Lo studio delle società secolarizzate è utile per una serie di ragioni, prima fra tutte la confutazione dei falsi miti. Le chiese cristiane, da quella cattolica a quella ortodossa, per lungo tempo hanno misurato la religiosità dei fedeli, veri o presunti tali, sulla base di indicatori imperfetti quali battesimo e matrimonio, ignorando e/o trascurando l’importanza di rilevatori–rivelatori quali l’osservanza dei precetti, l’adesione ai dogmi e la partecipazione alla vita di comunità e alle funzioni.

Questo modus cogitandi et agendi fallace ha impedito alle chiese del Vecchio Continente, in particolare dell’Europa occidentale, di cogliere la vastità e la storicità dei processi di secolarizzazione e, quindi, di agire tempestivamente per fermarli e/o frenarli. Conseguenza naturale e ineluttabile di una simile miopia è stata la graduale trasformazione dell’anima, dell’identità e del volto dell’Europa, da culla della cristianità a continente ateo.

Spesso, ma non sempre, le chiese si accorgono della secolarizzazione in occasione di consultazioni referendarie riguardanti temi etici e legati al diritto della famiglia, ovverosia su temi come interruzione volontaria di gravidanza, eutanasia, divorzio e matrimoni arcobaleno, mentre altre volte vengono coartate ad accettare la realtà dei fatti da eventi traumatici, come gli sciami di violenza irreligiosa, o aggressioni culturali, come la scristianizzazione dei vocabolari.

L’Italia, ad esempio, si è scoperta secolarizzata in occasione del referendum abrogativo sul divorzio del 1974; la Francia a causa dei livelli di partecipazione alle messe che rasentano lo zero e degli attacchi cristianofobi in aumento su base annua; e la Polonia, molto più recentemente, a seguito degli accadimenti che hanno scosso l’ultimo quarto del 2020.

Similmente ai casi soprascritti, la Chiesa cattolica del Portogallo, patria dei Reis Fidelissimos e storico esportatore del Vangelo, si è accorta di aver perduto prestigio, presa e influenza, tanto nella società quanto nella politica, fallendo nel rallentare l’avanzata dell’ideologia liberal nella sfera culturale e nell’impedire la legalizzazione di aborto, matrimoni (e adozioni) omosessuali ed eutanasia.

Un Paese a maggioranza cattolica?

La grande sorpresa delle ultime presidenziali portoghese, stravinte da Marcelo Rebelo de Sousa (il favorito in ogni pronostico), è stato il neonato partito di destra conservatrice Chega di André Ventura. Ventura ha terminato la corsa alla presidenza in terza posizione (11,9% delle preferenze, ovvero 497.746 voti), piaggiando a brevissima distanza da Ana Gomes del Partito Socialista (13%, ossia 540.823), un risultato più che ragguardevole in considerazione delle origini recenti, della carenza di appoggi nella politica tradizionale e dell’antagonismo della grande stampa.

La prestazione di Chega, unica forza politica apertamente conservatrice e mirante alla difesa della famiglia naturale e al recupero dei valori sociali e culturali di ispirazione cristiana, è stata letta come l’evidenza che la Chiesa cattolica e il cattolicesimo non sono (ancora) morti nella patria di Vasco da Gama e Pedro Alvares Cabral. Nel dopo-elezioni, però, la legalizzazione dell’eutanasia ha riaperto il dibattito su cosa permanga dell’idea cattolica in Portogallo.

La grande stampa ha descritto gli accadimenti che stanno avendo luogo nel Paese iberico, dall’ascesa di Chega all’eutanasia, in termini di realtà a maggioranza cattolica che sta scontrandosi con la secolarizzazione e con la modernità. Si tratta di letture che, tuttavia, non reggono alla prova dei fatti e che, soprattutto, palesano una profonda ignoranza sul Portogallo.

Come avevamo scritto sulle nostre colonne nell’ante-presidenziali, Chega avrebbe avuto soltanto un modo per ampliare la propria base elettorale e migliorare le proprie prestazioni, sino ad allora oscillanti fra l’1% e il 5%: diluire la retorica conservatrice con elementi tipici delle forze antisistema, ovverosia la lotta agli sprechi, alla corruzione e alla gerontocrazia. La terza–quasi–seconda posizione è stata conquistata più per merito del cambio di strategia, qui illustrato ed effettivamente avvenuto, che per il programma simil-estadonovista propugnato da Ventura.

Del resto, se il cattolicesimo fosse realmente la forza motrice descritta dai censimenti (religione dell’81% della popolazione, dati 2011), partiti che strizzano l’occhio ai valori evangelici, come Chega, non alternerebbero prestazioni fra l’1 e il 5% – aumentabili solo a condizione di eterogeneizzare e laicizzare i loro obiettivi programmatici –, e la politica tradizionale non sarebbe egemonizzata da alcune delle forze progressiste più avanguardistiche d’Occidente.

Una nazione scristianizzata

Sebbene la maggioranza della popolazione continui a dichiararsi cattolica – l’81%, secondo il censimento del 2011 –, i numeri descrivono una realtà postcristiana: il consenso popolare verso il matrimonio omosessuale è al 74% (Eurobarometer, 2019) e verso l’eutanasia è al 50,5% (Istituto Universitario Egaz Moniz, 2020), mentre la legalizzazione dell’aborto è avvenuta a mezzo referendum nel 2007 con il 59,3% delle preferenze.

In nessuno dei casi soprascritti, dai matrimoni omosessuali all’eutanasia, la Chiesa cattolica è mai riuscita a concretizzare un’opposizione tanto largheggiante da condizionare ed oscurare i propositi della dirigenza politica. Come accaduto anni or sono per la questione aborto, nei mesi scorsi l’esigua minoranza cattolica aveva chiesto all’esecutivo di sottoporre il fascicolo eutanasia al volere popolare: i risultati di un eventuale referendum, però, avrebbero potuto essere deludenti, anche alla luce dei sondaggi.

Se non bastassero i risultati referendari e le magre prestazioni del conservatorismo a decostruire la falsa immagine sul Portogallo che la stampa continua a veicolare e perpetuare, altri dati potrebbero essere utilizzati per corroborare e validare definitivamente la tesi della scristianizzazione. Ad esempio, di quell’81% della popolazione teoricamente cattolico – 83%, secondo il Pew Research Center –, soltanto il 35% frequenterebbe in maniera regolare la messa, ovvero uno su tre.

Inoltre, i numeri su affiliazione e osservanza decrescono in maniera inversamente proporzionale all’età, sulla falsariga di una tendenza comune al resto del continente: secondo un recente studio (2018) dell’università Saint Mary di Twickenham, la gioventù lusitana (16–29 anni) sarebbe sostanzialmente divisa tra non credenti (il 42%) e non praticanti (tra coloro che si dichiarano cattolici, il 27% frequenta regolarmente la messa domenicale e il 17% non vi partecipa mai).

Dati e fatti alla mano, si può concludere che il Portogallo è una nazione estesamente scristianizzata, dove la religione viene vissuta più per cultura che per fede – il fenomeno dell’appartenenza senza credenza – e, invero, ha cessato di incidere in maniera rilevante nella politica e nella società da oltre una decade.

In conclusione, e in assenza di studi approfonditi sull’argomento, su origini e ragioni della decattolicizzazione repentina e multilivello si possono soltanto elaborare congetture basate su ragionamenti intuitivi e deduttivi. Un’ipotesi è che la scristianizzazione sia stata, e sia, la risposta fisiologica di una società che ha sperimentato un quarantennio di conservatorismo imposto coercitivamente dall’alto durante l’Estado Novo (1933–1974) e che, con la fine di un’epoca, ha voluto sposare in toto ogni riforma implementata nel nome del liberalismo e del progressismo per troncare con un passato scomodo e gettato nella damnatio memoriae.