Lo Hürriyet Daily News il 5 giugno rivelava che, a fine maggio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva dato istruzioni al Consiglio Esecutivo Centrale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) per elaborare un piano d’azione teso alla riconversione in moschea della fu cattedrale di Santa Sofia, museo dal 1935. Tre giorni dopo, lo stesso Erdogan confermava le indiscrezioni del quotidiano, invitando la comunità internazionale a non intromettersi alla luce della natura della questione, ritenuta esclusivamente interna alla Turchia.

A quasi un mese di distanza dallo storico annuncio, mentre ad Ankara si attende una decisione da parte della Consiglio di Stato sulla liceità della riconversione della struttura, le chiese della cristianità orientale stanno esercitando pressione su diversi governi occidentali affinché fermino Erdogan.

Da Mosca a Washington: tutti contro Erdogan

La prima reazione alla notizia della riconversione, quando ancora era a livello ufficioso, è arrivata da Atene, dove si continua a ritenere il complesso di Santa Sofia come un elemento caratterizzante dell’identità nazionale greco-ortodossa. Era stata proprio questa intromissione a spingere il presidente turco ad apparire in televisione, sui canali Trt, per rompere il silenzio e confermare le indiscrezioni, condendo il tutto con delle minacce: “Stanno dicendo: Non trasformare Santa Sofia in una moschea. Comandate voi la Turchia, o noi comandiamo la Turchia? Non è la Grecia ad amministrare questa terra, perciò dovrebbe evitare di fare simili commenti. Se la Grecia non sa qual è il suo posto, la Turchia saprà come rispondere”.

Il piano di Erdogan, com’era prevedibile, ha ottenuto, da una parte, l’effetto di avvicinare l’intero mondo politico turco all’Akp e, dall’altra, di provocare la reazione della cristianità ortodossa, le cui chiese hanno iniziato ad esercitare pressioni sui rispettivi governi affinché, a loro volta, si rivolgessero ad Ankara. L’8 giugno, l’influente metropolita Hilarion, direttore del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, ha spiegato ai microfoni di Rossiya-24 che “ogni tentativo di cambiare lo status di museo della cattedrale di Santa Sofia condurrà a dei cambiamenti che romperanno il fragile equilibrio inter-confessionale, oggi esistente”. Hilarion ha auspicato, quindi, che la struttura continui a conservare la sua condizione museale e che non venga riconvertita in moschea.

Simili, ma più pesanti, dichiarazioni sono state rilasciate il 30 giugno dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, che ha avvisato Ankara delle possibili ripercussioni dell’evento dal punto di vista della convivenza fra cristiani e musulmani in tutto il pianeta: “La potenziale conversione di Santa Sofia in una moschea metterà milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam”.

La Casa Bianca non è rimasta indifferente alle richieste di aiuto delle chiese orientali, anche perché Donald Trump ha cercato di presentarsi come un difensore della cristianità sin dalla campagna elettorale del 2016. Il 25 giugno, Sam Brownback, l’ambasciatore degli Stati Uniti per la libertà religiosa nel mondo, ha utilizzato Twitter per inviare un messaggio ad Ankara: “Santa Sofia è rivestita di un enorme significato spirituale e culturale per miliardi di credenti di diverse fedi in tutto il mondo. Ci appelliamo al governo della Turchia affinché ne preservi lo status di patrimonio dell’umanità Unesco e la mantenga accessibile a chiunque come museo”.

La risposta del governo turco è arrivata il giorno successivo per voce del viceministro degli esteri, Yavuz Selim Kıran, che ha replicato così al tweet di Brownback: “Hagia Sofia è un dono di Maometto II. Ogni decisione sul suo utilizzo è un nostro affare interno”.

La decisione è alle porte

A inizio giugno, l’Akp ha trasferito l’annoso fascicolo di Santa Sofia al Consiglio di Stato, il più alto tribunale amministrativo della repubblica turca. La decisione dell’ente circa la liceità della riconversione è prevista il 2 luglio. Erdogan e i promotori dell’iniziativa hanno chiesto alla corte di riesaminare la validità del decreto del 1934 che ha permesso la trasformazione del complesso da una moschea ad un museo e, possibilmente, di dichiararlo nullo.

L’abrogazione del decreto, del cui anacronismo si dibatte da tempo, sullo sfondo della diffusione di teorie del complotto che vorrebbero la firma di Mustafa Kemal Ataturk su di esso come non autentica, spianerebbe la strada al ritorno in moschea dell’antica struttura. Il presidente turco ha già annunciato che si adeguerà alla decisione che assumerà la corte, sulla quale gravano una responsabilità storica senza precedenti e le forti pressioni, in favore della conversione, provenienti sia dal mondo politico che dall’opinione pubblica .

Un piano di cui si discute da anni

L’ex cattedrale di Santa Sofia ha funto da sede e simbolo della cristianità ortodossa dal 537 al 1453, rappresentando la massima espressione dell’architettura bizantina ed il cuore dell’impero romano d’oriente. Dopo la presa di Costantinopoli, l’edificio fu trasformato in moschea e tale rimase fino alla fine dell’era ottomana e all’ascesa della repubblica. Kemal Ataturk, il padre della Turchia moderna, laica e con lo sguardo rivolto ad Occidente, decise di convertirla in un museo per mostrare agli alleati europei quanto fosse netta la rottura con il passato.

Lo status laico della struttura ha iniziato a diventare fonte di insofferenza per una parte dell’opinione pubblica e del mondo politico nell’ultimo decennio, in concomitanza con la progressiva re-islamizzazione della società portata avanti dall’Akp. Gli eventi ed i segnali che hanno preceduto la storica decisione di Erdogan sono stati molteplici: dal 2013 ai muezzin è consentito cantare internamente il richiamo alla preghiera (adhān) dai minareti dell’edificio per due volte al giorno, il 1 luglio 2016 è stato consentito l’utilizzo dei minareti per cantare il primo adhān rivolto all’intera città in occasione della notte del destino (Laylat al-Qadr), per la prima volta in 85 anni, mentre il 13 maggio ed il 21 giugno 2017 hanno avuto luogo, rispettivamente, una grande manifestazione dell’Anatolia Youth Association dinanzi l’edificio per chiederne il ritorno a moschea e la recita del Corano al suo interno in diretta televisiva, su Trt, sempre in occasione della notte del destino.

Erdogan ha saputo cavalcare l’onda del nazionalismo islamico che sta travolgendo la società turca, da lui stesso alimentata (ma non creata), e negli ultimi tre anni ha rotto diversi tabù, mostrandosi favorevole ad accogliere le richieste di popolo e politica. Il 31 marzo 2018, il presidente turco ha recitato dei versi del Corano all’interno dell’ex cattedrale, dedicando le sue preghiere “alle anime di tutti coloro che ci hanno lasciato questo lavoro come eredità, specialmente il conquistatore di Istanbul”.

Il 27 marzo dell’anno successivo viene dato l’annuncio storico da Erdogan in persona: Santa Sofia sarà riconvertita in moschea. La proposta del presidente turco, però, riceve un primo ed importante stop dall’Unesco: essendo la struttura in questione un patrimonio dell’umanità ed essendo la Turchia contraente della convenzione per la protezione del patrimonio mondiale, qualsiasi proposta di modifica dovrà prima essere sottoposta all’attenzione dell’ente e ricevere da questi l’approvazione.

Lo stop dell’Unesco sembrava aver fatto cadere il progetto nel dimenticatoio, ma il 2020 ha dimostrato che il sogno di ri-trasformare Santa Sofia nella moschea dell’impero è ancora in piedi. Prima che Erdogan ordinasse all’Akp di pensare ad un piano d’azione, il 29 maggio, durante le celebrazioni in grande stile per il 567esimo anniversario della cattura di Costantinopoli, l’ex cattedrale è stata scelta per una recita speciale del Corano, sullo sfondo di uno spettacolo pirotecnico che ha illuminato la notte di Istanbul ed anticipato la storica decisione.

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