La maggior parte delle nazioni occidentali, tra cui gli Stati Uniti, ha designato Hayat Tahrir al-Sham (HTS), la formazione jihadista a capo dell’opposizione armata che ha preso il potere in Siria ponendo fine al regime di Bashar al-Assad, come organizzazione terroristica. E anche se gli Usa stanno valutando la possibilità di cancellare la taglia di 10 milioni di dollari sul sup leader Ahmed Husayn al-Sharaa, meglio noto come Abu Muhammad Al Julani, uno (dei tanti) motivi per cui l’occidente considera quella che un tempo era il ramo siriano di al-Qaeda una pericolosa formazione terroristica, c’è. È un curriculum fatto di sangue e morte, rapimenti, persecuzioni e uccisioni. Soprattutto a danno di sciiti, alawiti e delle minoranze etniche e religiose che compongono il complesso e variegato tessuto sociale della Siria. E che oggi, come non mai, hanno paura del loro futuro. Perché tutto si può dire del regime di Assad tranne che non fosse estremamente tollerante sotto questo aspetto.
I cristiani hanno paura di Al Julani
Esempi? Gran parte della minoranza armena (100 mila persone prima del 2011) che ha già lasciato il Paese. La maggior parte degli armeni siriani ha trovato rifugio oltre che in Armenia, in Libano, Europa e Nord America. In particolare, l’Armenia ha offerto cittadinanza semplificata e programmi di reinsediamento, accogliendo circa 20.000 rifugiati armeni siriani. E dopo la caduta di Assad e con l’ascesa dei tagliagole di Al Julani e dei ribelli filo-turchi, nonostante la grande operazione di rebranding a livello mediatico, anche i cristiani di Siria temono per il loro futuro in un Paese che si appresta ad adottare la shari’a.
Free Press riporta la testimonianza di Elias, un giovane cristiano siriano di 21 anni residente a Berlino, il quale ha ricevuto un messaggio vocale dalla madre a Damasco. Piangendo, la donna gli ha detto: “Se ci accadrà qualcosa, non tornare in Siria. Non venire a seppellirci. Non tornare per questo pezzo di terra, per questa casa. Rimani dove sei”. Fuori dall’esaltazione del mainstream per la fine del regime di Assad, alleato di Russia e Iran, è questo il sentimento di paura che serpeggia tra i cristiani siriani dopo che Al Julani ha preso il controllo di Damasco. Come sottolinea il sito web fondato dall’ex giornalista del New York Times Bari Weiss, infatti, gli islamisti ribelli in Siria hanno una “storia di persecuzioni verso i cristiani e le minoranze religiose”. E questo non si può dimenticare, soprattutto per chi lì ci vive.
Il passato degli islamisti non si cancella
Elias, che ha chiesto di utilizzare uno pseudonimo per proteggere la sua famiglia, ha raccontato a Free Press episodi drammatici vissuti nel corso della sua vita. Nel 2014, quando era ancora un bambino, un amico di famiglia fu rapito dai ribelli islamisti in una zona cristiana. Durante una visita alla famiglia della vittima per offrire conforto, il suo capo mozzato fu recapitato in una scatola, con la collana a forma di croce infilata nella bocca. Da allora, Elias ha seppellito ben 12 amici, nonostante la sua giovane età. La sua diffidenza verso Al Julani e il suo gruppo è totale: “Non abbiamo motivo di fidarci di lui. È un terrorista“.
Anche Mary, una cristiana siriana, ha condiviso la sua testimonianza, utilizzando uno pseudonimo per paura di ritorsioni. Due mesi fa, ha visitato parenti nella Valle dei Cristiani, una regione nell’ovest della Siria tradizionalmente sotto il controllo del regime di Assad. Sotto il regime dell’ex presidente alawita, come conferma anche Mary, la tolleranza religiosa era garantita in questa regione. Dalla scorsa settimana, però, tutto è cambiato.
Mary spiega che gli islamisti di Al Julani hanno occupato il villaggio della sua famiglia così velocemente che molti abitanti non si sono nemmeno resi conto di ciò che stava accadendo. Ora, nonostante le rassicurazioni di facciata, nessuno si fida: le esperienze passate di chiese distrutte, rapimenti e omicidi parlano chiaro. “Quest’anno, quando è stato acceso l’albero di Natale del villaggio, c’erano solo poche persone” ha spiegato Mary a Free Press. “Alcuni negozi sono aperti, ma molti non escono di casa e aspettano di capire cosa succederà. Altri cercano solo di andare avanti con la vita quotidiana”. Insomma, nessuno prende sul serio – davvero – i gesti conciliatori fatti finora in pubblico da Abu Mohammad Al Julani: con un passato del genere, come ci si può fidare?

