Nei giorni scorsi la città siriana di Saidnaya, a poche decine di chilometri da Damasco, ha vissuto una giornata che dovrebbe far capire molte cose a coloro che hanno seguito la cruenta crisi siriana esplosa nel 2011 e non ancora terminata. Nella città di Nostra Signora (questo vuol dire, infatti, Saidnaya, e con ogni probabilità il nome deriva da una preziosa icona della Vergine, attribuita al pennello di San Luca e venerata sia dai cristiani sia dai musulmani), e in particolare presso il monastero di Mar Touma (San Tommaso), si è svolto un campo estivo dei giovani siro-cattolici, presieduto dal patriarca Ignace Youssif III Younan.

Durante una delle giornate del raduno è arrivata la visita a sorpresa del presidente Bashar al Assad, che ha incontrato i ragazzi, ha risposto alle loro domande e ha pure accettato di partecipare alla preghiera di gruppo. Non è mancato, ovviamente, un caloroso incontro con il patriarca Younan.

Chi ha sostenuto le ragioni della rivolta del 2011, come chi non si è troppo preoccupato di che cosa sarebbe potuto succedere in Siria se avessero vinto gli islamisti finanziati dalle petromonarchie del Golfo Persico, trova in una situazione come questa lo spunto per ripetere argomenti assai noti. E cioè, che i cristiani siriani sono “venduti” ad Assad, che barattano un’idea di possibile libertà e democrazia per la protezione concessa dal tiranno e così via. Certo, non è difficile immaginare che la visita di Assad non fosse poi così a sorpresa, che agli occhi del Presidente questa sia stata una perfetta photo opportunity di propaganda e così via. Ma anche questa sarebbe una lettura parziale e, alla fin fine, distorta rispetto a una realtà assai più complessa.

Intanto non è vero che i cristiani di Siria si siano tutti schierati con Assad (diversi capi della rivolta della prima ora erano appunto cristiani) e lo abbiano fatto a priori, per partito preso. Al contrario: nel 2011, nelle fasi iniziali della guerra civile, i cristiani hanno osservato la situazione e si sono “schierati” con il Governo solo dopo aver constatato che i gruppi islamisti stavano prendendo il sopravvento. Chi non lo sa o non ci crede dovrebbe consultare la ricerca svolta sul campo, cioè in Siria, dal gruppo The day after, basato a Istanbul e certo non pro-Assad. Secondo lo studio, il 45% dei cristiani nel 2011 sosteneva che la causa della rivolta stava “nel regime autoritario” e “nel desiderio di ottenere uno Stato più democratico”.

Non a caso, infatti, i leader di tutte le Chiese cristiane di Siria hanno tenacemente rifiutato di fornire qualunque forma di legittimazione ufficiale alle milizie pro-Governo che nel tempo si sono formate in tutto il Paese e che volevano appunto qualificarsi come “cristiane”.

Questo ci riporta appunto a Saidnaya, centro affollato di monasteri e luogo decisivo, insieme con la vicina Maaloula, per la cultura cristiana della Siria. Ma anche baluardo del potere di Assad, perché sede di una guarnigione e della più famosa e famigerata prigione del regime, un carcere capace di segregare fino a 30 mila prigionieri.

Le visite a Maaloula e Saidnaya da parte di Assad sono state numerose, negli ultimi anni. Anche in periodi per lui assai più pericolosi di questo. Ma Saidnaya ha una storia particolare. Nel 2013 fu attaccata dai miliziani di Al Nusra e gli abitanti, in grande maggioranza cristiani, si tassarono per comprare armi e difendere il monastero di Nostra Signora, obiettivo degli islamisti. Furono loro a respingere gli assalti, prima che arrivassero i soldati a piazzare i cannoni davanti al monastero. Tra i civili ci furono morti e feriti e, tra le altre conseguenze, un aumento esponenziale dell’orgoglio cristiano-patriottico della comunità locale.

La milizia formatasi in quel frangente aveva preso il nome di Usud al-Qarubim(i Leoni dei Cherubini), e ha finito però col farsi assorbire dagli Huras al-Fajr(i Guardiani dell’Alba), una federazione di gruppi cristiani che collabora con i servizi di intelligencedell’aviazione siriana, la punta di lancia del sostegno poliziesco ad Assad.

La vicenda, quindi, mostra le due facce del problema. Da un lato la difesa della comunità e della profonda identità cristiana della Siria da parte dei cristiani stessi, pronti ad assumersi in prima persona tale responsabilità. Dall’altro l’affiliazione a un Governo che, nella sostanza, viene vissuto non come una scelta ma come una necessità. Nei viaggi in Siria di questi anni non ho mai incontrato un cristiano, né semplice fedele né religioso altolocato, che non auspicasse una decisa riforma in senso democratico dello Stato. Ma nemmeno un cristiano al quale non fosse chiaro che, subornata dai jihadisti la parte nobile della rivolta del 2011, solo un potere forte poteva impedire la distruzione della loro comunità.

D’altra parte è chiara la lezione degli eventi degli ultimi quindici anni. In Iraq, Paese “liberato” e “democratizzato” dall’invasione anglo-americana del 2003, la comunità cristiana è affrancata dall’ombra di qualunque autocrate ma è anche ridotta ai minimi termini. Qualcuno teme prossima all’estinzione. In Siria la comunità cristiana è stata dimezzata ma non rischia l’estinzione e, anzi, sia pure molto lentamente, comincia a ripopolarsi.