Piazza Tienanmen e i giovani, la religione e i fedeli. Due tematiche all’apparenza distanti tra loro ci aiutano capire perché nella Cina del XXI secolo si continua a dare la caccia ai credenti, siano essi cristiani, protestanti o islamici. Non conta quale, a Pechino è la religione in sé a esser vista con sospetto; o meglio la sua capacità di offrire libertà e speranza alle persone, un compito che, nella dottrina politica cinese, spetta solo e soltanto allo Stato. Cercare la libertà può spingere i cittadini ad andare oltre, a superare una pericolosa linea rossa che osa mettere in discussione l’intera legittimità del Partito Comunista Cinese. Inammissibile per il governo, memore di una emblematica lezione del passato. Nel 1989, mentre a Pechino l’esercito dovette usare le maniere forti per placare la folla assiepata in piazza Tienanmen, in Polonia i manifestanti pro democrazia riuscivano a soggiogare il governo comunista con l’aiuto fondamentale di Papa Giovanni Paolo II. Da allora la Cina ha rafforzato il controllo sulla religione, e teme che la fede possa essere un cavallo di Troia pieno di dissidenti pronti a rovesciare il partito da un momento all’altro.

Questione di numeri

Poco dopo i fatti di piazza Tinenamen, la Cina obbligò i gruppi cristiani presenti nel suo territorio a iscriversi in apposite associazioni patriottiche controllate dallo Stato, e come loro tutti i fedeli di qualsiasi religione. Oggi in Cina c’è libertà culto se si è iscritti a una di queste associazioni; chi pratica i culti al di fuori di esse, fa parte di una delle tante Chiese clandestine represse dalle autorità. Alcune statistiche quantificano in circa 100 milioni i cristiani presenti oltre la Muraglia, di cui solo 36 appartenenti alle associazioni statali. Le proiezioni per il futuro affermano che entro il 2030 il Paese potrebbe contare su quasi 250 milioni di cristiani; un numero enorme, considerando che il Partito Comunista conta 90 milioni di iscritti. Ecco, quindi, perché, secondo il Wall Street Journal, Xi Jinping avrebbe intensificato la repressione per punire chi non rispetta i regolamenti religiosi imposti dal governo, con arresti e chiusure di Chiese clandestine ormai all’ordine del giorno. Nonostante un accordo fra Cina e Vaticano sulle nomine episcopali, la situazione non è cambiata, anzi è addirittura peggiorata perché Xi intende rendere le religioni uno strumento del Partito.

“Meglio la persecuzione che aderire all’Associazione Patriottica”

Molti credenti rifiutano di piegarsi ai dettami del governo. Ci sono molti esempi utili a raccontare la battaglia per la fede attualmente in atto in Cina, e Monsignor Vincenzo Guo Xijin è uno di questi. Vescovo ausiliare di Mindong, Fujian, ha dichiarato di non voler aderire ad alcuna Chiesa statale, a costo di rischiare l’arresto. Come riportato da Asia News, Guo “è disposto a subire la persecuzione insieme agli altri sacerdoti non ufficiali piuttosto che aderire all’Associazione patriottica e costringere anche i suoi preti a prendere una simile decisione”. Il Monsignore cinese, riconosciuto dal Vaticano ma non ancora da Pechino, non ha intenzione di firmare un documento con cui si impegnerebbe a obbedire al nuovo vescovo della diocesi di cui fa parte, oltre che ai diktat statali. “Il governo – ha aggiunto Guo – ha già deciso di perseguitare i sacerdoti che si rifiutano di firmare la richiesta di adesione all’Associazione Patriottica. Se io non posso proteggerli, non voglio essere riconosciuto vescovo ausiliare da Pechino”. E così Guo ha ritirato la domanda di riconoscimento da parte del governo: “Sono pronto ad affrontare la persecuzione”.

Proteste cristiane a Hong Kong

A Hong Kong si rivede lo stretto legame tra proteste politiche e religione. L’amministratore apostolico della diocesi dell’ex colonia britannica, il cardinale John Tong, ha apprezzato le scuse che la governatrice locale, Carrie Lam, ha fatto ai manifestanti dopo le proteste scoppiate contro la legge sull’estradizione forzata in Cina. “Accettiamo le scuse che ha presentato – ha sottolineato Tong – ma adesso chiediamo al governo di aprire un’inchiesta indipendente per fare piena luce sugli scontri avvenuti tra polizia e manifestanti”. Non è finita qui, perché Tong aggiunge un altro carico da novanta, altra benzina sul fuoco: “La legge sull’estradizione è sospesa, ma ci auguriamo che presto sarà ritirata in risposta alle richieste dell’opinione pubblica”. Intanto i fedeli “clandestini”, in Cina, sono sempre più nel mirino delle autorità.