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Religioni

La prova di forza di Israele: il record di fedeli ebrei sul Monte del Tempio

Per la prima volta, le autorità israeliane concedono a gruppi da 180 ebrei l'autorizzazione a svolgere preghiere alla moschea di Al-Aqsa.

Sulle alture che sovrastano Gerusalemme Est, ogni passo sul Monte del Tempio, o Spianata delle Moschee, a seconda della prospettiva, sconfina in un’incursione nella delicata interazione tra fede e politica. Non esiste al mondo un luogo in cui l’azione di un individuo sia così densa di storia, o così incline a generare una minima tensione tra passato e presente.

Dove oggi si estendono i cortili di Al-Aqsa e la Cupola della Roccia risplende come una sfera d’ambra sospesa tra cielo e terra, anticamente si innalzavano due templi. Uno fu edificato da Salomone, l’altro da Erode il Grande. Quest’ultimo, secondo le cronache romane e le tradizioni rabbiniche, subì la distruzione nel 70 d.C. in seguito a una ribellione. Di quella struttura rimane unicamente un segmento, il Muro Occidentale, luogo di preghiera e riflessione, testimonianza storica.

Sulla vetta contesa si staglia il complesso di al-Aqsa, bussola spirituale dell’Islam. Le sue cupole dorate, oltre a delimitare spazi di preghiera, tracciano coordinate sacre nella geografia musulmana.  Terzo Luogo Santo per importanza, dopo Mecca e Medina, è insieme santuario e atto di presenza, affermazione lapidea di una fede radicata in una città che muta pelle. Per i palestinesi, è anche un pilastro identitario inciso nella pietra viva. Ogni minareto è un albero genealogico di marmo.

Mercoledì mattina, però, qualcosa è cambiato. Israele ha concesso l’accesso a più di mille fedeli ebrei, in gruppi di 180 persone, un numero da record storico. Un fiume umano ha attraversato il complesso sacro come un’onda. Secondo il Waqf islamico, il numero è stato di 1.200. Dall’inizio della Pasqua ebraica, si sono registrati oltre 4.000 ingressi. Cifre che non compaiono negli archivi, accompagnati da personale in uniforme che garantiva “ordine e sicurezza”, ma che rappresentavano anche una nuova consuetudine. Di fronte alla Porta dei Leoni, nella Città Vecchia, centinaia di ebrei danzavano e cantavano. I musulmani, al contrario, erano esclusi. Non si trattava di una casualità, ma di una decisione politica precisa. Una delle numerose incrinature sottili attraverso cui, negli ultimi anni, il cosiddetto status quo viene modificato e messo in discussione.

Per decenni, la regola non scritta imponeva un limite massimo di una trentina di fedeli ebrei ammessi contemporaneamente all’interno della Spianata. Una linea tracciata a fatica dopo il 1967, quando Israele conquistò Gerusalemme Est e annesse l’intera città sotto il proprio controllo militare. Il Monte fu “liberato”, dissero alcuni; occupato, risposero altri. Oggi, la comunità internazionale continua a considerare quel territorio come palestinese. Ma sulla collina, ciò che conta è chi entra.

Nel 1921, il Rabbinato di Gerusalemme aveva stabilito un divieto categorico sull’accesso al Monte del Tempio per gli ebrei, a meno che non si trovassero in uno stato di purezza rituale, condizione attualmente considerata irrealizzabile per la mancanza della giovenca rossa e del relativo rituale di purificazione, necessari per eliminare l’impurità rituale derivante dal contatto con la morte, considerata inevitabile. Il motivo risiede nel fatto che quel sito non rappresenta unicamente un antico luogo di culto, ma il Santo dei Santi, lo spazio in cui, conformemente alla tradizione ebraica, si è manifestata la presenza divina. Transitarvi senza la debita purificazione equivale a profanarlo.

Per anni, la maggioranza degli ebrei ortodossi ha osservato il divieto. Il Muro Occidentale è rimasto il limite fisico e spirituale della preghiera. Tuttavia, delle incrinature sono apparse e si sono ampliate. Coloni ebrei religiosi hanno iniziato a contestare apertamente il veto, definendolo una forma di discriminazione. Tra i promotori più attivi di questa trasformazione c’è Yehuda Glick, religioso sionista nato negli Stati Uniti, ex parlamentare del Likud e figura centrale nei movimenti che chiedono la preghiera ebraica sulla Spianata. Glick ha diretto per anni il Temple Institute, un’organizzazione sovvenzionata dallo Stato israeliano che promuove la costruzione del Terzo Tempio, quello che dovrebbe, secondo alcuni, sostituire la Moschea di al-Aqsa. “Libertà religiosa”, insiste. Ma le sue parole risuonano come tamburi di guerra nelle orecchie di chi teme che sotto quella formula si nasconda un’espulsione culturale, religiosa e urbanistica.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ripetutamente dichiarato l’immutabilità dello status quo, richiamando un decreto ottomano del 1757. Il decreto proibiva l’ingresso dei non musulmani nella moschea di Al-Aqsa e garantiva agli ebrei il diritto di pregare al Muro Occidentale. Nel contempo, ministri del suo governo, come Itamar Ben Gvir, leader di estrema destra e titolare della Sicurezza Nazionale, si recano pubblicamente all’interno di al-Aqsa, chiedendo la legalizzazione della preghiera ebraica nel complesso. Vengono filmati, fotografati, celebrati più come precursori che come semplici visitatori.

Nel frattempo, sui social media e nei volantini distribuiti nei quartieri religiosi di Gerusalemme Ovest, si intensificano gli appelli per l’edificazione di un nuovo Tempio. L’Amministrazione del Monte del Tempio, un gruppo di estrema destra, ha reso noto che nei primi tre giorni della Pasqua ebraica 3.000 fedeli hanno fatto ingresso nella Spianata. Ulteriori movimenti, quali Temple Mount Faithful, Yaraeh e il Temple Institute, perseguono una simile direzione. Non tutti, però, propongono esplicitamente la distruzione della moschea, ma l’idea aleggia. È il sogno di una ricostruzione, ma a prezzo di una cancellazione. I palestinesi ne sono pienamente consapevoli. Per loro, al-Aqsa non è unicamente un sito di culto, ma un punto di riferimento, una delle ultime significative testimonianze visibili della loro storia a Gerusalemme.

Le organizzazioni per i diritti umani e numerosi attivisti palestinesi denunciano da anni un piano di trasformazione urbana dissimulato da fervore religioso. L’accusa è precisa e vede Israele provare ad alterare la demografia della città e incrementare la presenza ebraica a detrimento di quella palestinese. Al-Aqsa, con la sua cupola dorata e le sue mura millenarie, incarna la roccia della resistenza. Oggi, salire sul Monte del Tempio è anche una prova di forza. Un rituale che unisce politica e spiritualità, rivendicazione e sogno, diritto e strategia. Ogni visita è un messaggio. Ogni ingresso, un passo in più in un territorio dove la fede è usata come leva. Dove Dio è spesso il nome che si dà alla conquista.

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