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Era il 18 aprile del 1980 quando ad Harare, che allora era ancora conosciuta come Salisbury, veniva celebrata la nascita di uno stato sovrano in Africa: lo Zimbabwe che, sino a quel momento, era stato una colonia del Regno Unito dal nome di Rhodesia Meridionale e in cui vigeva un regime segregazionista simile a quello dell’apartheid in Sudafrica.

Per celebrare l’affrancamento dal dominio coloniale britannico, quella notte, Bob Marley e i Wailers, lo storico gruppo di musica reggae, tennero un concerto storico davanti a oltre centomila persone che, nelle note e nelle parole del re della musica in levare, ascoltarono un messaggio avveniristico, un’ epifania di rinascita, una benedizione per un domani diverso, nuovo e prospero per il loro Paese.

Le parole però rimasero soltanto parole, le canzoni nell’arco di pochi anni si infransero contro l’antemurale della realtà, e alle melodie salmodiate che promettevano terra e lavoro, uguaglianza e unità, fecero seguito invece anni terribili.

Lo Zimbabwe divenne il regno di Robert Mugabe che governò per quattro decadi prima come premier, e poi come Presidente, in modo autoritario e repressivo. Il Paese conobbe in brevissimo tempo una crisi economica senza pari con l’inflazione che oltrepassò il 1281% , le libertà civili vennero soppresse e la terra conosciuta per essere bagnata dal fiume Zambesi e ospitare le cascate Vittoria dovette far fronte negli anni ’90 anche al dilagare inarrestabile dell’Aids. Sebbene Mugabe nel 2019 sia morto, i drammi però oggi continuano a vessare lo stato dell’Africa australe.

Emmerson Mnangagwa, attuale presidente e delfino dell’ex autocrate, sta infatti continuando a governare la nazione in modo autoritario, l’economia è completamente distrutta, 8 milioni di persone, su una popolazione di 12milioni, vivono in uno stato di insicurezza alimentare e nelle ultime ore si sta registrando anche un incremento delle morti per Covid-19. Ma oltre ai problemi evidenti e macroscopici ce ne sono anche altri, più nascosti e silenti, ma altrettanto drammatici che affliggono il Paese e l’ultimo episodio avvenuto in Zimbabwe che ha scioccato il mondo, è la morte per parto di una ragazza di soli 14 anni facente parte della setta della Chiesa Apostolica di John Marange.

Memory Machaya era un membro della setta della Chiesa Apostolica di John Marange, e il 15 luglio è morta in un tempio dopo aver dato alla luce suo figlio. La setta religiosa di Marange rifugge e vieta la medicina moderna, promuove invece la poligamia e i matrimoni con spose bambine e l’adolescente è deceduta proprio perché le è stato vietato di aver assistenza ospedaliera durante il parto. La ragazza, che l’anno scorso era stata costretta ad abbandonare gli studi per sposarsi con un uomo adulto, ha partorito assistita da cinque adepte che non sono state in grado di darle nessun tipo di aiuto durante il travaglio. Inoltre, soltanto due ore dopo la morte della giovane, i capi della congregazione spirituale hanno deciso di procedere in gran segreto con la sepoltura di Memory impedendo ai famigliari di assistere al rito funerario.

È stata l’indignazione dei parenti a far emergere l’accaduto a inizio agosto. I genitori hanno infatti denunciato il tutto alla stampa locale e attraverso i social network la notizia della tragedia è diventata di interesse globale mobilitando migliaia di attivisti in tutto il mondo. Persino le Nazioni Unite si sono espresse in merito alla drammatica vicenda facendo sapere in un comunicato di: “prendere atto con profonda preoccupazione e condannare con forza le circostanze che hanno portato alla morte di Memory Machaya”, e poi hanno proseguito dicendo che l’episodio rivela un terribile problema dello Zimbabwe, quello dei matrimoni con i minori e delle violenze sessuali nei confronti delle spose bambine e inoltre, leggendo la nota diramata dall’ufficio delle Nazioni Unite in Zimbabwe, si legge che nel Paese africano una ragazza su tre si sposa prima dei 18 anni.

Il tragico evento ha fatto quindi emergere due problemi poco conosciuti della nazione africana. Il primo è di tipo legislativo, ovvero che nessuna legge in Zimbabwe prevede un’età minima per il consenso al matrimonio. E il secondo problema è invece quello delle sette religiose che con false promesse, illusioni di benessere e ricchezza, e facendo leva sulla disperazione e miseria della popolazione, promuovono riti e fenomeni culturali che però si rivelano essere delle vere e proprie piaghe sociali. E una delle chiese indipendenti più numerose e capillari nel Paese è proprio quella di Johan Marange, la setta a cui apparteneva Memory Machaya.

La fondazione della chiesa apostolica John Marange in Zimbabwe può essere fatta risalire agli anni ’30. Johanne Marange, il fondatore, nacque nel 1912 e morì nel 1963. Cresciuto nella Chiesa metodista, nel 1932 disse di aver avuto una rivelazione divina e di essere stato chiamato ad essere l’apostolo di Cristo e di aver ricevuto il potere di compiere miracoli, guarigioni e di condurre esorcismi. La setta, inizialmente, si diffuse soltanto nel circolo ristretto dei famigliari di John Marange, poi però, in virtù delle predicazioni anti coloniali e di una sedicente origine regale del predicatore, la dottrina ha incominciato a diffondersi e trovare sempre più adepti tanto che oggi annovera oltre 3 milioni di seguaci nel mondo.

I membri della confraternita credono che Johanne Marange abbia ricevuto lo statuto della chiesa direttamente dallo Spirito Santo e tra i dogmi della dottrina del pastore zimbabwiano c’è quello di praticare la poligamia e di rifiutare la medicina.

Johanne Marange, come fondatore di questo movimento spirituale, aveva tredici mogli e la sua chiesa tutt’oggi legittima la poligamia attingendo le proprie argomentazioni da ancestrali tradizioni culturali africane e dagli esempi biblici dei progenitori israeliti di Abramo. Le donne, inoltre, non godono degli stessi diritti degli uomini ma vivono in una posizione subordinata rispetto ai membri maschili della chiesa e tra l’altro la comunità incoraggia le donne a sposarsi ancora illibate per poter ottenere così il ruolo di capo-mogli all’interno del nucleo famigliare. Un dogma che di riflesso ha avuto due drammatiche conseguenze: l’aumento dei matrimoni di ragazze ancora minori e l’abbandono della scuola da parte di queste.

Un altro insegnamento dei “sacerdoti”” della Chiesa di Marange, con ripercussioni drammatiche nel sociale, è il rifiuto della medicina secolare. La setta predica la teoria che le malattie siano unicamente di carattere spirituale e che solo gli interventi dei “profeti” possono portare alla guarigione dei malati. E inoltre la morte per malattia non è altro che l’espressione del volere di Dio e le cure mediche moderne devono essere fortemente proibite e respinte perchè esaltano gli esseri umani al di sopra di Creatore e poi perchè ricorrere alla medicina è una dimostrazione di assenza di fede nei confronti dell’Altissimo.

Nel corso degli anni, nella chiesa di Marange si sono registrati moltissimi casi di decessi tra i membri della congrega, compresi bambini, che potevano essere facilmente salvati con un ricovero ospedaliero o il ricorso ai farmaci. Durante il propagarsi dell’Aids, negli anni ’90, la setta ha sempre negato l’esistenza del virus dell’Hiv dipingendolo come una punizione di Dio per colpe e peccati e oggi si sta assistendo a un atteggiamento analogo per quel che riguarda il coronavirus tanto che a metà luglio, in un tempio a Bocha, si è tenuta un’importante cerimonia che ha riunito migliaia di adepti senza alcun rispetto delle normative anti-covid.

Dopo la morte di Memory Machaya le autorità del governo di Harare hanno fatto sapere che stanno cercando i colpevoli per consegnarli alla giustizia, ma la domanda che permane è se basteranno degli arresti per scongiurare altre tragedie simili. E forse per dare una risposta a questa domanda basta leggere quanto scritto dal direttore di Human Rights Watch Sudafrica Dewa Mavhinga, che per primo ha fatto sapere che pochi giorni dopo la morte della ragazza i leader della Chiesa Apostolica di John Marange hanno offerto una sposa bambina di soli 9 anni al marito di Memory Machaya, come risarcimento per la perdita della giovane moglie.

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