cittadini raffinati. Eppure, se colti sul vivo, in un attimo tracimano le loro pacate abitudini  di sonnacchiosi abitanti di città di provincia.”