RiTrovarsi
Il reportage che state per leggere è tra i vincitori della Newsroom Academy di Daniele Bellocchio Diventa Reporter ora
“Da bambini ci basiamo sulle narrazioni degli adulti, ci affidiamo a loro. Poi, crescendo il bello è poter imparare a rileggere la nostra storia, ma soprattutto riscriverla come la sentiamo più nostra”. Giona è un ragazzo di 22 anni, disabile fin dalla nascita. Lui e sua sorella gemella sono nati prematuri con un parto cesareo d’urgenza. Il secondo giorno dalla nascita, Giona ha avuto un’emorragia cerebrale che ha provocato una diparesi spastica infantile e ha compromesso gli arti inferiori. Ad oggi, riesce a camminare con alcune difficoltà, data l’impossibilità di stendere completamente le gambe e la mancanza di equilibrio; dunque, in spazi privi di sostegni si muove tendenzialmente con una carrozzina manuale. Giona non si è precluso né una vita sociale né la pratica di uno sport.
“Avevo dei momenti in cui non capivo perché proprio io. La stessa domanda che si potrebbe fare è: perché non tu? Effettivamente non c’è una risposta.”
“Mi faceva soffrire non avere un’indipendenza”. Da qualche anno Giona guida una macchina, adatta alle sue necessità, disposta di cambio manuale, freno ed acceleratore vicini al volante. “La mia vita è completamente cambiata. Mi è molto più accessibile tutto. L’accessibilità per i disabili rimane un grave problema. Tante cose da solo non le posso fare, come banalmente entrare in un negozio che abbia un gradino troppo alto. Diciamo che la vera indipendenza è un’altra cosa.”
La storia di Giona non è caratterizzata solo dalla sua disabilità. È una storia di transizione. Nel profondo il suo genere è sempre stato maschile, nonostante l’incoerenza nel manifestarsi. “Pensando a me da piccolo, mi fa quasi sorridere vedere che è stato un periodo in cui mi era chiaro non fossi una bambina.”
Giona racconta che da sempre desidera essere identificato al maschile, nonostante nessun familiare contemplasse l’idea che potesse essere trans. “Mi dicevano che non si poteva, perché io ero una femmina.” Oggi prova soddisfazione nel poter dare ragione a quel bambino a cui era negato essere sé stesso. Giona conserva con affetto questi ricordi, che confermano la realtà dell’identità di genere. Dal 2021 è in terapia ormonale medicalizzata a base di testosterone, ma il suo percorso inizia già dal 2017, quando ha iniziato a prendere consapevolezza e a comprendere il suo disagio interiore. Il primo passo è capire ed accettare di avere un’identità di genere non conforme, dunque diversa da quella assegnata alla nascita. “Il lock-down mi ha costretto a stare con me stesso e con miei pensieri e quindi a maturarli più in fretta di quanto probabilmente avrei fatto nella vita quotidiana.”
La fede cattolica è sempre stata importante per Giona. Lo ha aiutato a percepire il suo corpo non conforme, non come una fatica. “Pensare che ci fosse una dimensione ultraterrena, che avesse scelto questo corpo per me, in qualche modo mi tranquillizzava e lo legittimava in quanto tale”.
Nel momento in cui ha capito di essere una persona trans, la sua fede è passata dall’essere un sostegno all’essere un ostacolo: “fino a quel momento il mio corpo era stato legittimato dalla mia idea che qualcun altro l’avesse scelto. Cambiarlo con terapia ormonale sarebbe stato modificare ciò che per me era stato scelto; dunque, si trattava di andare contro quella che fino ad allora era stata la mia filosofia”.
“In quel momento avrei preferito non credere. Mi sentivo strattonato dalla mia identità di genere, che sapevo essere vera, e dalla fede, che sapevo essere vera anch’essa. La narrazione che avevo sempre avuto era: o sei membro della comunità LGBT o sei una persona di fede”.
Il desiderio di conciliare queste due verità si è avverato con l’incontro del gruppo di giovani cristiani LGBT. La possibilità di essere credente cristiano senza rinunciare alla propria identità è un punto di salvezza e tranquillità. Già negli anni ’80 nasce un gruppo di riflessione sulla fede di persone omosessuali, chiamato Il Guado, inizialmente parte da Milano a livello locale, ma in seguito si diffonde in altre città italiane. Giona spiega che i partecipanti erano prevalentemente adulti tra i 30 e 40 anni, così le persone più giovani hanno deciso di creare una rete nazionale solo giovanile ed intorno al 2015 nasce il Progetto Giovani Cristiani LGBT+ (PGC), dedicato a ragazzi tra i 18 e i 35, che insieme fanno attività mensili dove approfondiscono tematiche d’interesse, svolgono volontariato aiutando i senzatetto e d’estate fanno un pellegrinaggio cambiando annualmente meta così da agevolare i partecipanti da tutta Italia. Giona racconta che una volta al mese viene celebrata una messa a Milano in Via Lecco, nella “gay street”; questo è un modo per far conoscere e manifestare l’unione tra la comunità LGTB+ e la Chiesa.
“Domani uscirà il podcast di Papa Francesco e ci sarai anche tu”.
Un giorno arriva questo messaggio a Giona. Poco prima, aveva inviato un messaggio al pontefice, in cui raccontava la sua esperienza. La risposta ricevuta dal Papa è stata: «Dio è sempre vicino, cammina con noi e ci ama come siamo. Anche nel caso in cui fossimo peccatori». Giona è contento dell’attenzione ottenuta, ma non del messaggio trasmesso. “Si accostano le persone LGBT al peccato, amate anche per questo. Io non voglio dire che queste persone siano perfette, sicuramente sono fallibili come tutti. Il nostro peccato, se così si può chiamare, non sta sicuramente nell’essere persone LGBT, nell’avere un’identità di genere non conforme, nell’amare persone dello stesso genere, ma sta nel fare errori come tutti gli umani”
L’8 agosto 2020, annuncia ai suoi genitori di voler intraprendere le procedure per il cambio di genere. “Vi sto comunicando l’inizio della terapia. Non vi sto chiedendo il permesso, quindi se voi mi sosterrete, sarò contento; altrimenti io lo farò comunque.” Questa determinazione nell’intraprendere un percorso così lungo e impegnativo fa riflettere sulla sofferenza nel dover vivere dentro ad un corpo estraneo. “È una questione di necessità. Non sto scegliendo di intraprendere un percorso difficile per una semplice voglia. È necessario affinché io stia bene. Ho capito che le dinamiche vissute fino ad ora mi hanno fatto fin troppo male.” Dopo la maggiore età è legale procedere con la terapia senza il consenso dei genitori; nonostante ciò, Giona non ha voluto agire segretamente. “Così tolgo il tabù dietro questo fatto. Se sono io il primo a farlo di nascosto, vuol dire che mi sto vergognando di qualcosa. Inoltre, do la possibilità di farmi aiutare in questo percorso.”
La madre scossa dalla notizia, ascolta le rassicurazioni del figlio, che spiega di essere seguito da psicologi e specialisti che gli avrebbero dato l’approvazione a procedere.
Giona, seppur convinto di sentirsi uomo, continua ad essere attratto dal sesso maschile. In un primo istante, il padre considera inutile questo cambiamento: non sarebbe diventare uomo etero, visto che sarebbe stato uomo attratto dagli uomini. Infatti, un errore, che spesso viene commesso, è di confondere l’identità di genere, che risponde alla domanda “chi sono”, con l’orientamento sessuale, ovvero “da chi sono attratto”. Dunque, Giona è un ragazzo transgender omosessuale.
Come spesso accade, il cuore materno di una nonna va oltre ogni schema. E tutto accoglie. E tutto abbraccia. Infatti, il grande sorpresa arriva dal supporto della nonna: “Mi interessa solo che tu stia bene e sia felice. Mi dispiace che, purtroppo, rischi che le persone ti facciano soffrire. Seppur molte di loro potrebbero capire, in realtà non vogliono farlo.” La nonna è un’infermiera; il supporto e l’amore verso il nipote viene dimostrato facendogli le iniezioni di testosterone. Giona è grato per la comprensione ricevuta. “Sono stato molto fortunato. Per alcune persone si trattava di una questione nuova, quindi, hanno fatto domande e osservazioni talvolta inopportune, però posso comprendere. Alcune mie amicizie sono cambiate.”
Parlando con Giona, si notano numerosi tatuaggi. Ciascuno ha un significato. Sul braccio sinistro ha disegnata una balena blu, che simboleggia e spiega la scelta del suo nome. “Data la mia storia di fede, mi è piaciuto rileggere la mia esperienza attraverso quella che è la storia biblica di Giona, un profeta mandato da Dio, che per paura cerca di fuggire e di liberarsi dal compito dato. Per punizione divina viene mangiato da una balena. All’interno di questa, comprende di aver sbagliato, chiede perdono e giura di compiere ciò per cui è stato inviato. Così Dio gli dà una seconda possibilità. Giona spaventato di dover intraprendere un percorso di transizione, ha cercato di ignorare la sua identità, ma vincendo questa paura, Dio gli ha dato la possibilità di essere quello a cui è stato chiamato. Impersonificandosi in un profeta, che ha una missione divulgativa, il ragazzo si assume la responsabilità di essere un esempio e raccontare la sua esperienza. “Le persone trans prima di poter accettare di essere tali devono capire di poter esistere.”
Il tema delle aspettative imposte dall’esterno viene rappresentato in un suo tatuaggio. La parola “rosa” è scritta in blu e la parola “blu” viene scritta in rosa. Scrivendo queste due parole, vuole soffermarsi sugli stereotipi di genere, poiché il blu viene associato ai maschi ed il rosa alle femmine. Inoltre, è un gioco ottico: “quando si legge blu ci si aspetta di vedere blu e leggendo rosa si pensa al colore rosa; invece non è così, si è ciò che si è e non ciò che le altre persone si aspetterebbero. Si può essere rosa scritto in blu e viceversa, non vuol dire essere sbagliato, semplicemente si sta tradendo l’aspettativa che gli altri hanno.”
Oggi Giona è un ragazzo universitario, fidanzato, con molti amici e attivista sui temi LGBT.