Il Canal Grande si tinge di rosso per i cristiani perseguitati. L’iniziativa promossa da Aiuto alla Chiesa che Soffre il prossimo 20 novembre è dedicata ad Asia Bibi, agli undici martiri copti rimasti uccisi nell’ultimo agguato rivendicato dall’Isis nel governatorato di Minya, in Egitto, e a tutti coloro che nel mondo non sono liberi di professare la propria fede.
I fari che illumineranno di rosso i monumenti simbolo della città, come la Basilica di Santa Maria della Salute e il Ponte di Rialto, serviranno ad accendere i riflettori su “una realtà che non sempre viene illuminata”. Quella della “Chiesa perseguitata”, con la quale “vorrei che i giovani si confrontassero”, ha detto il Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, presentando l’iniziativa, che si svolgerà in concomitanza con il pellegrinaggio diocesano dei giovani proprio alla Basilica della Salute.
Persecuzione e sofferenza, infatti, spesso vengono sopportate in silenzio. “Non abbiamo mai sentito la voce di Asia Bibi da quando è stata arrestata”, ricorda don David John, sacerdote pakistano, “e sono molti i cristiani nel Paese che come lei subiscono senza dire una parola”. Non c’è solo Asia Bibi. Sono tanti quelli hanno pagato e continuano a pagare il prezzo della legge sulla blasfemia o le conseguenze di una società fortemente islamizzata. “Alcuni musulmani si rifiutano anche di mangiare e bere con noi cristiani, così il dialogo diventa difficile”, spiega il religioso.
Non è facile, del resto, costruire una convivenza pacifica con chi, come i simpatizzanti del potente partito islamista Tehreek-e-Labaik, nei giorni successivi alla scarcerazione di Asia Bibi ha invaso le strade chiedendo la morte dei giudici della Corte Suprema del Pakistan. “I cristiani stanno vivendo queste settimane chiusi in casa, perché hanno molta paura”, commenta il sacerdote. Le minacce sono all’ordine del giorno nel Paese. “Ci invitano costantemente, sin da bambini, a diventare musulmani – chiarisce – e c’è anche chi, soprattutto le ragazze, viene costretto a convertirsi con minacce gravi che spesso riguardano l’intera famiglia e comunità di appartenenza”. I riferimenti alla religione islamica, inoltre, permeano l’intera società pakistana, dagli uffici pubblici alle scuole. “Nonostante ciò – conclude don David John – restiamo ambasciatori di pace e continuiamo ad amare il nostro Paese non meno degli altri”.
Ma non c’è solo il Pakistan ad essere segnato da odio e intolleranza. Dal Vietnam, in cui il partito comunista controlla ogni aspetto della vita dei cittadini, alla Nigeria, dove si moltiplicano gli attacchi alle chiese e le conversioni forzate delle donne, e dove i cristiani vittime di Boko Haram o dei pastori fulani si domandano “perché tanta sofferenza?”, sono decine i Paesi del globo macchiati dal rosso del sangue dei martiri. Come quello delle donne e dei bimbi egiziani, pellegrini sulla strada del monastero di San Samuele nel deserto egiziano, mai arrivati a destinazione. “A chi cerca di spaventarci rispondiamo con la fede”, si sfoga padre Antoine Alan, francescano egiziano. Illuminare di rosso Venezia, “la città che custodisce le spoglie del primo martire della chiesa copta”, allora, diventa un monito rivolto all’Occidente e al mondo intero perché, avverte il frate, “l’indifferenza è peggio del terrorismo”.
“È urgente accendere i riflettori sulle violazioni della libertà religiosa che accadono in tutto il mondo”, sottolinea il direttore di Acs-Italia, Alessandro Monteduro. “Il nostro pensiero va ad Asia Bibi e a tutte quelle donne che a causa della loro fede soffrono la persecuzione ma delle quali nessuno si occupa, nella speranza che il #metoo vada ben oltre Hollywood”, conclude il direttore della fondazione pontificia che il prossimo 22 novembre presenterà la nuova edizione del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo.
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