Quando fu ordinato sacerdote, nell’anno 2005, padre Sebastiano Matti Eclimos si aggiudicò un primato. Era infatti il primo francescano di Bakhdida e di tutto l’Iraq. La Basilica di nostra signora di Bakhdida era stata inaugurata il giorno precedente e, per la speciale occasione dell’ordinazione, era colma di gente. Amici, parenti e semplici componenti della comunità cristiana locale volevano partecipare a quel momento di gioia. Erano tempi in cui, sebbene la nuova costituzione irachena approvata proprio in quell’anno – dopo la caduta del regime di Saddam Hussein – dichiarasse l’Islam “religione di Stato” e nonostante fossero cominciati i primi atti di ostilità ai danni dei cristiani iracheni, a questi ultimi veniva ancora riconosciuta libertà di culto.cristiani_sotto_tiroDunque i cristiani avevano la possibilità di seguire la propria vocazione diventando frati, di frequentare la chiesa per praticare la loro fede e di partecipare alla gioia collettiva per l’arrivo di un nuovo sacerdote. Padre Sebastiano, come frase guida per il suo sacerdozio, scelse un versetto del salmo 17: “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode”. Ora, quelle stesse labbra, le apre non solo per lodare il Signore, ma per gridare tutta la sua rabbia per quanto quotidianamente accade ai cristiani in Medio Oriente e, in particolare, in Iraq, suo Paese d’origine.I suoi appelli disperati a non abbandonare i cristiani perseguitati in ogni angolo del mondo vengono pronunciati ad ogni occasione, dall’alto del Monte degli Ulivi a Gerusalemme. Sulla collina che è cuore e anima del Vangelo, si trova il Dominus Flevit, santuario in cui il frate è Superiore della comunità francescana, dedicato al pianto di Gesù sulla città che “non seppe riconoscere il tempo in cui era stata visitata”.Il tetto della chiesa ha la forma di una lacrima e fra’ Sebastiano sa che nessun luogo è più adatto, di quello di cui lui è responsabile, ad essere considerato il simbolo dei tempi moderni. “Gesù piange molto anche oggi. Piange per la gente. Perché manca la fede. Perché non c’è più amore. Per la guerra. Io sono iracheno. La guerra in Iraq l’avete vista e sentita tutti. Non distogliete lo sguardo, la realtà è tremenda. L’uomo non ama più l’uomo e questa è una catastrofe, un segno dei tempi”, dice con commozione dall’altare.La vita ha portato fra’ Sebastiano ad esercitare la sua missione qui a Gerusalemme, dove di certo i problemi per i cristiani non mancano, ma dove la chiesa ancora riesce a dare loro assistenza e aiuto. È però costantemente in contatto con i suoi fratelli iracheni, per i quali la vita è particolarmente difficile. Li definisce, nelle sue omelie, “i nuovi martiri”, ricordando il concetto di martirio molto noto nella realtà francescana che nella sua storia, di martiri, ne ha contati più di tremila.Per non abbandonare mai questi uomini e donne che pagano il prezzo di non volersi convertire all’Islam, raccoglie fondi per aiutare quelli che sono riusciti a sfuggire all’Isis e distribuisce opuscoli per divulgare notizie sulla difficoltà di essere cristiani in alcune aree del mondo. E il dato incoraggiante è che la solidarietà, grande e incondizionata, arriva tante volte dai cristiani che, in Israele e Palestina, hanno anche loro molte criticità da risolvere.LEGGI ANCHE: “Quella in Siria è una guerra contro i cristiani”La convinzione del francescano è che l’attenzione non vada mai distolta da soprusi e prevaricazioni, neanche quando sembra che siano solo piccoli atti isolati e senza seguito. “Andate a vedere cosa succede in Iraq”, il Superiore del Dominus Flevit lo diceva già in anni apparentemente meno pericolosi, ma come la situazione si sia evoluta dai tempi in cui si sentiva parlare di “isolate” violenze contro i cristiani in tutto il Medioriente, è sotto gli occhi di tutti. Proprio Bakhdida, ad esempio, è il simbolo di quanto duramente il cristianesimo in Iraq sia stato colpito. Più del 70 per cento dei suoi abitanti appartiene alla Chiesa siriaca cattolica, il restante è composto da membri della chiesa siriaca ortodossa giacobita. Sarebbe meglio dire “era”, perché Bakhdida è una delle città che Isis ha maggiormente preso di mira.LEGGI ANCHE: Il martirio dei cristiani non ha fineNel 2014 lo Stato islamico ha bombardato la sua chiesa dopo averne abbattuto la croce, e nello stesso anno ha preso il controllo della città. “Fu una catastrofe, migliaia di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, hanno dovuto abbandonare tutto. In molti non portarono con sé neanche le scarpe e, scalze, furono istradate verso l’area del Kurdistan per trovare rifugio”, ha raccontato Padre Sebastiano.Al di là dell’orrore di un Medio Oriente ormai totalmente disgregato, dal monte del Dominus Flevit giunge comunque un appello alla speranza, a non cedere alla paura del quale fra’ Eclimos si fa interprete. “La nostra paura non deve farci perdere la fiducia in Dio. Noi cristiani dobbiamo rimanere forti e pazienti, poiché dobbiamo tenere a mente la promessa che la caduta della “grande bestia”, di cui parla l’Apocalisse, è vicina”. Senza mai abbassare la guardia, come il predicatore del Monte degli Ulivi continua a ricordare puntualmente in ogni sua omelia.I Paesi in cui i cristiani sono perseguitati sono molti, non solo in Siria. Vogliamo andare laddove i cristiani sono oggetto di violenza solo per la loro fede. E per farlo abbiamo bisogno di TE.SOSTIENI IL REPORTAGE QUI

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE