Il passo falso di Emanuel Macron, che secondo le ricostruzioni avrebbe avallato la pubblicazione delle vignette di “Charlie Hebdo” rappresentanti una caricatura del presidente turco Recep Tayyip Erdogansegnala che tra Francia e Turchia la partita politica è più aperta e incandescente che mai. Il goffo tentativo del presidente francese di compattare, dopo il brutale omicidio del professore di liceo Samuel Paty per mano di un jihadista ceceno, contro l’islamismo radicale un’opinione pubblica sempre più scettica nei suoi confronti per la gestione della pandemia e l’analogo sforzo di Erdogan per cavalcare la presunta “islamofobia” dei governi occidentali sono solo la punta dell’iceberg di uno scontro politico a tutto campo.

Ankara e Parigi sono da tempo schierate su fronti opposti in diversi teatri strategici. La comune appartenenza alla Nato, che sia la Turchia che la Francia vivono in maniera critica e autonoma, non frena la rivalità tra due delle maggiori potenze dell’Alleanza Atlantica. In Libia Parigi sostiene il generale Haftar, Ankara invece il governo di Fayez al-Serraj; sul fronte del Nagorno-Karabakh l’Azerbaijan, proxy filo-turco, combatte l’Armenia sostenuta dalla Francia; nel Mediterraneo orientale le scorribande di Erdogan per occupare l’offshore energetico cipriota si sono scontrate con la ferma reazione di Francia e Italia, desiderose di tutelare Total e Eni. Da non sottovalutare, poi, i timori francesi per la crescente presenza turca in Africa dove, scrive Tpi, Parigi “mantiene una fortissima presenza militare ed economica e in quindici anni la Turchia ha aumentato da 12 a 42 le proprie rappresentanze diplomatiche, di cui 26 inaugurate soltanto tra il 2010 e il 2016, portando l’interscambio commerciale pre-Covid fino a oltre 24 miliardi di dollari l’anno” e insediando il primato francese nell’influenza su Paesi come Gibuti, Senegal, Niger. Infine, ha notato lo studioso Oliver Roy in un’intervista a Formiche, va anche messa sul tavolo la questione della volontà del leader turco di porsi alla guida dell’Islam politico europeo e, dunque, di estendere anche alla Francia la sua influenza.

Per Erdogan, spiega Roy, “il vaso è traboccato con la norma che chiede di schedare gli Imam. Erdogan vuole cavalcare la rabbia della diaspora turca” e starebbe “usando la leva religiosa e quella dell’immigrazione per tenere sulle spine l’Europa. Ma non riesce ancora a esercitare un’autorità morale su tutta la comunità islamica. Ha presa sui turchi, meno sugli arabi e sui pakistani”. La critica durissima alle scelte francesi, palesemente discutibili, di commemorare Paty ostentando la riproduzione sugli edifici pubblici e su scala massiccia delle vignette più oscene e blasfeme di Charlie Hebdo esposte in classe dal docente ucciso, ha fornito a Erdogan il volano per presentarsi come federatore del mondo musulmano, portando persone in piazza anche nel lontano Bangladesh e cavalcando il boicottaggio dei prodotti francesi per colpire la Republique con una strategia di vera e propria guerra economica.

La rivalità emerge ora all’attenzione del grande pubblico, ma era palese da tempo. Potenze atipiche nella Nato, fortemente proiettate nel Mediterraneo allargato e in Africa, nazioni capaci di praticare strategie geopolitiche a tutto campo e tutt’altro che impreparate a usare gli strumenti della politica di potenza la Turchia e la Francia sono da tempo intente in un braccio di ferro fatto di colpi bassi e azioni coperte. Alle mosse di Erdogan nel Mediterraneo la Francia ha recentemente reagito invando la flotta in difesa di Cipro, alle manovre nel Nagorno-Karabakh affermando che Erdogan stava coscientemente sostenendo l’Azerbaijan con grandi contingenti di jihadisti siriani, dimenticando temporaneamente di averli a sua volta a lungo di fatto sostenuti per compattare il fronte anti-Assad.

La vivace dialettica seguita alle vignette di Charlie Hebdo è dunque la parte più mediatica e visibile di una complessa “guerra politica” di posizione su uno scacchiere molto ampio. La posta in gioco è la supremazia strategica tra le medie potenze nei teatri di riferimento, il ruolo di referente politico per i Paesi africani e il conseguente prestigio politico ed economico.

Ma si sbaglierebbe a sottovalutare il peso politico di una schermaglia in cui i contendenti sono arrivati a usare toni estremamente roventi. Chi rischia maggiormente, in questo contesto, è Macron: Erdogan può utilizzare l’ascendente sull’Islam francese per destabilizzare le sue strategie di riforma nel rapporto Stato-religione e danneggiare l’agenda del Presidente. Di questo avviso è anche lo storico delle religioni Alessio Pinna, che a Inside Over inquadra nel dettaglio la questione: “Solo poco tempo fa la Francia aveva annunciato un piano, questo sì intelligente, per creare un Islam “francese”, cioè formato in Francia da francesi e in sintonia con la cultura francese. Operazione difficoltosa certo ma fattibile se portata avanti con pazienza e lungimiranza”. Tuttavia, pazienza e lungimiranza non sembrano essere di casa all’Eliseo, dato che come detto è altamente probabile che quest’ultimo “non risulti estraneo” alle vicende sulle vignette controverse, a causa delle quali secondo Pinna “la Francia si è forse giocata la riuscita del suddetto piano, almeno sul breve termine. E se anche poi dovesse formalmente tornare il ciel sereno, per la multiculturale Francia non sarà altrettanto semplice riappacificare le sue diverse anime dopo simili turbolenze”. Dover presidiare anche il fronte interno, nel quadro del contrasto con Erdogan e la Turchia, renderebbe estremamente problematico per la Francia portare avanti un efficace contenimento delle ambizioni turche: in una partita a tutto campo, Macron potrebbe dunque aver fatto il passo più lungo della gamba. E casi drammatici come i recenti attentati di Nizza ricordano quanto complessa sia ancora per la Republique la convivenza con l’Islamismo radicale.

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