“Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile!”
Papa Francesco se n’è andato dopo aver lasciato questo messaggio. Il Santo Padre, scomparso alle 7:35 di oggi nella Casa Santa Marta di Roma ove risiedeva, ieri aveva avuto i suoi ultimi appuntamenti pubblici: prima, l’affaccio alla Loggia delle Liberazioni di Piazza San Pietro per la benedizione Urbi et Orbi nella messa di Pasqua, poi il breve incontro con il vicepresidente americano J.D. Vance, a Roma per celebrare la Resurrezione di Gesù con la famiglia.
La benedizione Urbi et Orbi e il messaggio letto da monsignor Diego Ravelli, maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, sono il vero testamento politico e spirituale del pontefice venuto “dalla fine del mondo”. Un compendio di oltre dodici anni di pontificato in cui la Barca di Pietro si è trovata a navigare in acque estremamente agitate e la Chiesa ha provato a proiettarsi come istituzione globale, emancipatrice e trasversale a popoli ed etnie. L’integrale umanesimo di Francesco e la sua attenzione alla pace sono stati riflessi nelle parole di ieri.
“Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti”, ha detto il Papa.
No alla logica della paura
Le meditazioni del Santo Padre mettevano in guardia dalla “cultura dello scarto” già nel giorno del Venerdì Santo, in cui l’assedio delle guerre e quello delle disuguaglianze erano visti come due mali paralleli per le nostre società. Jorge Mario Bergoglio ha invitato “tutta la Chiesa ad accompagnare con l’attenzione e con la preghiera i cristiani dell’amato Medio Oriente”, ha pregato per i popoli di Palestina e Israele, di Gaza e del Libano, della Siria e dello Yemen.
Soprattutto, ed è questo il grande portato delle parole di Francesco, l’elenco, già solitamente sterminato, di teatri bellici e di conflitto è diventato, nel giorno del messaggio di commiato del vicario di Cristo, ancora più ampio. Come a aprire una finestra non solo su quelle terre dove la guerra c’è già, ma anche su quei teatri laddove lo scontro è possibile e la violenza latente. Un messaggio di politica, diplomazia, spirito: Francesco non ha citato solo “la martoriata Ucraina”, spesso al centro dei suoi pensieri, ma anche i Balcani occidentali, il Caucaso, la Repubblica Democratica del Congo, il Sahel, le guerre in Sudan e Sud Sudan, il Myanmar.
Si chiede non solo la pace ma anche la buona volontà: “Faccio appello a tutti quanti nel mondo hanno responsabilità politiche a non cedere alla logica della paura che chiude, ma a usare le risorse a disposizione per aiutare i bisognosi, combattere la fame e favorire iniziative che promuovano lo sviluppo”, ha dichiarato Francesco.
Un testamento spirituale e politico anche sul fronte dello sviluppo umano integrale, da sempre al centro della Dottrina sociale della Chiesa. Mettere la logica della cooperazione di fronte a quella del conflitto, l’umanità di fronte alla violenza, la cooperazione tra i popoli e il multilateralismo davanti alle logiche cupe e ciniche della politica di potenza, le comunità umane di fronte all’arbitrio: Papa Francesco è stato pontefice, leader globale e diplomatico dal 13 marzo 2013, quando prese le redini della Chiesa cattolica. Lo è stato fino all’ultimo giorno, in cui prima ha parlato ai fedeli e poi, nel breve incontro con Vance, ha fatto sì che questo messaggio si trasmettesse alla prima potenza del pianeta. Un’eredità che ha gettato semi nella speranza continua per la Pace in un mondo su cui spesso calano le tenebre del conflitto.

