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INSHALLAH
INSHALLAH
Questo reportage è tra i vincitori della masterclass in fotografia con Antonio Faccilongo presso The Newsroom Academy
Ceuta, insieme a Gibilterra, è conosciuta come una delle due colonne d’Ercole, che secondo gli antichi greci indicavano il limite del mondo conosciuto: l’estremità oltre cui non era possibile spingersi, perché dominata da pericolo e ignoto. Eppure, all’apparenza sembra una città tranquilla, circondata da spiagge con acqua cristallina, un sole battente per la maggior parte dell’anno e da abitanti felici di avere gli stipendi più alti di tutta Spagna.

I primi giorni a Ceuta, passeggiando tra le strade del centro sempre brulicanti di gente sorridente che fa shopping ed i profumi invitanti delle pasticcerie presenti nella via principale, fanno riflettere: questa è davvero la città con il tasso di disoccupazione più alto d’Europa?
Luglio 2023
Il sole splende tutti i giorni, le nuvole sono solo ricordi lontani, il caldo e l’umidità estrema presente fino a sera obbligano le persone a recarsi in spiaggia per godersi un bagno rinfrescante. Proprio qui, nella più gettonata Playa de la Ribera, verso il tramonto ragazzini dai lineamenti marocchini si avvicinano alla struttura di calisthenics posta nella spiaggia adiacente, chiamata Fuente Caballo. Tra di loro ci sono Hassan e Aissa, che con gentilezza raccontano le loro storie e con preoccupazione parlano del futuro e delle poche prospettive presenti in città.

A Ceuta la percentuale di disoccupazione si aggira attorno al 30%. Su circa 83.000 persone, sono pressappoco 29.000 quelle che possiedono un impiego. Di queste più di un terzo lavorano nel settore pubblico. Hassan e Aissa vivono nel barrio Principe Alfonso, conosciuto come uno dei quartieri più pericolosi d’Europa, posizionato su una collina a pochi passi dalla frontiera marocchina e formato da case tutte colorate che ricordano le favelas brasiliane.

Nel quartiere ci sono circa 20.000 persone, tutti musulmani e tra di loro parlano il “darija”, un dialetto arabo presente in Marocco. Hassan ha 19 anni, sogna di fare il personal trainer, spera di rimanere a Ceuta tutta la vita, ma per ora non vede prospettive in questa città. Abita nel bel mezzo del barrio, dalla terrazza della casa della sua famiglia si possono ascoltare i romantici richiami alla preghiera dei molteplici minareti presenti nel quartiere e vedere le persone sorseggiare the moruno, un tipico the alla menta marocchino, godendosi il tramonto. I residenti si conoscono tutti, infatti chi non ci abita e si trova nei dintorni, viene notato e notificato subito.

Aissa ha 22 anni, studia ingegneria informatica all’Università di Granada a Ceuta e spera un giorno di progettare qualcosa per migliorare la situazione economica della sua città, in modo da viverci per sempre. I giovani del Principe Alfonso spesso non possono accedere nemmeno ai sussidi dello Stato, perché le unità abitative “abusive” fioccano in strutture considerate unitarie, anche quando sono composte da più appartamenti. Basta un padre o un fratello che abbia un reddito per far saltare le graduatorie: il nucleo familiare viene considerato lo stesso.
Ottobre 2023
Nell’aria ancora estiva, ma accolta finalmente da un desiderato vento, riecheggiano spari di pistola provenienti dal barrio Principe Alfonso. Il quartiere ha una storia complessa e un presente assai problematico: negli ultimi venti anni è passato da guerre fra narcotrafficanti a una fase di radicalizzazione islamica e legami col jihadismo. Il problema odierno è la criminalità giovanile, meno organizzata ma altrettanto pericolosa: ci sono sparatorie quasi ogni settimana.
Nella via più pericolosa del barrio vive Mariam con la sua famiglia. Lei ha 20 anni, sogna di diventare una professoressa d’inglese ed avere una famiglia tutta sua a Ceuta.

Nel quartiere c’è una scuola primaria, le secondarie sono a cinque chilometri di distanza. Il tasso di abbandono scolastico prima della fine del ciclo della scuola dell’obbligo si aggira intorno al 24% a Ceuta, ma all’interno del barrio Principe Alfonso supera il 56%. Mariam è determinata a raggiungere il suo obiettivo e spera che questo si realizzi a Ceuta, dove i professori più prestigiosi della città sono però tutti uomini.

Nel pomeriggio, uscendo dal quartiere in direzione centro città, è possibile ascoltare le grida di bambini dentro ai campetti di calcio. I ragazzi per giocare preferiscono spostarsi parecchio, perché impauriti dalla criminalità. Durante una partita agguerrita di calcetto, a dirigere una squadra c’è Hadil, che con tenacia cerca di motivare i suoi giocatori.

Lui ha 22 anni, vive nel barrio Principe Alfonso e sogna di diventare un allenatore di calcio professionista. Il verde intenso della sua camera da letto ed i trofei vinti, rendono l’idea della speranza immensa che regna in questo ragazzo. L’anello con la corona del Principe e la pistola, invece, ricordano la pericolosità del quartiere; infatti, quasi tutti i residenti sono in possesso di armi. Hadil sa che per raggiungere i suoi obiettivi dovrà lasciare la città, ma spera che in futuro si trovino progetti per far diventare Ceuta una città turistica, tranquilla e piena di opportunità lavorative.

Gennaio 2024
L’inverno sembra non esistere a Ceuta, ma solo per quanto riguarda le temperature. Gli abitanti del barrio Principe Alfonso convivono con la consapevolezza di essere considerati dai propri compaesani e da tutta Spagna gente pericolosa, povera e disposta a tutto per sopravvivere.

Provano una sensazione di esclusione sociale fin da piccoli, quando chiedono in regalo giocattoli per sognare di vivere come gli altri bambini della città che non vogliono giocare con loro. Mentre da ragazzi si comprano vestiti firmati contraffatti per far credere di poterseli permettere ed essere accettati dalla società.

Dopo quasi tre mesi passati a Ceuta è normale sentirsi come gli abitanti del barrio Principe Alfonso, con questa sensazione di sospensione, di attesa, incastrati in un quartiere senza via d’uscita. Sono spagnoli, europei, in Marocco, ma non sentono di avere gli stessi diritti di nessuno dei paesi; quindi, si trovano ad essere quasi senza nazionalità.