Skip to content
Religioni

Volevo essere Papa…ma ero Donald Trump

“Diventare Papa? Sì, decisamente in cima alla mia lista!” – così Donald Trump, con la modestia che lo contraddistingue, lancia la sua candidatura spirituale direttamente dal giardino della sua sede cardinalizia in quel di Pennsylvania Avenue. Così, mentre studia come...

Diventare Papa? Sì, decisamente in cima alla mia lista!” – così Donald Trump, con la modestia che lo contraddistingue, lancia la sua candidatura spirituale direttamente dal giardino della sua sede cardinalizia in quel di Pennsylvania Avenue. Così, mentre studia come procurarsi un terzo mandato (da presidente), sembra voler piazzare una bandierina anche sul Vaticano. E mentre il prossimo Conclave si prepara a eleggere il successore di Papa Francesco, sorge spontanea la domanda: Trump riuscirà a fare campagna anche per il trono di Pietro? Perché si sa, tra un comizio e una benedizione, il confine è sottile.

Il prossimo Conclave si preannuncia come uno dei più politicamente sensibili degli ultimi decenni. Saranno 135 i cardinali elettori a varcare la soglia della Cappella Sistina il 7 maggio, tra i quali ben 10 statunitensi: una delegazione poderosa, che riflette il peso numerico della Chiesa cattolica negli Stati Uniti ma che, come certamente accadrà, non basta a far decollare il sogno di un “Papa americano”. Un Papa statunitense rappresenterebbe un enorme colpo di soft power per gli Stati Uniti. La Santa Sede è uno dei pochi attori globali capaci di parlare a tutte le nazioni, al di sopra delle alleanze militari e delle dinamiche economiche. Un Papa “made in USA” consentirebbe agli Stati Uniti di proiettare una forma di autorità morale mondiale, soprattutto in contesti dove il potere “duro” americano è percepito con diffidenza o ostilità.

Tra le figure più in vista ci sono il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York e noto per la sua bonaria visibilità pubblica; Blase Cupich di Chicago, progressista doc; Raymond Leo Burke, volto dell’ortodossia conservatrice, spesso più vicino a Fox News che ai Vangeli. A questi si affiancano Sean O’Malley (Boston), Wilton Gregory (Washington, primo cardinale afroamericano), Robert Prevost, Kevin Farrell, Joseph Tobin (Newark) e Daniel DiNardo.

La varietà interna – teologica e politica – del blocco americano è il primo ostacolo alla sua efficacia: un piccolo Conclave dentro il Conclave, spaccato tra riformisti alla Cupich e restauratori alla Burke. Difficile che emerga un candidato unitario. E anche se lo facesse, la questione vera è: il mondo (e il Collegio cardinalizio) è pronto per un Papa americano? Un Papa proveniente dagli Stati Uniti avrebbe due enormi problemi: l’ingombrante ombra geopolitica di Washington e il sospetto di un’eccessiva esposizione alla cultura del marketing e del potere mediatico. Il papato, si sa, preferisce parlare “urbi et orbi”, non da una tribuna elettorale. Inoltre, la Chiesa guarda sempre più al Sud del mondo: Africa, Asia e America Latina sono i nuovi motori della fede cattolica, e non è un caso che Papa Francesco sia venuto “dal fin del mondo”.

A complicare il quadro ci ha pensato Trump, che – nel suo stile da CEO dell’anima – ha recentemente espresso il proprio endorsement per il cardinale Dolan come prossimo Papa. Difficile capire se si trattasse di una boutade elettorale, un tentativo di captatio benevolentiae verso l’elettorato cattolico conservatore, o il preludio a un nuovo reality show: The Vatican Apprentice. Trump e Papa Francesco, del resto, non sono mai stati in luna di miele. Le critiche del pontefice alle politiche migratorie trumpiane (“chi costruisce muri non è cristiano”) provocarono nel 2016 una risposta furibonda dell’allora candidato alla Casa Bianca, che accusò il Papa di mettersi a giudicare la sua fede. Tempi lontani? Forse, ma la tensione sotterranea resta. E se Trump ora si atteggia a grande elettore pontificio, il Vaticano osserva con la prudenza di chi sa che nessun conclave si vince con un tweet.

Qualsiasi analisi sulla possibilità di un Papa statunitense non può eludere la questione più dolorosa che ha segnato la Chiesa americana negli ultimi decenni: lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati da membri del clero e sistematicamente coperti da strutture ecclesiastiche locali e centrali. A partire dai primi anni 2000, con il caso emblematico dell’arcidiocesi di Boston portato alla luce dal Boston Globe, l’istituzione cattolica americana è entrata in una lunga e profonda crisi di credibilità morale. Decine di diocesi sono state coinvolte, centinaia di sacerdoti accusati, miliardi di dollari versati in risarcimenti, e soprattutto una generazione di fedeli ferita e allontanata. Pur avendo compiuto sforzi significativi in termini di trasparenza, prevenzione e cooperazione con le autorità civili, la Chiesa statunitense porta ancora addosso lo stigma di quegli anni oscuri. Per molti cardinali elettori, eleggere un Papa americano significherebbe anche affrontare questo passato irrisolto. Il peso simbolico e morale di quella crisi rappresenta un freno potente, e in parte spiega perché, pur con tutta la forza organizzativa e le risorse della Chiesa USA, nessuno dei suoi porporati sia mai stato davvero un papabile di prima fila.

Inutile dire che, a livello interno, una figura pontificia americana potrebbe rafforzare l’identità cattolica nazionale e potenzialmente ricompattare il variegato e spesso diviso elettorato cattolico, oggi spaccato tra progressisti e conservatori, tra i sostenitori di Papa Francesco e i nostalgici di una Chiesa più identitaria. In uno scenario elettorale, questo potrebbe diventare un vantaggio tattico per i partiti, soprattutto per il GOP, che punta da anni su temi etici e identitari. JD Vance insegna, insomma, in un Paese in cui il 20% degli adulti si definisce cattolico.

Sì, i cardinali americani ci sono, sono tanti, alcuni sono influenti, ma un Papa americano resta un’ipotesi affascinante quanto improbabile. Non solo per le dinamiche interne alla Chiesa, ma per un principio non scritto: il papato è universale, e gli Stati Uniti sono tutto fuorché neutrali. E mentre il fumo bianco si prepara a salire, una cosa è certa: se mai dovesse essere eletto un americano, non avrà la residenza a Mar-a-Lago.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.