In Birmania, circa il 90% della popolazione dichiara di essere di religione buddista, il credo più praticato nel Paese del sudest asiatico. Lì vivono circa 500mila monaci e 75mila monache, su un totale di 54 milioni di abitanti. E nonostante nel mondo ci si riferisca spesso a questa fede come a una religione di grande tolleranza, nel Myanmar, almeno negli ultimi anni, chi si professa appartenente a questo credo ha spesso dimostrato forme di rigidezza e intransigenza verso coloro che hanno scelto di affidare la propria fede ad altro. In particolare, negli ultimi anni, si è molto sentito parlare di fenomeni di intolleranza quando la vittima dei buddisti era la minoranza musulmana. Ma non solo.

Le persecuzioni dei buddisti

Secondo quanto riportato da The Economist, più di recente, un gruppo di monaci nazionalisti avrebbe attribuito alla minoranza musulmana le cause del momento di difficoltà vissuto dal buddismo nel Paese. Da lì, l’idea di scatenare una sorta di guerra contro i cittadini di fede islamica, che sarebbe poi degenerata in una forma di indifferenza di fronte agli episodi di pulizia etnica contro i rohingya, minoranza di religione musulmana che per lo più abita l’estremo occidente della Birmania e che, secondo i buddisti, potrebbe rappresentare un seme pericoloso nel Paese perché potenzialmente capace di diffondere idee jihadiste.

Le irruzioni nei luoghi di culto

Ma l’odio di alcuni monaci buddisti non è diretto soltanto contro i rohingya, ma anche e soprattutto verso le diverse sfumature del buddismo. In base a quanto riportato dal giornale inglese, infatti, tre anni fa Han Tu, un sacerdote “nat” di 65 anni, stava partecipando alla festa di Taung Pyone, quando un gruppo di monaci buddisti, armati di spranghe di metallo, avevano fatto irruzione durante una cerimonia. Ogni anno, infatti, ad agosto, in questo piccolo centro abitato a 20 chilometri da Mandalay, centinaia di migliaia di pellegrini provenienti da tutta la Birmania si presentano per entrare in comunione con i “nat”, spiriti che regalano buona sorte ai fedeli che sanno presentare l’offerta giusta. I “nat”, infatti, accettano banane, noci di cocco, alcol e denaro contante, tramite una persona (un sacerdote in carne e ossa) che, sotto un gazebo, accoglie e accetta le elargizioni dei fedeli. In quella circostanza però, i religiosi avevano minacciato di picchiare decine di persone presenti nell’edificio se non avessero accettato di consegnare loro le offerte. In quel caso, i sacerdoti presenti alla celebrazione avevano assecondato la richiesta, ma i monaci avrebbero comunque distrutto ogni cosa. Dalle decorazioni alle statue. Un segnale chiaro: profanare ciò che (almeno per loro) sacro non è.

Chi sono i “nat” e perché li odiano

In alcuni gruppi etnici, il buddismo therevada viene praticato in concomitanza con il culto nativo degli spiriti “nat”, soprattutto per quanto concerne le richieste di una loro intercessione negli affari mondani. Nel Paese, però, i religiosi più nazionalisti non tollerano questo gruppo. Secondo alcune testimonianze, i monaci buddisti avrebbero iniziato ad attaccare i devoti dei “nat” circa tre anni fa. Tra insulti, qualche pestaggio e diverse profanazioni, il rapporto tra i due rami dello stesso gruppo religioso in Birmania sembra essersi lacerato. Khin Swe Oo, custode del più importante tempio di Taung Pyone, avrebbe raccontato che, durante ognuna delle ultime cinque edizioni della festa dei “nat”, la dinamica sarebbe stata sempre la stessa: distruzione, urla e minacce. Khin Swee Oo avrebbe anche chiarito che soltanto dieci anni fa questi episodi sarebbero stati molto più rari.

I responsabili delle azioni contro i “nat”

Individuare l’identità dei responsabili degli attacchi denunciati dai natkadaw non è semplice, anche perché nessuna organizzazione avrebbe rivendicato questo tipo di azioni. Zawana Nyarna, a capo di un monastero di Taung Pyone, avrebbe assicurato l’innocenza dei suoi monaci e di quelli di altri sei monasteri del villaggio. Inoltre, è parere di tanti natkadaw credere che molti dei responsabili degli attacchi, in realtà, siano falsi monaci, novizi piuttosto ignoranti o criminali comuni che indossano la celebre tunica rossa soltanto per rubare più facilmente le offerte dedicate ai “nat”. Ma in molti hanno rilevato la possibilità che a dare questa interpretazione dei fatti sia soltanto un tentativo di non attaccare in modo diretto stimate autorità monastiche. Tuttavia Khin Swee Oo ritiene che i responsabili delle aggressioni siano istigati da importanti monaci, i quali si scagliano regolarmente contro gli esponenti di questo culto durante i loro sermoni. E, in ogni caso, episodi come questi fanno emergere una spaccatura sociale che esiste. Da tempo.

Il disprezzo per i “nat”

Le radici storiche e religiose del culto dei “nat” arrivano da lontano. Anawrahta, il più celebrato re della Birmania medievale, aveva stilato una lista ufficiale di 37 “nat” da inserire nel pantheon buddista, riconoscendone quindi la grandezza ed elevando la loro persona a oggetto di culto. Ancora oggi, infatti, in ciascun villaggio del Paese esistono almeno un paio di templi dedicati ai “nat” locali. Ma come è noto numerosi abitanti del Myanmar disprezzano questo tipo di venerazione. Keziah Wallis, dell’università di Wellington, in Nuova Zelanda, ha provato a dare un’interpretazione e una spiegazione logica a questo tipo di vilipendo. Ne è emerso un profilo interessante della società birmana, perché la ricercatrice ritiene che la frattura con questo gruppo sia emersa nel XIX° secolo, quando si è affermata un’interpretazione del buddismo come filosofia estremamente razionale, scevra da forzature religiose, riti e superstizione. Da lì, il rifiuto delle cerimonie di trance (caratterizzate da musica ipnotica), per esempio, che contrastavano con una diversa concezione del buddismo. Così, in diversi, avrebbero iniziato a percepire la venerazione dei “nat” come una forma di corruzione della fede, tollerata in passato soltanto in quanto espressione della tradizione storica. Oggi, verso chi venera i “nat” non esiste alcun tipo di comprensione. Anzi, nell’ultimo decennio, l’ostilità nei confronti degli spiriti si sarebbe progressivamente rafforzata anche a causa dell’apertura della Birmania al mondo esterno. Gli abitanti delle città, infatti, si vergognerebbero di ciò che ritengono essere “un cugino imbarazzante, sporco e folle del buddismo”.

Tutti i tentativi di “pulizia” nell’area

Ma i tentativi di ripulire ciò che, secondo il punto di vista dei buddisti birmani, puro non è, riguarda appunto anche l’islam, ritenuta spesso più una superstizione rurale che un rispettabile credo religioso. Accade in Birmania, ma anche in Indonesia, Malesia, Sri Lanka e Thailandia, dove alcuni gruppi vorrebbero “liberare” il buddismo dalle tradizioni ritenute troppo popolari. Il principale obiettivo di Ma Ba Tha, un’organizzazione ultranazionalista buddista radicale, messa fuori legge due anni fa, era quello di sensibilizzare la popolazione birmana sulla minaccia rappresentata proprio dalla religione islamica. Uno dei suoi principali esponenti, un monaco di nome Wisetkhana, non crede che i devoti dei “nat” possano rappresentare un rischio per il buddismo paragonabile a quello derivato dall’islam e, infatti, non sembra giustificare le violenze contro questo gruppo. Anche se in un libro dal titolo “Proteggere la razza e la religione” avrebbe definito i “nat” come la rappresentazione del male.

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