Ci sono delle alte montagne sull’isola di Giava in Indonesia, dove una minoranza etnica secolare, quella dei Tengger – una delle trecento minoranze native di questo stato che si divide tra grandi isole e minuscoli atolli, decide di inerpicarsi per raggiungere un’altitudine di ben 2392 metri, dominare la cima del vulcano Bromo e gettare nelle sue fauci roventi – quale mistico rituale – un’offerta che possa lenire un qualche tipo di sofferenza terrena. Un modo per suggellare un patto con le “divinità” che lo abitano aiutando se stessi o i propri cari ad esaudire i propri desideri.

Protagonista di questo rito, noto con il nome di Yadnya Kasada, è una popolazione di circa 100mila anime sparse in una trentina di villaggi situati nella catena montuosa che occupa la parte orientale di Giava: diretta discendente del regno di Majapahit, fondato nel XIV secolo. Questo gruppo etnico è rimasto a lungo isolato da “resto del mondo” e si contraddistinto nei secoli per una serie di peculiarità culturali, abitudini e per il suo credo. La loro religione, una mescolanza di induismo, buddismo e animismo, li annovera tra i politeisti. E la devozione spinge ad arrampicarsi sul monte ogni anno, nel quattordicesimo giorno del mese di Kasada – data calcolata secondo il lunare induista – per consumare il rito secolare che prevede il lancio di frutti, fiori, denaro, e anche animali nel cratere del vulcano attivo al fine di ingraziarsi gli dei o placare la loro ira. Tale rito propiziatorio si rivolge alla divinità Sang Hyang Widhi (altrove sono trascritte come due diverse divinità, Huang Widi Wasa e Mahadeva, ndr) che riceve così il pegno di questo popoli di agricoltori e pastori nomadi che offre alle fauci del vulcano la propria ricchezza.

Mentre alcuni fedeli pregano sull’orlo del cratere, danzando in costumi tipici, altri si sporgono per gettare la loro offerta, e altri invece, i più temerari, scendono nella bocca del vulcano per “raccogliere” ciò che era stato gettato da altri in precedenza – non per il valore intrinseco degli oggetti, ma perché si nutre la credenza che ciò che viene ripreso porti fortuna durante l’anno. Una pratica estremamente rischiosa dato che i Tengger affrontano il vulcano senza alcuna protezione: il loro volto è coperto da piccole maschere o pezzi di stoffa che spesso non sono sufficienti a proteggerli da vapori di zolfo e degli altri gas liberati durante le eruzioni di magma. Sottoponendosi dunque al rischio mortale di rimanere intossicati, asfissiati o peggio di scivolare nel cratere.

Secondo quanto narrato dagli sciamani, il rituale sacro di Yadnya Kasada avrebbe origini antichissime, risalenti al 1400, e trae ispirazione da un evento leggendario che vedrebbe come protagonista la principessa Roro Anteng, figlia del re Majapahit, e suo marito, il bramino Joko Seger. Essi erano gli antichi regnanti della regione dei Tengger in seguito al disfacimento del regno di Majapahit, e dopo un’unione duratura non erano riusciti ad avere degli eredi. Disperati per questa maledizione, i due sposi decisero di spingersi sulla cima del Monte Bromo per pregare gli dei e chiedere loro il dono della fertilità. Quello che veniva identificato come il dio della montagna decise di esaudire la loro richiesta concedendogli una fertilità tale da concepire ben 25 figli, ma ad una condizione: l’ultimo nato sarebbe stato sacrificato alla montagna. Il piccolo doveva essere così nel cratere del vulcano del monte Bromo, come oggi appunto vengono gettate le offerte dei credenti. Ma dato l’affetto che i principi provavano per il loro ultimogenito, Kesuma, i due sposi attesero molto prima di condurlo sulla cima per spingerlo nel vulcano, come promesso al dio della montagna. E tale ritardo nell’onorare la promessa avrebbe provocato l’ira di Mahadeva, scatenando una violenta eruzione che si sarebbe placata solo dopo il sacrificio umano.

Nonostante nei secoli siano stati molti gli uomini e le donne che hanno trovato la morte nel versare questo obolo al vulcano, e attraverso di lui al “dio della montagna”, e l’attività vulcanica in Indonesia sia estremamente temibile, la devozione per questa credenza non è mai cessata. Così, anche oggi, nel mondo della tecnologia, della globalizzazione e del rovesciamento delle identità culturali, c’è un popolo che decide ogni anno di salire in cima a un vulcano e lanciare le proprie offerte al proprio dio. Per questo popolo legato così profondamente alle proprie tradizioni, questo sacrificio tribale è duro a morire, incantando i pochissimi visitatori che riescono a osservare da vicino questo arcaico rito tribale.

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