Un velo marrone copre i capelli scuri di Nabel Alabdalla, comandante delle Forze di difesa nazionale della città siriana di Al-Skeilbiyyeh, nella provincia di Hama. Ha una barba lunga e ben curata. E un sorriso beffardo. Ama i cavalli, con cui si fa spesso immortalare, ma soprattutto la terra in cui vive. In Siria è visto come un eroe perché, in questi dieci anni di conflitto, ha saputo fermare l’avanzata dei terroristi di Al Nusra. Non ha ceduto nemmeno un metro e tanto è bastato per salvare quest’antica città cristiana.

Ora che la guerra sembra essersi momentaneamente congelata, Nabel è tornato alla vita normale. O quasi. Nei giorni scorsi, infatti, ha annunciato di voler costruire in Siria una chiesa intitolata a Hagia Sofia. Una risposta al presidente turco Recep Tayyip Erdogan che, nei giorni scorsi, ha trasformato l’antica basilica cristiana in un luogo di culto islamico. Nabel, ci spiega, non vuole costruire una replica esatta di Santa Sofia, ma una nuova chiesa, più umile, dedicata alla Sapienza di Dio, proprio come quella turca. “La costruiremo nella mia città, Al-Skeilbiyyeh. Avrà il nome ma non la forma di Hagia Sofia. Sarà più piccola e diversa. Con questa chiesa, costruita in uno dei più importanti centri cristiani della Siria, vogliamo indicare la convivenza tra siriani. Qui sono arrivati anche 4mila profughi e i loro figli dal regno del terrore di Idlib. Li abbiamo accolti e abbracciati”, ci spiega.

Dietro alla decisione di costruire questa chiesa, però, ci sono anche motivazioni politiche e religiose, come ha spiegato lo stesso Nabel nei giorni scorsi: “Hagia Sophia fu originariamente costruita come chiesa e, prima, non era un tempio per nessun’altra religione. È stata un simbolo del cristianesimo per migliaia di anni, prima che l’ottomano lo occupasse con la forza e, poiché è un estremista barbaro, la convertisse in una moschea – il contrario di quello che Al-Farouk (Omar bin Al-Khattab, secondo califfo islamico dopo Abu Bakr, Ndr) fece a Gerusalemme”.

Secondo Nadel, la decisione di Erdogan di trasformare Santa Sofia in moschea avrebbe motivazioni profonde: “Erdogan è un jihadista takfiro (apostata, Ndr), e questo è stato vero per noi in questi ultimi dieci anni, a causa di ciò che ha fatto soffrire alla nostra città e al resto delle città siriane, inclusi attacchi suicidi e missili contro civili”, ci spiega. Ma Nabel è ancora più duro in un comunicato diffuso in rete in cui definisce il presidente turco un “fanatico e criminale di guerra” che vorrebbe manomettere uno dei luoghi più belli e sacri del mondo.

La nuova chiesa di Santa Sofia sarà costruita dagli abitanti di Al-Skeilbiyyeh e non avrà alcun sostegno economico da parte del governo russo. “Uno dei membri della Duma”, ci spiega però Alabdalla, “ha approvato l’idea e l’ha incoraggiata, senza però alcuna comunicazione ufficiale”. I soldi, dunque, e pure la manodopera saranno siriani. Anche perché questa chiesa sarà costruita per ricordare le vittime provocate dal conflitto: “La nostra amata città ha sacrificato 160 martiri tra i nostri giovani uomini, donne e bambini. Abbiamo ricevuto più di 7mila missili, ma siamo stati vittoriosi e abbiamo resistito a questi attacchi”.

Segni di speranza in una nazione martoriata dalla guerra, che sembra non arrendersi mai. “Perché il mio è il paese dell’amore, della convivenza, della scienza, la culla delle civiltà e la terra della religione”, ci tiene a dirci Nabel prima di salutarci.

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