Che cosa l’Europa del domani abbia in serbo per il cristianesimo è ampiamente intuibile già oggi: la civiltà che, più di ogni altra al mondo, è stata forgiata e plasmata dal messaggio senza tempo di Gesù di Nazareth ha voltato le spalle al proprio passato e sta costruendosi una nuova identità, post-cristiana. Dinamiche demografiche, come in Francia e in Germania, spesso accompagnate da processi di secolarizzazione in stadio avanzato, come nei Paesi Bassi e in Irlanda, hanno determinato l’avvento di una nuova epoca per l’Europa, la cui entrata nel lungo sonno della “fine della storia” predetto da Francis Fukuyama ha significato inevitabilmente la fine della cristianità.

Tutto sembra suggerire che questa transizione identitaria dalla portata rivoluzionaria non avverrà in maniera pacifica, perché l’arrendevolezza e la remissività che caratterizzano clero e fedeli, in particolare delle galassie cattolica e protestante, stanno esacerbando il clima di scontro con i fautori e i sostenitori del cambio di paradigma, in primis la sinistra radicale e laicista e in secundis il fondamentalismo islamico, come dimostra l’aumento degli atti anticristiani in tutto il Vecchio Continente. Questa realtà, destinata ad aggravarsi negli anni a venire, deve spingere il mondo cristiano in via di estinzione a porsi un quesito di vitale importanza: quale spazio per le “minoranze creative” in società sempre più repressive e oppressive nei loro confronti?

Quei pensatori in difesa del cristianesimo

L’agenda per la ri-evangelizzazione dell’Europa elaborata dal carismatico duo Wojtyla-Ratzinger all’indomani della caduta dell’impero comunista non ha funzionato e il percorso verso la scristianizzazione del Vecchio Continente sembra essere inevitabile. Comprendendo questa realtà, oggettiva e fattuale, l’attuale Papa emerito ha invitato a più riprese le sempre più crepuscolari comunità cattoliche a reinventare se stesse e il loro ruolo all’interno delle società in cui risiedono, trasformandosi da minoranze remissive a minoranze creative.

Creatività, nell’ottica ratzingeriana, equivale a produzione di idee socialmente utili e sviluppo di capacità di resistenza alla secolarizzazione; l’alternativa sarebbe la morte definitiva del cristianesimo, condannato alla musealizzazione al pari dei politeismi dell’Antica Roma e dell’Antica Grecia. L’importanza di preservare e perpetuare la creatività cristiana che nei secoli ha plasmato in maniera radicale e fondamentale i popoli europei, contribuendo allo sviluppo delle arti, delle scienze, della cultura e delle stesse identità nazionali, sta venendo compresa anche da pensatori sui generis, come Eugenio Scalfari, ateo cristiano e fondatore de La Repubblica, Eric Zemmour, ebreo francese, e Michel Houellebecq, nichilista.

Scalfari ha criticato coraggiosamente gli eccessi dell’ateismo militante, oltre che l’egemonia culturale da esso costruita nei decenni, Zemmour ha denunciato l’arrendevolezza del cattolicesimo al “mondo” e la femminilizzazione del maschio europeo, mentre Houellebecq sta utlizzando la letteratura per sensibilizzare l’opinione pubblica francese (e occidentale) sui rischi dell’islamizzazione e sulla vacuità dell’epoca contemporanea dominata dal consumismo, dall’edonismo e dall’iper-individualizzazione. Si tratta di tre critiche differenti alla società occidentale post-cristiana, eppure al tempo stesso simili e complementari, guidate da un filo comune: l’appello implicito alla chiesa cattolica a non cedere il passo ai tempi e a continuare ad essere la voce spirituale e morale degli europei.

Creatività e repressione

Il principale ostacolo alla trasformazione del cattolicesimo, ma anche del protestantesimo, in una minoranza creativa è la tiepidezza che ne caratterizza i membri: le proposte di costituire partiti politici a rappresentanza dei cristiani cadono periodicamente nel dimenticatoio, sia per mancanza di volontà dei fedeli che per la mancanza di appoggio da parte del clero, scarseggiano le mobilitazioni per protestare contro le “colonizzazioni ideologiche” denunciate da Papa Francesco, e persino le violenze anticristiane vengono accettate con remissività, dalla Francia alla Polonia.

La tiepidezza è il motivo per cui il cristianesimo sta scomparendo dall’orizzonte degli europei, soppiantato da vecchie e nuove religioni e/o da ideologie politiche che, al contrario, sono energetiche, dinamiche e, soprattutto, sono pronte a scendere in piazza per difendere i loro interessi. Di queste religioni l’islam è, indubbiamente, quella che sta lavorando con maggiore intensità per approfittare del crollo dell’ordine cristiano-centrico: partiti politici, associazioni caritatevoli, campagne di proselitismo in strada e in rete, boicottaggi e proteste contro leggi ritenute lesive nei confronti della umma, dalla questione burkini al più recente progetto macroniano contro il separatismo islamista.

L’islam, che affronta gli stessi ostacoli del cristianesimo, è la prova vivente della validità della proposta ratzingeriana sulle minoranze creative: non è con la tiepidezza, ma con la vitalità e il senso comunitario che può essere combattuto, e forse vinto, il disegno ultra-laicista e velatamente irreligioso che guida le agende dei partiti liberali del Vecchio Continente. Quella che, a volte, viene dipinta come islamizzazione, in realtà, non è altro che una vittoria delle comunità musulmane sul laicismo alla francese per mezzo della mobilitazione a oltranza, del lobbismo a livello politico e della sensibilizzazione a livello sociale.

Se nell’Europa del domani vi sarà più spazio per l’islam (e per altre religioni e ideologie) che per il cristianesimo non sarà soltanto per questioni di demografia o ineluttabilità storica, sarà anche e soprattutto perché il primo ha compreso la potenza del messaggio di Benedetto XVI e ha reagito agli schemi repressivi dell’ateismo e del laicismo militanti comportandosi da minoranza creativa.

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