I fedeli serbo-ortodossi costretti a scendere in campo con una manifestazione di piazza pur di difendere i luoghi di culto della loro confessione religiosa da presunti tentativi di sottrazione da parte del “Leviatano”.

Perché lo Stato montenegrino – per comprendere perché si parli di “sottrazione” si deve prendere per buono il parere dell’ episcopato di quella confessione religiosa – sarebbe ormai pronto ad attaccare in qualsiasi modo il patrimonio ecclesiastico, con tanto di chiese, monasteri e santuari soggetti a possibili espropriazioni. In ballo, come riporta La Stampa, c’è la proprietà di quei beni che, una volta accertate una serie di condizioni storiche, passerebbe in mani statali.

Nel corso del consueto augurio di Natale rivolto alla Curia romana, Papa Francesco ha fatto comprendere come quella contemporanea non sia un’epoca favorevole alla cristianità. Il cattolicesimo è sotto attacco, certo. A Natale ci si ricorda spesso dei cristiani perseguitati. Nel Nord Europa sono molte le chiese che sono state chiuse. Altre parrocchie sono state sostituite da moschee o supermercati. Il cardinale olandese Eijk ha spiegato più volte quale sia la situazione in quella zona europea.

La Chiesa cattolica, però, non è l’unica vittima del relativismo. Quelli scelti dal Papa per gli auguri ai cardinali romani sono toni “ratzingeriani”, che Jorge Mario Bergoglio non è solito utilizzare. Quello che sta accadendo in Montenegro può costituire una prova della veridicità del quadro esposto dal vescovo di Roma. Papa Francesco – non è un mistero – sogna l’unità dei cristiani. E forse la nazione montenegrina ospiterà una delle prossime visite apostoliche del Santo Padre. Se ne discute proprio in queste settimane. In Vaticano potrebbero aver deciso di fare da scudo contro quello che ha tutta l’aria di essere un macro disegno laicista. Un passaggio dell’ex arcivescovo di Buenos Aires potrebbe essere d’ausilio.

Per comprendere il perché a Nikisic, in queste settimane, i serbo-ortodossi si siano riuniti a raccolta, bisogna però fare un piccolo passo indietro. Di legge sulla libertà religiosa e sullo status legale dei beni, in Montenegro, si discute da tempo. Ma ora l’approvazione parlamentare sembra vicina. Per questo motivo, i vescovi serbo-ortodossi, tra cui vale la pena citare soprattutto l’ottantunenne ma attivissimo Amfilohije, stanno alzando il tiro con decisione: stando a quanto si apprende su Agenzia Nova, l’esponente religioso citato ha parlato sia di spargimento di sangue sia di provocazione di conflitti come conseguenze naturali del progetto legislativo.

I socialisti guidati dal premier Markovic non sembrano voler sentire ragioni: la marcia parlamentare prosegue indisturbata. E le rimostranze pubbliche – tanto quelle assembleari quanto quelle di piazza – servono a poco. Il clero serbo-ortodosso replica alla strategia politica dell’esecutivo, piazzando in bella vista nella cattedrale di Nikisic le reliquie di San Basilio di Ostrog, Santo – appunto – e vescovo metropolita della Erzegovina. Un simbolo tradizionale di tutto quello che, per i fedeli, lo Stato non potrà acquisire.

Le argomentazioni di Amfilohije sono quelle di chi ventila pure l’imminenza di “guerra civile”. La questione, com’era deducibile, è complicata, come spesso succede nei Balcani, perché riguarda pure le identità nazionali e la storia dei popoli in gioco: i possedimenti contesi si trovano in Montenegro, ma la Chiesa che ne rivendica la proprietà è quella serba-ortodossa. C’è il rischio che vecchie ferite possano essere riaperte. La “guerra”, per ora, è solo di nervi. E c’è da sperare che tutto rimanga su quel piano.

La sensazione è che i serbo-ortodossi siano più che disposti a seguire le indicazioni del clero. Per ora si tratta di riunire tutti per inviare un segnale al governo montenegrino. Se la legge dovesse essere approvata senza modifiche, però, lo scontro potrebbe divenire sempre più acceso. Si tratta dunque di un fronte su cui converrà tenere alta l’attenzione.

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