A che gioco giochiamo?
Testo di Teresa Bernabe

A che gioco giochiamo?

Questo reportage è tra i vincitori del corso di reportage della Newsroom Academy tenuto da Daniele Bellocchio.

È il secondo sport di squadra più praticato al mondo. Accorcia le distanze culturali e smonta i preconcetti dell’immaginario collettivo. Eppure resta invisibile e giudicato minore tra gli sport minori. Il cricket è “un gioco e una disciplina sportiva” che in Italia, se non ignoriamo del tutto, immaginiamo troppo distante dalla nostra cultura, dal nostro tempo, e troppo legato a certi stereotipi: un passatempo esclusivo, noioso, incomprensibile e per soli gentleman. In realtà, avvicinarsi ad un campo, una domenica, potrebbe essere l’occasione per scoprire un mondo inaspettato e rivoluzionario; per respirare un’aria di cambiamento, tra culture, lingue nuove e fair play; per conoscere un movimento che, lontano dai riflettori, esiste e resiste soprattutto grazie a protagonisti sconosciuti che vogliono, con entusiasmo, tenacia e piena consapevolezza dei limiti, vederlo crescere.    

Joy Perera è un’istituzione del cricket italiano. Giocatore della massima serie con talento da vendere, è stato capitano della Nazionale – nella quale debuttò nel 2010 – in occasione della World Cup Challenge League del 2019, in Oman. Joy è nato in Sri Lanka ed ha ottenuto la cittadinanza italiana solo nel 2021. Siamo partiti con una squadra dove tutti i giocatori erano italiani. Tutti tranne me, che avevo soltanto un permesso di soggiorno di lungo periodo. E c’erano dei rumori, tante persone che si chiedevano come fosse possibile”. È possibile, perché le regole internazionali del cricket consentono di rappresentare e guidare una nazione sul campo con l’unico requisito di esservi nato o risiedervi da alcuni anni. Per gli atleti maggiorenni sono richiesti sette anni di residenza continuativa; per le Nazionali giovanili ne bastano quattro.

Inoltre, la Federazione Cricket Italiana (FCrI) è stata il primo organismo sportivo a riconoscere all’interno dei propri campionati “la parità dei diritti in base alla nascita a tutti i suoi atleti”, considerando un cittadino a tutti gli effetti – seppur non ancora ritenuto tale dallo Stato – chiunque sia nato in Italia e decida di tesserarsi. Tutto questo dal 2003, tredici anni prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della “rivoluzionaria” legge che ha introdotto nell’ordinamento giuridico italiano lo ius soli sportivo.

Oltre ad essere uno dei più iconici cricketer d’Italia, Joy è un padre e un lavoratore a tempo pieno: di giorno fa l’autista per un laboratorio di analisi biologiche, la sera arrotonda come responsabile di un parcheggio. Perché, a differenza di altri paesi, in Italia non esistono professionisti che vivono di solo cricket, “bisogna giocare mentre si lavora“, anche ai massimi livelli.

@Federazione Cricket Italiana

“Tutti hanno la possibilità di giocare e nel cricket non c’è razzismo”. Ne è una testimonianza vivente Michele Comi, l’unico giocatore “bianco” o “italiano doc” della sua squadra e uno dei pochi in tutto il campionato. “Questa è la cosa che notano tutti, ma è l’aspetto più superficiale in realtà. Facciamo sport e io sono un giocatore come tutti gli altri”.

Michele si è avvicinato al cricket nel 2015, con l’intento di produrre un format televisivo sullo sport praticato dai “nuovi italiani”, ma nel giro di poco tempo si è ritrovato dall’altro lato della telecamera. Oggi, infatti, è un giocatore di uno dei club più prestigiosi d’Italia, il Milan Kingsgrove Cricket Club, e si occupa di curare all’intero del team anche diversi aspetti organizzativi “fondamentali per far sì che le due squadre che scendono in campo si divertano a tutti gli effetti”. “Ho trovato la mia valvola di sfogo e parte della mia felicità in questo gioco”.

@Federazione Cricket Italiana, Nazionale Cricket IT M impegnata nei mondiali in Uganda-credit FCrI

Il Milan Kingsgrove, dal 2014 al 2021, ha vinto quattro scudetti e una Coppa Italia e la sua presidente è una donna. Si chiama Thilini Indipolage Kariyawasam e ha l’onere e l’onore di portare un cognome importante. Il padre Kamal è considerato il “guru” del cricket in Italia, è consigliere tecnico federale e l’attuale allenatore del club milanese e della Nazionale maschile. Ha allenato anche la prima squadra femminile nata, dopo qualche anno di interruzione, con la ripresa del campionato nel 2008. “Ne facevamo parte io, mia madre e mia sorella”, confessa divertita Thilini.

Nel 2022 le squadre affiliate alla FCrI sono arrivate ad essere circa 75, con una crescita importante del campionato femminile, mentre nell’organigramma della Federazione si leggono nomi di donne in posizioni di rilievo. Thilini, che ricopre anche il ruolo di consigliere atlete all’interno del Consiglio Federale lavora, insieme alla vicepresidente Lorena Haz, alla rinascita  di un settore fondamentale per l’intero movimento. L’entusiasmo è contagioso e promette, nonostante molte fatiche, la realizzazione di piccole grandi  aspirazioni per il futuro.

Uno degli ostacoli maggiori allo sviluppo del cricket in Italia è la mancanza di strutture adeguate. Le dimensioni di un campo ufficiale sono quelle di due campi da calcio adiacenti, per questo è complicato trovarne uno pensato appositamente per questo sport. Se pure si riuscisse a trovare – talvolta preso in prestito dai colleghi del rugby o del baseball – non è scontato che questo preveda docce e spogliatoi. Ciò rischia di vanificare il faticoso lavoro di promozione nelle scuole e di scoraggiare soprattutto le giovani donne.

Ma ci si può adattare. Superando anche qualche limite, si può giocare. Soprattutto se il cricket ce l’hai nel Dna. Come Kumudu Peddrick, capitano della Nazionale italiana di cricket femminile dal 2018, che percorre 500 chilometri ogni volta che deve allenarsi al campo con la sua squadra, il Roma Cricket Club. A Milano, dove vive, fa preparazione fisica nei parchi e nei cortili della città.

@Federazione Cricket Italiana

 

Anche Kumudu, accanto al suo allenatore e coordinatore federale Prabath Ekneligoda, contribuisce al rilancio e alla crescita dell’attività femminile. Tra i maggiori propositi c’è quello di costruire una Nazionale che possa tornare ad essere competitiva a livello internazionale, almeno quanto quella che vinse l’Europeo del 2015. Kumudu era vicecapitano. La sua è una vocazione, mista ad esperienza e inesauribile passione.