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Nell’ora più complessa e dura per l’Ucraina che cerca una via d’uscita alla guerra d’aggressione russa iniziata tre anni fa il presidente Volodymyr Zelensky ha sentito, nella giornata di venerdì 14 marzo, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato e capo della diplomazia vaticana. Un colloquio significativo che mostra come nella fase di grande tribolazione del negoziato russo-americano per la fine del conflitto in cui Kiev cerca di inserirsi anche la Santa Sede sia ritenuta da Kiev un mediatore credibile e affidabile.

Tutto questo con solide credenziali: il Vaticano è in campo dal giorno uno per la mediazione, Papa Francesco ha sempre cercato di far collimare la necessità di sostenere la “martoriata Ucraina” con una visione di pacificazione a tutto campo che esaminasse in profondità le ragioni dell’offensiva russa, evitando di tagliare fuori Mosca sotto il profilo politico e diplomatico. E ora, con Papa Francesco ancora degente al Policlinico Gemelli di Roma, la Santa Sede non manca di tendere, una volta di più, una mano per la pace.

Lo fa dopo aver lanciato la sua diplomazia dal febbraio 2022, dopo che Parolin prima e l’inviato speciale di Francesco, il cardinale presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Maria Zuppi, poi hanno lavorato per ottenere risultati credibili, dopo che lo sforzo della diplomazia dell’Oltretevere ha permesso il ritorno in Ucraina di molti bambini sottratti alle loro famiglie e rapiti in Russia durante l’invasione.

Il sostegno del Vaticano alla dignità dell’Ucraina e alla diplomazia

Zelensky, parlando con Parolin, ha depotenziato l’ardore anti-Vaticano di molti nazionalisti ucraini, che spesso hanno confuso con connivenza con Vladimir Putin la visione a tutto campo del Papa, contestato un anno fa l’invito del pontefice al coraggio del negoziatoe rispedito al mittente le critiche sulla libertà religiosa e la politicizzazione della Chiesa in atto nel Paese invaso.

Il presidente ucraino sa che il Vaticano è pronto a offrire una sponda diplomatica vera e dopo il colloquio con Parolin ha scritto su X: “Ho augurato a Papa Francesco una pronta guarigione e l’ho ringraziato per le sue preghiere e il suo sostegno morale al nostro popolo, così come per i suoi sforzi nel facilitare il ritorno dei bambini ucraini illegalmente deportati e sfollati dalla Russia”, nota Zelensky aggiungendo che “la Santa Sede ha ricevuto un elenco di ucraini detenuti nelle prigioni e nei campi russi. Contiamo sul sostegno per il loro rilascio”.

In quest’ottica, si può capire come il Vaticano sia considerato un interlocutore credibile dall’Ucraina. Forse il mediatore terzo più attivo e in grado di portare le posizioni di Kiev all’attenzione degli attori protagonisti della trattativa, Usa e Russia, assieme ad altre grandi potenze politiche e di soft power diplomatico come Turchia e Arabia Saudita, Paesi “ponte” da attenzionare in questa fase. Una notevole differenza rispetto a una retorica che vorrebbe la Santa Sede appiattita sulla visione del Cremlino o Papa Francesco addirittura anti-occidentale nella sua postura. Il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (Ccee) ha lanciato una “Catena Eucaristica” per la Quaresima in corso, invitando alla preghiera per una “pace giusta” in Ucraina (e Terrasanta), rafforzando l’impegno alla pace e alla mediazione della Santa Sede.

L’arma della diplomazia

Nell’anno del Giubileo, dei “Pellegrini di Speranza“, la Chiesa è compatta dietro il messaggio di pace di Sua Santità, e al contempo nonostante la degenza del Francesco il magistero del Papa ha informato anche le prese di posizione delle strutture vaticane ed ecclesiali circa il piano ReArm Europe, ritenuto in contraddizione con la corsa alla pace in atto.

Come nota Vatican News, “le uniche “armi” a cui Papa Francesco ha dato il suo assenso sin dal primo momento in cui è salito sul Soglio di Pietro e per i successivi dodici anni sono state il dialogo e l’incontro e, per i cattolici, la preghiera e il digiuno. Per il resto è stato sempre e solo un grande “no” quello pronunciato dal Pontefice argentino agli armamenti, al loro commercio, a un mercato che va sempre più fiorendo laddove marcisce la vita di intere popolazioni”. Zelensky, per questo, non ha certamente dato del criptoputiniano o del filorusso al pontefice o demonizzato la Santa Sede. Dimostrandosi, lui presidente del Paese invaso, più pragmatico di molti liberali massimalisti nostrani e conscio del fatto che anche dalla via del sacro può passare la strada tortuosa per la pace nella martoriata Ucraina.

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