Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Una cicatrice per la Siria e per i suoi abitanti. La guerra, che dal 2011 ha squarciato il tessuto politico, economico e sociale del Paese, non può essere soltanto un lontano ricordo. Nonostante la cacciata dell’Isis dalla maggior parte del territorio siriano e la riconquista di Aleppo da parte dell’esercito di Assad, avvenuta nell’estate 2016, venti carichi di tensioni continuano a soffiare nelle desolate lande di una nazione in fase di ricostruzione. Non solo: anche se le fasi più dure degli scontri appartengono al passato, migliaia di cittadini devono fare i conti con una miseria mai vista.

È il caso, ad esempio, della minoranza cristiana, prima vessata dalle bombe, adesso dalle recenti sanzioni economiche imposte dagli americani per punire Damasco. “Viviamo peggio di quando cadevano le bombe”, ripetono i vescovi siriani, alle prese con un Natale che di magico non ha più neppure il nome. Manca il gasolio per riscaldare le fredde abitazioni, non c’è elettricità per illuminare le case e il costo del cibo è schizzato alle stelle a causa dell’inflazione. Considerando che un impiegato prende mediamente 50mila lire siriane, un chilo di carne è arrivato a costare 20mila lire e un chilo di formaggio 10mila. Cifre esorbitanti per una popolazione inerme.

L’inferno dei cristiani siriani

Come se non bastassero sanzioni economiche e miseria a vessare i poveri siriani, in alcune aree del Paese i cristiani sono costretti a vivere da galeotti. Nelle parrocchie di Kneie, sul fiume Oronte, i ribelli alqaedisti e di Jabat Al Nusra continuano a dettare legge. E questo, per i cristiani, coincide con un vero e proprio inferno. I più vivono letteralmente segregati nelle proprie case, guardandosi bene dall’esporre croci, dismesse perfino dalle facciate delle chiese che hanno smesso di suonare le campane. La messa non può essere recitata, se non rigorosamente a porte chiuse e lontana da occhi indiscreti. Spostandosi in città, la situazione è migliore soltanto all’apparenza.


In occasione della festa di S. Stefano, primo Martire cristiano, mons. Joseph Tobji, arcivescovo maronita di Aleppo si collegherà con Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) e ilGiornale.it per parlare dei “fratelli cristiani di Siria, ancora oppressi da dure prove”. “È un modo – afferma Alessandro Monteduro, direttore Acs-Italia – per rinsaldare i legami fra le comunità cristiane italiana e siriana, legami che nessun virus potrà aggredire o indebolire”. L’incontro si terrà alle ore 17.00 sulla pagina Facebook de ilGiornale.it.


Ad Aleppo non ci sono integralisti islamici, ma non mancano altre minacce. La fame, come detto, fa paura. Da un anno a questa parte ci si è messo pure il Covid-19 a peggiorare una situazione di per sé drammatica. Le strutture sanitarie della Siria, per le ragioni appena descritte, non sono in grado di gestire la pandemia di coronavirus. Mancano i respiratori e ci sono poche decine di posti in terapia intensiva. Detto altrimenti, chi finisce in ospedale spesso muore. Tutti gli altri pregano di evitare il contagio, anche se, stipati in interminabili file per ottenere i generi di prima necessità, è facile commettere qualche passo falso. Soprattutto se mancano perfino mascherine e protezioni individuali.

L’ombra del Covid

Dicevamo del Covid. Ebbene sì: dopo le bombe, i siriani sono vessati da questo microscopico virus che ha già messo in ginocchio il mondo intero. Per limitare la diffusione del Sars-CoV-2, le autorità hanno paventato l’idea di chiudere le chiese onde evitare assembranti. Monsignor Samir Nassar, arcivescovo maronita della capitale siriana Damasco, ha però raccontato all’agenzia Fides che “i fedeli si sono ribellati alla chiusura delle chiese e hanno insistito a partecipare in gran numero alla messa quotidiana. Inoltre durante le celebrazioni eucaristiche, invece di seguire le indicazioni dei vescovi e prendere in mano l’ostia consacrata, hanno continuato a prenderla sulla lingua, quasi a voler sfidare la pandemia”.

A proposito di pandemia, l’emergenza sanitaria, ha proseguito monsignor Nassar, “aumenta paura e solitudine per le famiglie, già rimaste senza lavoro e senza risorse, facendo sentire i suoi effetti devastanti soprattutto nel settore medico-sanitario, dove si registra una paralizzante carenza di farmaci e di personale sanitario, con tanti medici e infermieri che hanno lasciato il Paese durante gli anni del conflitto”. Il Covid-19 ha aggravato una situazione di per sé insostenibile.

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