Santi e trasparenti bilanci: che cosa raccontano i conti in salute dello Ior

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Se c’è un luogo al mondo dove ci si aspetterebbe conti silenziosi e numeri sussurrati, quello è il Vaticano. E invece, una volta l’anno, lo IOR, la cosiddetta “banca vaticana”, apre i registri e mette tutto nero su bianco. Il Bilancio 2025 è uno dei documenti che forse meglio racconta la storia di un’istituzione che oggi naviga con bussola stabile e una solidità finanziaria che farebbe invidia a molte banche commerciali. Nel bilancio d’esercizio approvato al 31 dicembre 2025 c’è infatti un dato che spicca subito, cioè l’utile netto, che a fine dell’anno scorso ammontava a 51 milioni di euro, un risultato in forte crescita rispetto all’anno precedente e il migliore dell’ultimo decennio. Scendendo nel dettaglio, una parte rilevante dei ricavi esplicitati nel documento arriva dal cosiddetto margine di interesse, che è la differenza tra gli interessi incassati sugli investimenti e quelli riconosciuti ai clienti sui depositi.

Nel 2025 questo margine è aumentato, segno che lo IOR è riuscito a impiegare le risorse in modo più efficiente. Accanto a questo c’è il margine commissionale, che deriva dai servizi offerti alla clientela, come la gestione dei patrimoni e la custodia dei titoli, e che è rimasto stabile, indicando una base di attività consolidata. Mettendo insieme questi elementi si ottiene il margine di intermediazione, una sorta di indicatore generale della “vita operativa” della banca: anche questo è cresciuto in modo significativo, confermando che l’Istituto nel suo complesso funziona meglio rispetto all’anno precedente. 

Un altro capitolo fondamentale riguarda la raccolta complessiva, cioè l’insieme di conti correnti, depositi, gestioni patrimoniali e titoli custoditi per conto dei clienti. In questo caso, il volume arriva fino a 5,9 miliardi di euro; una cifra enorme se si pensa che lo IOR non opera come una banca tradizionale aperta al pubblico, ma serve soprattutto congregazioni religiose e enti legati alla Santa Sede. Ancora più importante, per capire la solidità dell’Istituto è il patrimonio netto, che ha superato gli 815 milioni di euro. Questo valore rappresenta, in sostanza, il “cuscinetto” di sicurezza a disposizione dell’istituto, il quale può servirsi di queste risorse proprie che servono ad assorbire eventuali perdite future. Collegato a questo c’è il Tier 1 ratio, un indice tecnico che misura il rapporto tra il capitale di migliore qualità e le attività rischiose.

Con un valore che sfiora il 72%, lo IOR si colloca, anche su questo fronte, su livelli di robustezza rarissimi nel panorama finanziario internazionale, ben oltre i requisiti minimi richiesti alle banche (che si attestano attorno al 7%). Come viene gestita quindi questa ricchezza? Il bilancio ci dice che, oltre alle Opere di religione e carità, una parte significativa degli utili dello IOR vengono distribuiti sotto forma di dividendo al Santo Padre, che riceverà nello specifico 24,3 milioni di euro. In un contesto laico questa voce suonerebbe come la remunerazione di un azionista, ma è lo stesso IOR a mettere nero su bianco che la Chiesa non mira tecnicamente a massimizzare i profitti fini a sé stessi, ma a posizionare invece la finanza al servizio di una missione più ampia di cui il Papa è chiaramente il principale abilitatore.  

Finita la “cultura del segreto”

Dietro una sfilata di numeri impeccabili, però, il bilancio 2025 dello IOR potrebbe raccontare anche un’altra storia, fatta soprattutto di passaggi di testimone ma anche di cicatrici del passato. Il 2025, infatti, non è solo l’anno dell’utile record e del dividendo più generoso mai destinato al Papa, ma segna anche la fine della lunga missione di Jean‑Baptiste de Franssu, presidente dello IOR per dodici anni. Un mandato iniziato nel 2014 con l’obiettivo di rendere lo IOR effettivamente uguale a qualunque altro istituto bancario, proprio mentre l’ente usciva da una delle fasi più oscure della sua storia. Quando de Franssu arriva allo IOR, i profitti erano persino più alti di oggi, ma maturavano, come lui stesso ha ammesso, in una “zona grigia” della finanza internazionale, se non addirittura oltre la linea rossa. Tra il 2004 e il 2014, secondo quanto ricostruito in alcune inchieste, l’Istituto sarebbe stato “saccheggiato” di circa 150 milioni di euro, tra mala gestione, appropriazioni indebite e pratiche opache. L’ex presidente Angelo Caloia è stato condannato per appropriazione indebita a danno dello IOR, così come l’ex direttore generale Paolo Cipriani e il suo vice Massimo Tulli

Per decenni lo IOR aveva in effetti operato dentro una “cultura del segreto”, come ha commentato testualmente lo stesso De Franssu, alimentata soprattutto dal contesto geopolitico della Guerra Fredda. De Franssu, come viene riportato in un articolo de Il Messaggero, ricorda inoltre come l’istituto fosse stato usato in passato per trasferire denaro verso Paesi ostili alla Chiesa, aggirando controlli e restrizioni (il più famoso di questi casi è forse il finanziamento di Giovanni Paolo II di Solidarnosc in Polonia con fondi vaticani per contribuire alla caduta del muro di Berlino). È un’eredità pesantissima, che spiega perché a inizio aprile di quest’anno, quando De Franssu consegna le chiavi a François Pauly, il nuovo presidente del Consiglio di Sovrintendenza dello IOR, ci tiene a sottolineare che sta lasciando un’Istituzione che, parole sue, “non è più un paradiso fiscale”, ma una banca con regole chiare e controlli stringenti.  

A completare il quadro dei risultati finanziari dello IOR c’è un tassello meno noto al grande pubblico ma molto indicativo della direzione strategica intrapresa dall’Istituto. Si tratta della creazione di indici azionari propri, sviluppati in collaborazione con Morningstar, ovvero il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e Morningstar IOR US Catholic Principles. Non sono prodotti finanziari in cui investire direttamente, ma benchmark, cioè parametri di riferimento che servono per misurare come va un investimento e per verificare se chi gestisce un patrimonio sta ottenendo risultati coerenti con il mercato di riferimento. Qui, però, il mercato viene prima “filtrato” sulla base di criteri morali ben precisi. Gli indici IOR, infatti, si ispirano alla dottrina sociale della Chiesa cattolica dando vita a panieri di circa cinquanta società a media e grande capitalizzazione, negli Stati Uniti e nell’Eurozona, che rappresentano la parte considerata compatibile con una specifica visione morale dell’economia. Restano fuori, per esempio, le imprese coinvolte nella produzione di armi, nella pornografia, nel gioco d’azzardo, nelle dipendenze, nelle attività sanitarie considerate contrarie alla tutela della vita, così come i gruppi legati al carbone, ad attività energetiche ad alto impatto ambientale o a produzioni significative di tabacco e alcol.

All’interno dei benchmark trovano però spazio grandi multinazionali ben note, soprattutto nel settore tecnologico come Meta Platforms, Amazon, Tesla e SAP. Dietro la costruzione di questi indici potrebbe celarsi quindi una prospettiva di medio periodo in cui l’infrastruttura esistente diventi pronta all’uso per eventuali strumenti finanziari futuri costruiti esplicitamente su principi cattolici. Letti insieme al bilancio record, questi indici ci mandano forse dei segnali di un’istituzione che, dopo aver chiuso la stagione delle emergenze, prova a giocare un ruolo più propositivo, contribuendo a ridefinirne i parametri. È in questo contesto che il cambio al vertice assume perciò un significato che va oltre la semplice scadenza del mandato. Formalmente, la fine dell’incarico di de Franssu rientra nella normale alternanza prevista dalla governance, ma sostanzialmente potrebbe anche rappresentare un passaggio di fase dall’epoca del risanamento e della “bonifica” a quella del consolidamento e della gestione ordinaria di una banca che ormai si muove a pieno titolo nel sistema finanziario internazionale.