Num alio genere Furiarum declamatores inquietantur. Con queste parole comincia il Satyricon , capolavoro letterario di un tale Petronio, identificato quasi unanimamente in Tito Petronio Nigro, personaggio di spicco della corte neroniana che cadde in disgrazia, secondo la testimonianza di Tacito, dopo la fallita congiura pisoniana del 65 d.C e costretto a togliersi la vita. La trama del Satyricon, come è ben noto, vede le peripezie di Encolpio e del suo compagno di ventura Ascilto, intenti a conquistare le grazie del bel Gitone. Ad essi si aggiungerà Eumolpo, poeta guadente che porterà l’intera compagnia a sbarcare a Crotone, luogo dove termina il romanzo ( o meglio la parte del romanzo che è giunta a noi, poiché disponiamo di frammenti dal libro XIV al libro XVI). Ma tralasciamo i caratteri di ordine generale dell’opera per concentrarci su un aspetto che ha sempre affascinato gli studiosi,ossia il rapporto tra Petronio e il Cristianesimo delle origini.
I primi legami tra Cristiani e Romani sotto l’Impero Romano sono ricchi di avvenimenti: già nel principato di Tiberio nel 35 d.C un senatusconsultum,proclamato dallo stesso imperatore, tentò di proporre la consecratio di Cristo quale nuova divinità dell’Impero, ma il progetto fallì. Durante il regno di Claudio si continuò una politica di pacificazione verso quella che allora era ritenuta, dai Romani, non una nuova religione ma una divisione all’interno dell’Ebraismo. Come testimoniano gli Atti degli Apostoli, vi furono anche incontri tra le personalità cristiane e figure istituzionali romane: il più famoso e studiato è certamente quello tra Paolo e Gallione.

Sarà il 64 d.C., anno dell’Incendio di Roma, il vero spartiacque tra potere imperiale e la nuova religione orientale. E’ plausibile che Petronio, facendo parte dell’establishment neroniano, conoscesse alcuni elementi del nuovo culto. Due sono i passi che dei quali gli studiosi si servono per sostenere legami tra l’opera e il Cristianesimo. Il primo è la Matrona di Efeso, una novella o, per meglio dire, una fabula milesia inserita all’interno del Satyricon. Essa è raccontata da Eumolpo e narra della storia d’amore che nasce tra una matrona rimasta vedova e un soldato che fa da guardia a due ladroni lasciati su delle croci. Durante uno dei frequenti incontri tra i due amanti, i cari di uno dei due ladroni ne trafugano il corpo e ne danno sepoltura. Tralasciando i caratteri di natura stilistica ed eventuali rapporti con la prosa favolistica di Esopo e di Fedro, è interessante soffermarsi sulla parte finale della novella: la maggioranza degli studiosi vede in essa una critica e un allusione parodica nei confronti del Cristianesimo. Il corpo del marito della Matrona che sembra essersi mosso da solo e l’incredulità della gente per il fatto rievocano l’episodio evangelico della Risurrezione. E non dimentichiamoci della trafugazione del corpo di uno dei due ladroni:avvenuto terto die, sarebbe da collegarsi alle accuse (come ben testimonia Mt 18, 12-15) rivolte, da parte del consesso ebraico e forse dello stesso Sinedrio ai discepoli di Gesù, che avrebbero sottratto il corpo del loro maestro per poi sostenerne la risurrezione. Il secondo e ultimo passo è il testamento di Eumolpo, che si colloca nella parte finale.
Viene letto il lascito di Eumolpo (non è ben chiaro se Eumolpo sia vivo o morto a questo punto della storia) e si afferma che, per ottenere i beni che spettano loro, gli eredi dovranno cibarsi del suo cadavere. Il cannibalismo rituale è un elemento molto comune nel mondo antico: basti pensare a Erodoto, che nel primo libro delle sue Storie dimostra come l’antropofagismo sia un fenomeno culturale proprio delle popolazioni barbare, oppure alla mitologia greca, con il mito di Crono che divora i propri figli. Ma qui Petronio fa un’operazione comune in quel periodo in ambito romano (come testimoniano Minucio Felice e Tertuliano): collega la questione dell’antropofagia, del cannibalismo rituale al Sacramento, all’Eucarestia, cose che certamente i cristiani non collegherebbero mai tra di loro.
E invece il popolo romano lo faceva, perché vedevano nei cristiani una setta di folli all’interno dell’Ebraismo (e già l’Ebraismo nell’impero romano non godeva di grandissima fama). Tra le altre cose, i primi cristiani vedevano nella celebrazione eucaristica più una comunione spirituale con Cristo che una presenza reale del corpo e del sangue di Cristo. Sarà infatti nel Medioevo, a partire da Carlo il Calvo che la Chiesa Cattolica si porrà questo problema. Interessante un passo del rescritto tra Plinio il Giovane e l’imperatore Traiano, dove il letterato comasco attesta al princeps che i Cristiani, quando si riunivano in assemblea, si cibavano di un particolare alimento, promiscuum tamen et innoxium ( “un cibo ordinario e peraltro innocente”). Ci sono tanti altri elementi che fanno pensare. Basti pensare al riferimento al gallicinium di petrina memoria oppure all’unzione di Trimalcione che ricorda quella di Betania, riferimenti che sembrerebbero presupporre una conoscenza del Vangelo di Marco. E’ immaginabile che Petronio non conoscesse il testo definitivo, ma che abbia sentito le testimonianze o di persone che avevano partecipato a quegli eventi oppure di individui che, aderendo alla comunità cristiana, avevano potuto avere testimonianza degli apostoli o di chi aveva conosciuto Gesù. Queste sono solo ragionevoli ipotesi, ma una cosa è certa: il Satyricon è un ‘opera enigmatica e affascinante, dove anche un rozzo come Trimalcione o una matrona promiscua hanno dietro una loro storia.