Quando Donald Trump ha vinto le presidenziali del 2016, si è fatto un gran parlare di come il magnate, in maniera diversa da Hillary Clinton, avesse attecchito tra gli elettori evangelici.

Possibile che questa narrativa, che è corroborata dai fatti, prenda piede anche tra un anno, quando il presidente degli Stati Uniti dovrà giocarsi la rielezione contro l’esponente che riceverà la nomination, vincendo le primarie democratiche. Difficile che la sinistra massimalista, quella rappresentata da Elizabeth Warren o da Bernie Sanders, che mentre scriviamo vengono dati per favoriti, eserciti una particolare capacità d’attrazione su quell’emisfero confessionale. Joe Biden, invece, potrebbe ottenere dei consensi rilevanti in percentuale. Ma la candidatura del moderato ed vice di Barack Obama è in crisi.

Donald Trump, che è un fine stratega, non lascia comunque nulla al caso. Quasi la metà dei cristiani residenti negli Stati Uniti professa la religione protestante. Per comprendere perché Paula White oggi svolga un ruolo abbastanza importante all’interno della Casa Bianca, si può partire anche da queste considerazioni elettorali. Il presidente degli States non usa scherzare con la fede. E certe scelte che ha operato, come la strenua difesa della causa pro life, non vanno strumentalizzate. Il curriculum della White però, nel corso delle passate settimane, si è arricchito di un’esperienza niente male: è stata selezionata per il coordinamento della Faith and Opportunity Initiative, che è un dicastero della White House. A riportarlo, tra gli altri, è stata la Cnn

Sul suo sito personale della White, si legge che è un’ “evangelista e pastore senior del New Destiny Christian Center di Orlando, in Florida”. Ma questo è un aspetto che non basta a spiegare perché della predicatrice si stia parlando con insistenza a livello mediatico. La predicazione evangelica si differenzia da quella cristiano-cattolica: la ricchezza, che il vertice della Chiesa ha spesso chiamato in causa durante questi sei anni e mezzo per spiegare i motivi dietro le disuguaglianze sociali, non viene demonizzata. Almeno non dal pensiero della White, che invece presenta una sorta di equazione perfetta tra i possedimenti personali e la benevolenza di Dio.

Da una parte, quindi, ci sono le considerazioni di Papa Francesco, che ascrive al troppo benessere dei pochi il destino tragico delle periferie economico-esistenziali, la cosiddetta “accumulazione di capitale”, dall’altra le omelie evangeliche della White, che tutto sembra sostenere tranne la necessità del distributivismo

La White non è ha aderito al trumpismo in prossimità della nomina ricevuta: era presente alla cerimonia dell’insediamento, ma ha anche in qualche modo contribuito alla strategia della campaign del tycoon di tre anni fa. Gli analisti annotano come la visione del mondo della tele-predicatrice – perché la White è divenuta nota al grande pubblico soprattutto grazie alle sue performance mediatiche – possa essere definita “teologia della prosperità”. Un modo di vedere le cose che ben si interseca con le vicende personali di un uomo che, non provenendo dai classici confini della politica, ha prima scalato il Partito Repubblicano e poi battuto un’avversaria che sembrava destinata alla vittoria.

L’Altissimo, insomma, ha a cuore le sorti di coloro che hanno edificato un impero economico. Trump, comunque sia, deve badare ad un un equilibrio difficile da mantenere: nel corso di questo mandato, è divenuto una sorta di paladino del cattolicesimo tradizionale. Non è detto che i fedeli cattolici conservatori guardino con favore a questa stretta vicinanza tra la White e il presidente degli Stati Uniti d’America.

Ma di certo Trump, allo stato attuale, è considerato il più spendibile tra i candidati dai cristiani. E pure per questo Barack Obama ha di recente domandato ai Dem di non schiacciarsi troppo a sinistra.