Da Samurai
a cittadini digitali
Testo, foto e video di Manuele Avilloni

Cyberbullismo e aggressioni digitali

Questo reportage è tra i vincitori del corso di reportage della Newsroom Academy tenuto da Daniele Bellocchio.

 

“Le aggressioni del mondo digitale sono una trasposizione di quelle del mondo fisico”. É con questa frase che Claudio Canavese, ideatore del progetto “Zanshin Tech” mi ha introdotto nella disciplina di contrasto alle aggressioni nel mondo digitale. Se nel mondo fisico le arti marziali studiano da secoli il conflitto, allora è naturale esista anche nel mondo digitale una disciplina in grado di opporsi alle tante forme di violenza.

 

Prendiamo il caso di Beatrice. Un paio di anni fa, all’età di soli 14 anni, viene avvicinata sui social da un ragazzo di 16, biondo, carino, che fa il simpatico e che cerca di sedurla. Insomma, vuole conoscerla. Beatrice non è una sprovveduta: da qualche tempo pratica lo “Zanshin Tech”, è un braccialetto arancione, sa che ogni contatto online va verificato, quindi inizia a studiare la persona, a verificare il suo profilo, non è convinta che sia chi dice di essere. Decide allora di spostarsi di piattaforma, su WhatsApp, sapendo che il suo aggressore la seguirà fornendo così il suo numero di telefono. Ha imparato alcune tecniche di indagine ed è in grado di risalire alla vera identità della persona con cui sta parlando: non un sedicenne di Torino, bensì un venticinquenne, estremamente violento e aggressivo, iscritto a decine di siti per adulti, con un profilo inquietante su Facebook. Tradotto un adulto che cerca di adescare una minorenne fingendosi un ragazzo poco più grande.

Beatrice chiama allora i Maestri di “Zanshin Tech” che ripetono le indagini e confermano quanto trovato. Il momento più difficile arriva dopo. Con buona dose di coraggio Beatrice interagisce con l’uomo che si cela dietro il profilo fake, lo chiama per nome, gli comunica che sa chi è e lo invita ad allontanarsi. L’uomo, ormai scoperto, disattiva la chat, il profilo e prova a scomparire. Almeno finché le forze dell’ordine, allertate dagli insegnanti di Beatrice, non lo scoveranno.

Beatrice è stata fortunata. Conosceva lo Zanshin Tech e sapeva come comportarsi. Ma quanti ragazzi non possono ancora godere di questa rete di protezione? Già nel 2014 i dati ISTAT segnalavano che più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni avevano subito, nell’anno precedente, episodi offensivi, non rispettosi e/o violenti da parte di altri ragazzi o ragazze. Nel periodo delle restrizioni legate alla pandemia, gli episodi di Cyberbullismo si sono più che triplicati. Gli insegnanti dello Zanshin Tech ci raccontano che nel 2020 “hanno visto un aumento di quasi il 2000% nelle richieste di aiuto”: con il lockdown “le persone hanno spostato la loro vita online” e di conseguenza sono aumentati i fenomeni di truffe, adescamenti, minacce e cyberbullismo. Non è un caso se negli ultimi due anni si sono anche moltiplicate le richieste di aiuto di famiglie che chiedono venga loro insegnata competenza digitale. Solo poche realtà scolastiche che già avevano sposato iniziative in grado di contrastare il fenomeno crescente sono infatti riuscite a monitorare la non facile situazione emergente. Le più recenti statistiche delle Nazioni Unite segnalano che nel mondo, almeno 1 studente su 3, ha vissuto esperienze di bullismo e/o cyberbullismo.

In Italia esistono tuttavia realtà virtuose che, attraverso i principi delle arti marziali, insegnano ai più giovani la consapevolezza dell’Io digitale. Lo Zanshin Tech è una di queste: si tratta di una disciplina che insegna delle tecniche da utilizzare nei casi di aggressione.

Un concetto fondamentale delle Arti Marziali è il “fermare le armi”, principio spesso sottovalutato a discapito del loro lato più coreografico. A spiegarlo è il Maestro Maurizio Germano, tra i più esperti, in Italia ed Europa, di Arti marziali Giapponesi, nonché divulgatore dello Zanshin Tech: lui e gli istruttori della sua scuola sono infatti impegnati a portare in varie scuole d’Italia metodi efficaci per contrastare i fenomeni di bullismo e cyberbullismo. Zanshin Tech deriva dall’unione del termine Giapponese Zanshin (“lo spirito del gesto”) e Tech legato alle tecnologie. La disciplina insegna ai propri studenti il giusto equilibrio tra mondo fisico e mondo digitale, ad acquisire consapevolezza, ad imparare a gestire le paure anche quando subiscono una “aggressione”, a non sentirsi vittime ma bersagli e come tali, imparare a reagire, nonostante le difficoltà. Gli allievi, attirati dall’universo delle arti marziali imparano a riconoscere e a rispettare le regole del vivere in armonia, con rispetto, rinsaldando i legami di fiducia con insegnanti, istruttori e genitori.

Alcune scuole, per intervenire efficacemente sulle dinamiche dello sviluppo dei loro allievi ed aiutare le famiglie, hanno iniziato ad attuare percorsi in grado di abbattere le barriere che rimarcano questi confini. Basta seguire gli istruttori dell’ASD APS Il Ponte del Maestro Germano all’interno di alcuni Istituti di Roma per comprendere come operano nel contesto scolastico, interagendo con gli insegnanti e con i tanti allievi, dai più piccoli della scuola primaria, ai ragazzi delle superiori. La Dirigente scolastica, Daniela Marziali, ci racconta che “sono ormai cinque anni che è stata introdotta, nei suoi istituti, la disciplina dello Zanshin Tech e le attività di contrasto al bullismo e cyberbullismo”. Gli istituti si trovano in quartieri difficili della capitale e la scuola si ritrova a svolgere “un ruolo che va al di là della formazione e istruzione, svolge un ruolo di educazione e di sostegno alle famiglie”. Ed è proprio nell’ambito di queste discipline che i genitori “apprezzano i momenti di confronto riguardanti il mondo digitale”. Grazie a questo lavoro, i ragazzi hanno “più fiducia e coraggio nel denunciare episodi di bullismo e cyberbullismo”.

Nelle discipline marziali, ad esempio, viene spesso spiegato di mettere “il vuoto dove l’altra persona aspetta il pieno”. Trasportato nella realtà virtuale, questo si traduce nella “tecnica dell’azzeramento”: una strategia apparentemente scontata che consiste nel non rispondere all’aggressore senza tuttavia bloccarlo nelle chat, evitando così di alimentarlo. Ilaria a 15 anni, per oltre tre mesi, ininterrottamente, più volte al giorno, ha ricevuto minacce da una coetanea perché in competizione per le attenzioni di un ragazzo della loro età. Dopo aver trascorso momenti molto difficili, la ragazza si è rivolta ad uno degli istruttori di Zanshin Tech, hanno analizzato la situazione ed insieme hanno stabilito che il modo migliore per fermare l’aggressore fosse proprio l’azzeramento. Ilaria ha quindi smesso di rispondere, senza bloccare il contatto del suo aggressore “ha messo il vuoto dove l’altra persona aspetta il pieno” e “dopo tre mesi di aggressione, con sole due settimane di azzeramento, l’aggressione è terminata”.

Un’altra delle tante competenze che gli studenti dello Zanshin Tech imparano è quella della geolocalizzazione di un punto, a partire da una semplice fotografia. L’intento è quello di fornire un duplice insegnamento, dare valore a ciò che, ormai abitudinariamente, condividono attraverso gli smartphone, come le informazioni sensibili contenute in una semplice foto, nonché dare importanza ai contenuti condivisi da un altro utente. Uno degli aspetti più interessanti del percorso è proprio l’attenzione ed il rispetto che gli studenti pongono nel maneggiare dati, contenuti e preferenze condivisi da altri utenti.

Oggi conosciamo i mille lati bui del non corretto utilizzo dei contenuti digitali di altri utenti, dal revenge porn (diffusione non consensuale di immagini intime) al deepfake (tecnica usata per creare falsi video con i volti modificati), alla diffusione di dati privati con l’intento di bullizzare. Questo percorso insegna ai ragazzi che ciò che viene loro affidato nel mondo digitale non è astratto, ma è qualcosa di reale e importante, degno della loro massima attenzione, va maneggiato con rispetto. Le attività che vengono svolte dalla disciplina, ovviamente, non riguardano solo il virtuale: il lavoro svolto con l’aiuto dall’ASD APS Il Ponte, coinvolge anche la dimensione reale, con attività fisiche che trasferiscono i medesimi principi ai ragazzi. Ne è un esempio la storia che ci racconta Angela, insegnante di sostegno della scuola primaria che parla della trasformazione che ha monitorato all’interno della classe, dove segue un bambino ipovedente. “I bambini – ci racconta -hanno imparato a vedere con gli occhi del bambino non vedente, si sono immedesimati nel loro compagno di scuola, hanno sperimentato le stesse difficoltà in attività ad occhi chiusi ed infine si sono messi al suo servizio”.

Testo, foto e video di Manuele Avilloni