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Il Vaticano è entrato in gamba tesa nel dibattito pubblico italiano pronunciandosi ufficialmente sul Ddl Zan-Scalfarotto, il discusso e controverso disegno di legge sull’omotransfobia che violerebbe l’accordo di revisione del Concordato siglato nel 1984 dalle autorità d’Oltretevere e dal governo italiano di Bettino Craxi.

Secondo la Santa Sede, infatti, il Ddl sull’omotransfobia andrebbe rivisto (non eliminato, come erroneamente riportato) laddove violerebbe la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1-3 dell’accordo di revisione del Concordato  che assicurano alla Chiesa Cattolica in Italia “libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale”  e garanzie “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

“Chi ha concordato il Concordato?” è stato il commento del principale alfiere del Ddl Zan nel dibattito pubblico italiano, Fedez, che assieme a diversi esponenti della sinistra progressista ha alzato le barricate contro il Vaticano in una giornata, quella del 22 giugno, che dopo le esclusive rivelate dal Corriere della Sera è stata caratterizzata da un forte tam-tam mediatico e social attorno all’ipotesi radicale di abolizione del Concordato.

La nostra società odierna vive chiaramente in una fase contraddistinta dalla fine del mito dei competenti, e questo è palesemente sotto gli occhi di tutti, ma il mondo dei social, degli influencer e dell’immediatezza ha prodotto un fenomeno decisamente inverso, una diffusione generalizzata e spesso dannosa di opinioni semplicistiche, raffazzonate e fuorvianti, molto spesso promosse proprio da coloro che hanno i seguiti più vasti di follower e contatti. Riccardo Magi, deputato di +Europa, è stato il primo esponente delle istituzioni a portare nel dibattito il tema dell’abolizione del Concordato in ritorsione alla mossa senza precedenti della Santa Sede. Una posizione che, come vedremo, è semplicemente inattuabile.

In primo luogo perché il Concordato fondato sui Patti Lateranensi del 1929 e sugli Accordi di Villa Madama del 1984, sottoscritto da Italia e Santa Sede, ha un surplus di profondità giuridica e politica, stabilendo di fatto la costituzione della Città del Vaticano come Stato sovrano ed indipendente e trovandosi ad essere un ibrido tra un trattato internazionale e un accordo tra un’istituzione politica e una confessione religiosa come molti stipulati in precedenza dai Papi sin dai tempi di Napoleone.

In secondo luogo, perché la Costituzione italiana, all’Articolo 7 (dunque nel pieno dei principi fondamentali dello Stato), tutela con forma speciale l’intesa siglata dal nostro Paese con la Chiesa cattolica e le sue istituzioni. Il fatto che l’Articolo affermi che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” segnala per che motivo la nota vaticana si sia concentrata sulle questioni di merito del Ddl Zan e non sia stata strutturata come un’entrata in gamba tesa rischiosa. Nel 1948 la Costituzione entrò in vigore anche grazie alla mediazione che la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista riuscirono a trovare sull’inserimento del Concordato nella suprema carta, accettato con lungimiranza da Palmiro Togliatti. In sostanza, nota Il Sussidiario,la Costituzione italiana ha tutelato la realtà considerata parte integrante del sistema di valori civili, morali, politici e religiosi – ovvero la Chiesa: se questo dovesse cambiare in futuro, non è dato saperlo ad ora e di certo non dovrebbe essere il punto di discussione all’interno di un disegno di legge in tema di diritti civili-libertà di opinione”.

Infine, vi è una questione d’ordine politico di cui tenere conto. Il Vaticano non ha fatto, in fin dei conti, che esplicitare in termini chiari e precisi quanto già sottolineato dalla Conferenza episcopale italiana, che nelle scorse settimane non aveva chiuso unilateralmente al Ddl Zan ma chiesto solo, semplicemente, che i punti più controversi venissero chiariti e sanati. La nota con l’appello al Concordato è sicuramente dura, ma in sostanza dà applicazione a quanto aveva espresso nelle scorse settimane il cardinale Bassetti, presidente della Cei, che rispetto al ddl Zan contro l’omofobia aveva dichiarato che ci fosse ancora tempo per un “dialogo aperto” per arrivare a una soluzione priva di “ambiguità e di forzature legislative”. E la reazione aperturista di Enrico Letta, segretario di quel Partito Democratico che è il primo propugnatore della nuova legge, alla nota vaticana fa capire che proprio questo è l’obiettivo politico dell’Oltretevere.

Il punto, dunque, è sulla lettera del Concordato, sui suoi articoli espliciti, e non sulla ratio di fondo che ne ha giustificato la promozione e la stipulazione. Ogni dibattito da social sugli inviti al governo italiano a recedere unilateralmente da un accordo che regola i rapporti con la principale confessione religiosa del Paese e determina l’indipendenza di uno Stato sovrano per le questioni del Ddl Zan è semplicemente malposto o fuorviante. Sarà la mediazione politica a dover sanare ogni effettivo punto di attrito.