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La saga di Donald Trump è finita, a meno di sorprese da qui al 2024, ma ciò che ne ha reso possibile l’esistenza vive, vegeta e prospera. I repubblicani sono in stato di agitazione per le elezioni di mezzo termine. I conservatori hanno trovato un appoggio vitale nella Corte Suprema. E l’America bianca, anglosassone e protestante è in fermento.

Trump è finito, forse, ma il trumpismo no. E il motivo per cui il trumpismo sembra godere di vita propria, di un certo grado di autonomia dal suo creatore, è che non è mai stato un incidente di percorso. Il trumpismo, al contrario, è stato ed è l’espressione più potente e palese della rabbia di quell’America profonda che dal dopo-Reagan nessuno ha più considerato né ascoltato: l’America dei disoccupati della cintura di ruggine, dei bianchi poveri della costa orientale, degli eccezionalisti e dei millenaristi.

Ieri fu Ronald Reagan, oggi è Trump, domani sarà qualcun altro. Una cosa è certa: l’epopea del conservatorismo a stelle e strisce non si è conclusa nel 2020. Quell’anno, tutt’al più, ha avuto fine l’esperienza presidenziale di Trump. Due cose ben diverse. E se il conservatorismo persisterà, continuando a plasmare politica, cultura e società, è anche perché esso non attinge al presente, all’estemporaneità, quanto ai miti imperituri dell’America: città sulla collina destinata messianicamente a redimere il mondo attraverso una violenza redentrice, impero della libertà eternamente in lotta contro le forze del male e nuova terra promessa di un nuovo popolo eletto.

Trump: l’uomo, il mito, il messia

La mitologia dell’Impero americano da cui trae vitalità il conservatorismo nei momenti di crisi, risorgendo come nel 2016, non è composta soltanto da quelle idealizzazioni di carattere eccezionalistico che, risalenti all’epoca dei Padri pellegrini e all’età dei Padri fondatori, non sembrano conoscere l’erosione del tempo. Perché oltre al culto della nazione, alla venerazione degli antenati, c’è (molto) di più: c’è un mondo di profezie apocalittiche e di predicatori carismatici, gravitante nella galassia del protestantesimo evangelico, che sposta voti, produce ideologi, insedia gli uffici diplomatici e, talvolta, riesce ad eleggere presidenti.

Scrivere e parlare dell’influenza politica degli altri miti dell’America profonda, quelli prodotti dalla destra religiosa, è più che importante: è indispensabile. Perché questi miti, che trasudano apocalittismo, speranze di salvazione, attese messianiche e, talvolta, nazionalismo bianco, contribuiscono alla spiegazione del “fenomeno Trump”, come mostrano e dimostrano i numeri catturati dai sondaggisti fra il 2016 e il 2020:

La profezia che aveva “previsto” Trump

Stati Uniti, nuova terra promessa di un nuovo popolo eletto. Trump, colui che è stato chiamato a redimere la Città sulla Collina, ricordandole che la sua missione, destino manifesto, la obbliga a farsi carico dei problemi del mondo sino alla fine dei tempi. Trump, colui che da molti è stato paragonato a Gesù – da colleghi come Barry Loudermilk a sportivi come David Wood –, da taluni è stato considerato l’eletto – come l’ex segretario per l’energia Rick Perry – e da altri è stato definito il re di Israele – come il presentatore radiofonico Wayne Allyn Root.

Tra le ragioni che hanno permesso a Trump di riscuotere un successo incredibile negli ambienti del protestantesimo, oltre al supporto alle cause conservatrici, una è meno nota ma più importante di tutte: la profezia della Luna di sangue degli influenti pastori John Hagee e Mark Biltz.

È il 15 aprile 2014, e alla Casa Bianca c’è Barack Obama, quando un’eclisse lunare totale dona al satellite naturale della Terra una strana quanto ammaliante colorazione rossa. Non un’eclisse qualunque, ma la prima di un ciclo sequenziale, di una tetrade. Quando anche la quarta ed ultima eclisse ha luogo, il 28 settembre 2015, Hagee e Biltz non hanno dubbi: il mondo è stato lo spettatore inconsapevole dell’inizio della Fine dei tempi.

Hagee per qualche tempo smette di apparire in pubblico. Deve riflettere, ha bisogno di rileggere la Bibbia, di consultarsi con correligionari e rabbini. Il risultato di quel periodo di assenza dai riflettori verrà rivelato più tardi: stava scrivendo un libro, Four Blood Moons: Something Is About to Change, per avvertire l’umanità dei pericoli, dei cataclismi e delle tragedie che si celano dietro l’orizzonte. La Fine dei tempi è iniziata, poiché profetizzata da Gioele, Giovanni, dagli Apostoli, e per l’America è giunto il momento del raccoglimento. È giunto il momento di pregare per la salvazione, per l’arrivo di un pastore in grado di ricondurre all’ovile questo gregge secolarizzato dal capitalismo, minacciato dai frutti velenosi del liberal-progressismo e circondato dai lupi del multipolarismo.

Gli ammonimenti di Hagee e Biltz monopolizzano l’attenzione della grande stampa, venendo rilanciati dai più grandi diffusori di notizie – da USA Today al Washington post –, mentre il dormiente universo giudeomessianico esce dal sonno e comincia ad organizzarsi in vista delle imminenti presidenziali. Tutti ne sono convinti: nel 2016 non si eleggerà soltanto il nuovo inquilino della Casa Bianca, si sceglierà colui che dovrà traghettare l’America, Israele e l’Occidente verso la Grande tribolazione.

L’operazione Luna di sangue si rivela un successo, dato che otto evangelici su dieci voteranno per Trump, e quest’ultimo, non appena possibile, ricambierà il favore. Il 14 maggio 2018, in occasione di un altro evento “biblico”, cioè la cerimonia inaugurale dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, Hagee figurerà tra gli invitati in qualità di dispensatore di benedizioni e foriero di ammonizioni: la Fine è giunta, Dio ha parlato per mezzo delle Lune insanguinate, e i due popoli di Israele potranno sopravvivere soltanto stando uniti.

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