La campagna del Cremlino contro le “sette” e i “culti distruttivi”, come li definiscono a Mosca, procede a ritmi serrati, in particolar modo contro i Testimoni di Geova. Nelle settimane scorse si sono registrate ulteriori operazioni di polizia ed anche delle condanne molto pesanti, mentre l’Occidente è sempre più interessato alla questione e parla apertamente di “persecuzione“, perciò occorre indagare su cosa sta accadendo e fare chiarezza, perché dietro l’apparente repressione insensata sembra celarsi l’ennesimo braccio di ferro geopolitico.

Le operazioni recenti

La geopolitica dietro il giro di vite?

Negli anni recenti il Cremlino ha messo in moto una gigantesca campagna anti-sette per fronteggiare quella che viene percepita come una vera e propria ondata di radicalizzazione fra la popolazione, specie quella più giovane. I testimoni di Geova rappresentano soltanto un capitolo di questa lotta anti-settaria, perché altrettanto numerose sono le operazioni di polizia condotte nei confronti di Scientology, di Hizb ut-Tahrir e Tablighi Jamaat. Queste ultime due sono organizzazioni islamiche che operano legalmente in molti Paesi del mondo, ma che in Russia e parte dell’Asia sono illegali poiché accusate di attività terroristiche.

Mentre nel caso di Hizb ut-Tahrir e di Tablighi Jamaat appare più chiaro il ruolo giocato da potenze come Turchia ed Arabia Saudita, che le finanziano e le strumentalizzano per perseguire i propri fini egemonici, la situazione dei testimoni di Geova è indubbiamente più complessa, ma uno sguardo alle carte processuali consente di comprendere l’origine dei sospetti russi.

La campagna contro i testimoni di Geova è iniziata tre anni fa, legittimata da una sentenza dell’aprile 2017 della corte suprema che ha dichiarato fuorilegge i 395 enti operanti nel territorio russo che erano alle dirette dipendenze del “Centro“. Quest’ultimo, dal 1991 si occupava della gestione degli affari e della vita comunitaria dei testimoni di Geova ed era finito sotto la lente degli investigatori e del Fsb dai primi anni 2000.

Oltre 15 anni di indagini hanno condotto polizia e servizi segreti a delle macabre scoperte: il Centro aggirava costantemente il divieto di importare e distribuire il materiale proveniente da “La torre di guardia“, la casa madre del gruppo religioso, ed era impegnato in attività propagandistiche antinazionali, i sermoni nelle chiese erano carichi di messaggi antigovernativi, suprematisti e d’odio religioso, e diversi fedeli erano coinvolti in azioni violente all’interno e all’esterno della comunità.

La sentenza della corte suprema ha tenuto conto di queste prove, fungendo da semaforo verde per lo smantellamento della rete ruotante attorno al Centro, facilitando l’apertura di fascicoli investigativi e la sorveglianza di coloro che sono sospettati di agire per conto di esso. La sentenza non ha dichiarato fuorilegge i testimoni di Geova, il loro culto è liberamente praticabile, ma il Centro e tutto ciò che lo riguarda.

Il sospetto è che il Centro, che continua ad operare clandestinamente, stia utilizzando i testimoni di Geova come un’arma per ampliare le divisioni interetniche e interreligiose negli angoli più remoti del Paese, i sermoni d’odio andrebbero inquadrati in tal senso, agendo per conto “di terzi“. Questi terzi altro non sarebbero che i finanziatori esteri, perché le ultime operazioni di polizia in Dagestan hanno appurato che i vertici delle cellule clandestine ricevessero denaro dall’estero e loro stessi avessero ricevuto “formazione” fuori dai confini russi. Inoltre, se il Centro fosse realmente impegnato in attività esclusivamente religiose e pacifiche, non si spiegherebbero il ritrovamento di esplosivi e di materiale apologetico del terrorismo nelle dimore di diversi arrestati.

Non è da escludere che il Centro fosse divenuto la longa manus dell’asse euroamericano in Russia, perché il proselitismo era, ed è, diretto sostanzialmente alle minoranze etniche aventi trascorsi conflittuali con i russi etnici, gli slavi, e in contesti tanto difficili, predicazioni d’odio e propaganda antigovernativa, rafforzati dalla presenza di piccoli arsenali, non possono che risultare lesivi per la pace sociale.

Riceviamo e pubblichiamo: Scriviamo in merito all’articolo del 22 marzo u.s. “Russia, la lotta ai Testimoni di Geova è sempre più estesa”, a firma di Emanuel Pietrobon. Pur rispettando il diritto di ognuno di esprimere le proprie opinioni, non possiamo fare a meno di segnalare che l’articolo contiene accuse gravi e infondate sulla confessione religiosa dei Testimoni di Geova, già pesantemente perseguitata nella Federazione Russa. Per sostenere la tesi secondo cui i Testimoni russi sarebbero responsabili di “azioni violente”, nonché di “predicazioni d’odio e propaganda antigovernativa”, l’autore afferma – fra le altre cose – che “nelle dimore di diversi arrestati” sarebbero stati ritrovati degli “esplosivi”, rimandando a un articolo del giornale The Moscow Times. È degno di nota tuttavia che è proprio lo stesso articolo a smentire la notizia: vi si legge infatti che gli “esplosivi” ritrovati a casa della fedele russa cui il Pietrobon fa riferimento erano in realtà vecchi cimeli di guerra che non appartenevano nemmeno a lei ma a suo marito, il quale non è testimone di Geova. I Testimoni di Geova sono noti in tutto il mondo perché rifiutano ogni forma di violenza: sotto il nazismo, così come sotto il comunismo, furono perseguitati e uccisi proprio perché non vollero imbracciare le armi e fare del male al prossimo. Il loro comportamento non è cambiato, né in Russia né altrove. Il 12 marzo scorso, con una dichiarazione ufficiale, tutti gli Stati membri dell’Unione Europea (fra cui l’Italia) hanno espresso “profonda preoccupazione per i recenti rapporti relativi alle torture e altri maltrattamenti subiti dai molti testimoni di Geova” in Russia. Quale membro OSCE, l’UE ha ribadito che la Russia è tenuta a interrompere la persecuzione in atto e proteggere le vittime, garantendo a tutti – “inclusi i Testimoni di Geova” – di godere pacificamente del diritto alla libertà di religione e di credo.