(Istanbul) Un cimitero abbandonato del XIX secolo, nascosto da alte mura in un sobborgo di Istanbul e circondato da un parco giochi, sta per fare la storia.

Una comunità cristiana che affonda le proprie radici negli albori della religione e che ancora parla l’aramaico, la lingua di Gesù Cristo, ha già ricevuto il permesso di usare il cimitero per costruire la prima nuova chiesa della Turchia dalla fondazione della repubblica, quasi cento anni fa.

“Lavoriamo da sette anni per avere un sito di costruzione e il permesso per i lavori, e adesso abbiamo superato tutti gli ostacoli burocratici”, ha detto il capo della comunità, Sait Susin, in una recente intervista nel suo ufficio a poche centinaia di metri dal cimitero di Yesilkoy, nel quartiere occidentale di Istanbul. “La costruzione inizierà quando il tempo le condizioni meteorologiche lo permetteranno, probabilmente a marzo”.

La Turchia, un paese musulmano di più di 80 milioni di abitanti con una piccolissima comunità cristiana, che comprende meno dello 0,5% della popolazione totale, sta subendo critiche da parte dell’Ue e degli Stati Uniti per l’aspra repressione dei critici del governo e le restrizioni imposte alle minoranze, come la comunità curda del Paese.

Ma i capi cristiani in Turchia sostengono che i loro diritti sono salvaguardati. “Siamo orgogliosi di vivere in questa terra sotto la bandiera turca”, ha detto Yusuf Cetin, siriaco della Chiesa ortodossa metropolitana di Istanbul e della capitale Ankara, quando ha ricevuto il permesso di costruzione per la chiesa di Yesilkoy all’inizio di questo mese, stando a quanto riporta l’agenzia di notizie Anadolu.

Susin, il cui titolo ufficiale è quello di presidente della fondazione della Chiesa siriaca ortodossa Maria Vergine Beyoglu, nell’intervista ha dichiarato che i cristiani e gli ebrei della Turchia hanno raggiunto un grado di libertà senza precedenti nei sedici anni di governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) del presidente Recep Tayyip Erdogan, un gruppo radicato nell’islam politico. “Tante persone all’estero non sanno questo”, ha detto Susin. “Ora possiamo avere le nostre scuole e anche costruire la chiesa. Non potevamo nemmeno immaginare cose come queste negli anni Novanta”.

Con l’inizio dei lavori di costruzione della chiesa di Yesilkoy che si avvicinano, Susin sta raccogliendo denaro all’interno della sua comunità per finanziare il progetto da quattro milioni di dollari, che includerà una chiesa in grado di accogliere di 650 fedeli, un centro per la comunità e un parcheggio. Il denaro necessario per la chiesa proverrà interamente dalla congregazione di circa 17mila cristiani siriaci a Istanbul.

Cento anni fa, Yesilkoy, allora conosciuta come Santo Stefano, era un centro di vita cristiana appena fuori da Costantinopoli, come si chiamava al tempo. Ondate di migrazione forzata, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, hanno radicalmente cambiato questo scenario. La comunità greco-ortodossa a Istanbul, che contava più di 100mila membri agli inizi del XX secolo, si è ridotta a meno di 3mila persone e lotta per la propria sopravvivenza. La più grande comunità cristiana rimasta a Istanbul è quella armena, con circa 60mila persone in una città di 15 milioni di abitanti.

Di conseguenza, molte delle circa 200 chiese della città sono vuote. Ma sono di scarsa utilità per i Siriaci, i cui membri sono fuggiti dalle persecuzioni e dai conflitti nella loro terra d’origine, nell’Anatolia sud-orientale, per stabilirsi a Istanbul e in paesi come la Germania, che oggi ospita 100mila Siriaci. La maggior parte dei Siriaci di Istanbul vive a Yesilkoy, lontano dalle chiese vuote del centro.

“Fino a ora, abbiamo avuto solo una chiesa a Istanbul, che però non abbastanza”, ha detto Susin. “Abbiamo provato a celebrare la messa nelle chiese di altre comunità cristiane, col nostro arrivo diventano stracolme, perché siamo troppi e quasi tutti vanno in chiesa la domenica”.

Così Susin e i suoi colleghi hanno presentato il loro piano per una nuova chiesa a Yesilkoy alle autorità turche. “Abbiamo ricevuto un grande supporto da parte loro, dal governo di Ankara fino al comune”.

Quando nel 2015 le autorità turche hanno designato il parco e il cimitero abbandonato come sito di costruzione, Susin sperava che il processo di costruzione sarebbe cominciato presto.

Ma i Siriaci hanno dovuto attendere molti anni in più del previsto, perché i rappresentanti cattolici di Istanbul hanno sollevato delle obiezioni e hanno intentato un processo contro il comune per aver consegnato il cimitero ai Siriaci.

La legge turca stabilisce che un cimitero inutilizzato diventa di proprietà dello Stato dopo 50 anni che la comunità ha smesso usarlo, quindi le autorità non hanno avuto alcun problema a trasformare la proprietà del XIX secolo in una chiesa. Ma la Chiesa cattolica, sostenendo di essere ancora la legittima proprietaria del sito, fermò il progetto di Yesilkoy con un’ingiunzione.

Dietro le quinte, Siriaci come Susin hanno lavorato per risolvere il problema. “Il nostro patriarca ha chiesto al Papa di intervenire”, ha raccontato Susin. I Siriaci hanno chiesto aiuto anche a Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli e capo spirituale della Chiesa ortodossa, chi si appellò anch’esso al Vaticano. “Abbiamo perso tre anni dietro a questi problemi. I ministri del governo turco hanno iniziato a scherzare sul fatto che i cristiani stavano bloccando un progetto per una chiesa che era stato approvato dai musulmani”, ha ricordato Susin.

Nel novembre 2017 Paul Russell, l’ambasciatore vaticano in Turchia, ha informato il comune che papa Francesco aveva dato il via libera alla costruzione della chiesa di Yesilkoy, stando a quanto riferirono allora le notizie turche.

La decisione del Vaticano di ritirare la sua ingiunzione ha aperto la strada all’avvio del processo di costruzione nonostante il caso in corso, ma con alcuni vincoli, ha detto Susin.

“Abbiamo donato 200mila euro ai cattolici, e abbiamo accettato di pagare loro una somma molto più alta in caso avessero vinto la causa contra il comune”, ha detto Susin. Non ha voluto dire quanto di più la sua comunità avrebbe dovuto pagare in quel caso.

Articolo di Susanne Gusten