Sono, nel contesto europeo, le nazioni periferiche per eccellenza e, al contempo, tra quelle che più hanno subito i contraccolpi della fine dei regimi comunisti a partire dagli anni Novanta. Romania e Bulgaria, al tempo stesso, rappresentano Stati di millenaria tradizione cristiana e non è un caso che papa Francesco abbia voluto visitarle per rinnovare la sua strategia politica, diplomatica ed ecumenica rivolta all’Est Europa.

Una Ostpolitik al cui interno si fondono il desiderio del Vaticano di acquisire influenza politica nella regione, la volontà di un dialogo religioso ed interconfessionale con le Chiese ortodosse dell’Est, con l’obiettivo dichiarato di una piena distensione col Patriarcato di Mosca e la necessità di fornire copertura alle comunità cattoliche orientali, minoranze attive e dinamiche che nella Santa Sede hanno un punto di riferimento imprescindibile.

Ai due Paesi si è aggiunta la Macedonia del Nord, nazione nativa di una figura rispettata della Chiesa Cattolica come Madre Teresa di Calcutta e in via di normalizzazione dopo gli accordi raggiunti con la Grecia che hanno condotto al cambio di nome del Paese. “Santa Sede e Macedonia del Nord festeggiano invece quest’anno i 25 anni di relazioni diplomatiche. Stabilite il 21 dicembre 1994, tre anni dopo la proclamazione dell’indipendenza, le relazioni sono sempre state buone e la Santa Sede ha sempre supportato le aspirazioni europee di Skopje”, sottolinea Aci Stampa. “La Santa Sede ha anche relazioni molto buone con la Chiesa Ortodossa Macedone, e ha aiutato in molti modi il funzionamento della Chiesa, considerata però scismatica dalla comunione ortodossa”.

Il Vaticano è presente in Europa Orientale e si fa sentire come un punto di riferimento imprescindibile. La Ostpolitik di Francesco e del Segretario di Stato Pietro Parolin ricalca le mosse compiute tra anni Settanta e Ottanta dal cardinale Agostino Casaroli. Ed è fondata, principalmente, sulla necessità di non portare a un declino del dialogo con le Chiese ortodosse in una fase in cui queste sono animate dallo scisma politico della Chiesa ucraina, che ha proclamato l’autocefalia ed è stata riconosciuta dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

A questa ortodossia, fa notare Formiche, “il Vaticano ha deciso di offrire una nuova Ostpolitik, basata su un approccio di vicinanza a tutti”. Forse il prodotto di questa vicinanza “si vede bene oggi, dopo che il vescovo di Roma e capo della Chiesa cattolica ha visitato la Macedonia, dove la Chiesa ortodossa locale non viene riconosciuta da quella serba, la Bulgaria, dove è stato lasciato da solo e in silenzio nella cattedrale di Sofia per la paura dell’altro che domina gli integralisti, e la Romania, dove la memoria di quella visita solitaria e silenziosa ha reso fortissima ed evidente la scelta di segno opposto del patriarca romeno, che lo ha accolto in cattedrale rivolgendogli un discorso molto importante”, circostanza resa possibile anche della maggiore rilevanza della comunità cattolica del Paese. “Averle visitate tutte e tre, senza alcuna interferenza nelle dispute interne ma dimostrando rispetto per tutti, è forse la sintesi migliore dell’Ostpolitik vaticana, equivicina si potrebbe dire”.

E Papa Francesco ha interpretato al meglio lo spazio di manovra offertogli. Elevando agli onori degli altari sette vescovi vittime del regime comunista in occasione della visita in Romania ha compreso le profonde tribolazioni causate dalla storia nel Paese orientale. Lanciando una stoccata all’ideologia del consumo e all’individualismo ha dimostrato di comprendere le problematiche che la transizione ha causato nei Paesi dell’Est: “Abbiamo bisogno di aiutarci a non cedere alle seduzioni di una cultura dell’odio, di una cultura individualista che, forse non più ideologica come ai tempi della persecuzione ateista, è tuttavia più suadente e non meno materialista”. Infine, lanciando più volte il richiamo all’esempio dei Santi Cirillo e Metodio ha invitato a una riconciliazione profonda tra le diverse anime della cristianità. La strategia del Vaticano è, dunque, a tutto tondo e fa notare come anche la Santa Sede voglia essere presente in una regione orientale in cui tutte le principali potenze (Europa, Usa, Cina) hanno notevoli interessi e in cui, fondamentalmente, il passato non è mai tale e la storia è sempre in movimento.