Nel titolo di un saggio dello scorso decennio sulle relazioni tra Usa e Vaticano poi ripubblicato in occasione della corsa alla Casa Bianca del 2016 l’editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco ha coniato l’espressione “imperi paralleli” per definire le relazioni tra il Potomac e l’Oltretevere, tra la Curia romana e Washington. Nel corso del Novecento Stati Uniti e Vaticano si sono cercati, temuti e, in certi casi, anche combattuti diplomaticamente a vicenda ma non hanno mai saputo fare a meno uno dell’altro: la Roma papalina non poteva ignorare l’effetto dell’ascesa dell’egemonia politica, economica e sociale della superpotenza americana sull’Occidente e l’Europa baricentro storico della cultura cattolica, Washington d’altronde non ha mai sottovalutato l’influenza mondiale della superpotenza immateriale e morale della Santa Sede.

Dal mutuo riconoscimento diplomatico nel 1984, la relazione si è istituzionalizzata e sono seguiti numerosi incontri tra i Papi e i Presidenti degli Stati Uniti. Le relazioni tra pontefici e Potus sono variate notevolmente. Giovanni Paolo II, ad esempio, ebbe uno stretto rapporto con il repubblicano Ronald Reagan per il comune zelo anticomunista ma sul finire della sua vita criticò la politica globale di un altro repubblicano, George W. Bush. Barack Obama ha profondamente rispettato sia Benedetto XVI che Francesco, ricevendo dal primo maggiore freddezza e dal secondo un sostegno diplomatico implicito nel dossier cubano.

Nessuna coppia è però mai sembrata tanto distante quanto quella costituita da Donald Trump e Jorge Mario Bergoglio. Dovuta prima ancora che alla differenza nelle visioni del mondo e nell’approccio ai grandi temi (migrazioni, impatto del capitalismo, rapporti interstatali, diritti fondamentali) al forte radicamento del consenso di Trump nel cristianesimo evangelico statunitense, che brandendo strumentalmente numerosi temi fondanti della dottrina cristiana ha resuscitato le storiche tendenze anti-papiste che sono sempre state presenti nella società americana. Per mediare tra Roma e Washington, tuttavia, una figura chiave esiste: parliamo del Segretario di Stato italo-americano e cattolico Mike Pompeo, che giovedì 3 ottobre vedrà in udienza privata il Papa nel contesto della sua visita italiana.

“La linea attuale perseguita dall’America First di Trump si concentra soprattutto sulle questioni di carattere economico e mercantilistico lasciando perdere quelle di carattere politico-umanitario”, fa notare Il Messaggero. “Il colloquio con Pompeo cattolico, figlio di migranti come il Papa potrebbe forse aprire qualche spiraglio inedito”, specie se Pompeo e Bergoglio convenissero nel confrontarsi su temi dove gli spazi di convergenza non mancano, come la difesa della libertà di culto nel mondo. Del resto il cattolico Pompeo difficilmente può vedere di buon occhio il tentativo di conquista dell’egemonia politica nel mondo del cristianesimo americano da parte dell’ala più dura e intransigente dell’evangelismo, rappresentata retoricamente dall’ex “guru” Steve Bannon. Pompeo è uomo molto più pragmatico dell’apocalittico Bolton e sa, forte del ruolo di più potente Segretario di Stato da inizio millennio a questa parte, che con un attore di portata globale come il Vaticano si può e si deve dialogare.

Del resto, il trumpismo e il bergoglismo sono, su fronti opposti, sintomi dell’emersione nelle società mondiali del desiderio di un cambio di passo nei rapporti con le conseguenze della globalizzazionePapa Francesco con la sua critica al capitalismo finanziario, alle disuguaglianze, alla costruzione di “periferie globali” ha forse addirittura portato un’azione più radicale di quella dell’amministrazione Trump in questo campo. Al tempo stesso, Bergoglio ha compreso perfettamente come utilizzare gli strumenti politici messi a sua disposizione dal ruolo di sovrano assoluto conferito al Papa. Dalla nomina dei nuovi cardinali alla promulgazione di encicliche, messaggi e dichiarazioni, passando per la rivoluzione degli apparati di potere del Vaticano, Bergoglio sta plasmando una Chiesa a sua immagine e somiglianza, con tutte le conseguenze che questo può creare nel mondo cattolico tradizionale. Pompeo, molto probabilmente, da cattolico non approva ogni cambiamento ma da uomo politico sa che il Vaticano resterà sempre una potenza diplomatica e “morale” di taglia globale. Dunque dialogare sui temi comuni è fondamentale. La visita in Vaticano di Pompeo sarà politicamente ancora più importante di quella ai palazzi di potere italiani.