Dopo anni di indiscrezioni, l’8 giugno, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha confermato l’esistenza di un piano ufficiale per la riconversione in moschea dell’ex cattedrale di Santa Sofia, adibita a museo nel 1935. Gli animi con la vicina Grecia si stanno già surriscaldando, ed è possibile che insorga anche una parte della comunità internazionale, ma una cosa è certa: se Erdogan vorrà realmente concretizzare il progetto, lo farà.

L’annuncio storico

Le indiscrezioni inerenti la riconversione in moschea della fu cattedrale più famosa del mondo circolano da anni, ma nelle settimane scorse sono aumentate in maniera significativa, diffuse dai media turchi e riprese da quelli greci. A svelare la notizia, poco prima dell’intervento ufficiale del presidente turco, è stato il più antico quotidiano in lingua inglese del paese, lo Hürriyet Daily News, che il 5 giugno rivelava: Erdogan ha dato istruzioni al Consiglio Esecutivo Centrale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) per elaborare un piano d’azione che indichi come ri-adibire a moschea quello che oggi è un museo.

Lo scoop ha suscitato emozioni e reazioni negative ad Atene, dove si continua a ritenere il complesso come un elemento caratterizzante dell’identità nazionale greco-ortodossa, e questo ha spinto il presidente turco ad apparire in televisione, sui canali Trt, per rompere il silenzio e confermare le indiscrezioni, arricchendo il tutto con delle minacce: “Stanno dicendo: Non trasformare Santa Sofia in una moschea. Comandate voi la Turchia, o noi comandiamo la Turchia? Non è la Grecia ad amministrare questa terra, perciò dovrebbe evitare di fare simili commenti. Se la Grecia non sa qual è il suo posto, la Turchia saprà come rispondere.”

L’idea di Erdogan è stata accolta positivamente anche dall’opposizione. Mustafa Destici, capo del Partito della Grande Unità (Bbp), ha dichiarato: “Santa Sofia è un simbolo di conquista. La nostra opinione è che, la riapertura di Santa Sofia, lungi dall’essere una semplice necessità e rivendicazione di una reliquia di una conquista, è una questione di sovranità ed indipendenza. [Sarà riaperta] rispettando il volere del conquistatore [ndr. Maometto II]”.

Una mossa prevista e prevedibile

L’ex cattedrale di Santa Sofia ha funto da sede e simbolo della cristianità ortodossa dal 537 al 1453, rappresentando la massima espressione dell’architettura bizantina ed il cuore dell’impero romano d’oriente. Dopo la presa di Costantinopoli, l’edificio fu trasformato in moschea e tale rimase fino alla fine dell’era ottomana e all’ascesa della repubblica. Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna, laica e con lo sguardo rivolto all’Ovest, decise di convertirla in un museo per mostrare agli alleati occidentali quanto fosse netta la rottura con il passato.

Lo status laico della struttura ha iniziato a diventare fonte di insofferenza per una parte dell’opinione pubblica e del mondo politico nell’ultima decade, in concomitanza con la progressiva re-islamizzazione delle masse portata avanti dall’Akp. Gli eventi ed i segnali che hanno preceduto la storica decisione di Erdogan sono stati molteplici: dal 2013 ai muezzin è consentito cantare internamente il richiamo alla preghiera (adhān) dai minareti dell’edificio per due volte al giorno, il 1 luglio 2016 è stato consentito l’utilizzo dei minareti per cantare il primo adhān rivolto all’intera città in occasione della notte del destino (Laylat al-Qadr), per la prima volta in 85 anni, mentre il 13 maggio ed il 21 giugno 2017 hanno avuto luogo, rispettivamente, una grande manifestazione dell’Anatolia Youth Association dinanzi l’edificio per chiederne il ritorno a moschea e la recita del Corano al suo interno in diretta televisiva, su Trt, sempre in occasione della notte del destino.

Erdogan ha saputo cavalcare l’onda del nazionalismo islamico che sta travolgendo la società turca, da lui stesso alimentata (ma non creata), e negli ultimi tre anni ha rotto diversi tabù, mostrandosi favorevole ad accogliere le richieste di popolo e politica. Il 31 marzo 2018, il presidente turco ha recitato dei versi del Corano all’interno dell’ex cattedrale, dedicando le sue preghiere “alle anime di tutti coloro che ci hanno lasciato questo lavoro come eredità, specialmente il conquistatore di Istanbul”.

Il 27 marzo dell’anno successivo viene dato l’annuncio storico da Erdogan in persona: Santa Sofia sarà riconvertita in moschea. La proposta del presidente turco, però, riceve un primo ed importante stop dall’Unesco: essendo la struttura in questione un patrimonio dell’umanità ed essendo la Turchia contraente della convenzione per la protezione del patrimonio mondiale, qualsiasi proposta di modifica dovrà prima essere sottoposta all’attenzione dell’ente e ricevere da questi l’approvazione.

Lo stop dell’Unesco sembrava aver fatto cadere il progetto nel dimenticatoio, ma il 2020 ha dimostrato che il sogno di ri-trasformare Santa Sofia nella moschea dell’impero è ancora in piedi. Prima che Erdogan ordinasse all’Akp di pensare ad un piano d’azione, il 29 maggio, durante le celebrazioni in grande stile per il 567esimo anniversario della cattura di Costantinopoli, l’ex cattedrale è stata scelta per una recita speciale del Corano, sullo sfondo di uno spettacolo pirotecnico che ha illuminato la notte di Istanbul.

Santa Sofia, l’Occidente e la Turchia

Mentre in Turchia è sempre più manifesto ed esteso il risveglio identitario delle masse pronosticato più di vent’anni fa dal politologo Samuel Huntington, negli Stati Uniti e in gran parte dell’Unione Europea infuria la battaglia iconoclasta dei gruppi della sinistra radicale, che chiedono la rimozione di statue e monumenti dedicati ai grandi personaggi del passato, da Cristoforo Colombo a Winston Churchill, nel nome della costruzione di una nuova identità occidentale, priva e privata di ogni suo elemento costitutivo.

Due civiltà, quella turca e quella occidentale, accomunate da un passato parzialmente condiviso ma che sembrano destinate ad intraprendere percorsi profondamente diversi. Nel caso turco, lo sbocco naturale di tale cammino potrebbe essere una rinascita neo-imperiale di cui le grandi potenze del globo dovranno tenere necessariamente conto, e di cui la debole Ue sta già pagando il prezzo: dalle crisi dei migranti all’agenda neo-ottomana nei Balcani e alla recente micro-invasione della Grecia.

Nel caso occidentale, potrebbe essere distopica la meta finale di società e classi politiche che scelgono volontariamente di superare la loro storia per creare delle identità a-identitarie, estremamente fragili e vulnerabili in quanto puramente artificiali ed essenzialmente caratterizzate da anonimato e nichilismo. Oggi sono le lotte di Black Lives Matter ed Antifa per la caduta nella damnatio memorae di quelli che Thomas Carlyle definiva i “grandi uomini” che scrivono la storia, ieri erano le lotte dell’ateismo militante per l’estromissione di fede e cristianesimo dalla vita pubblica, domani potrebbe non rimanere più nulla da de-costruire e svuotare di significato.

La ri-conversione in moschea di Santa Sofia parla, quindi, allo stesso modo a Turchia ed Occidente: è un segno dei tempi eloquente che accade mentre la prima è spettatrice della propria rinascita, tanto in termini di cultura che di potere e potenza, e mentre il secondo è travolto da una crisi d’identità senza precedenti che rischia di accelerare ed aggravare le tappe di un declino, forse, inevitabile.

La Turchia ha deciso di tornare alle proprie origini, vedendo nell’islam e nell’eredità ottomana delle ancore di salvezza fondamentali per sopravvivere ai processi di omologazione e di distruzione creatrice della globalizzazione, l’Occidente potrebbe e dovrebbe imparare dal fu malato d’Europa che, oggi, malato più non è: la preservazione del passato è la chiave per garantire l’esistenza di un futuro.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME