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Religioni

Monsignor Paolo Martinelli: “La nostra Chiesa di migranti che dal Golfo chiede la pace”

Vicario apostolico per l'Arabia Meridionale, monsignor Martinelli racconta ansie e speranze di un milione di cattolici del Golfo.
Emirati Arabi Uniti

Frate minore cappuccino, ex vescovo ausiliare di Milano, 67 anni, monsignor Paolo Martinelli è dal luglio del 2022 vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, una giurisdizione della Chiesa cattolica che comprende Emirati Arabi Uniti (il vicariato ha sede ad Abu Dhabi, presso la cattedrale di St. Joseph, Oman e Yemen, ripercorrendo così le orme di tanti confratelli: i frati cappuccini, infatti, operano nella penisola arabica da più di un secolo, secondo una missione che fu loro ufficialmente affidata nel 1916. Il vicario, dunque, si trova impegnato a curare una comunità di circa un milione di cattolici in una delle zone ora più “calde” del pianeta. Un osservatorio, il suo, indubbiamente speciale.

Nel 2022, al momento di cominciare la Sua missione nel Vicariato apostolico dell’Arabia Meridionale, Lei disse che si disponeva a “capire e imparare”. Sono passati quattro anni ricchi di eventi e, purtroppo, anche di momenti drammatici. Quali sono le cose che si sentirebbe di aver capito e imparato?

“Sono arrivato quasi 4 anni fa ed effettivamente sono tante le cose che ho imparato.
Innanzitutto a livello ecclesiale: ho incontrato una Chiesa numerosa, giovane, fortemente partecipativa con un grande senso di corresponsabilità tra i fedeli. La nostra è una Chiesa di migranti: a parte pochissime eccezioni, nessuno ha la cittadinanza nei Paesi compresi nel Vicariato (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen). I fedeli vengono da oltre cento paesi diversi con culture, lingue e riti diversi. Penso che la condizione di migrante – in particolare in un Paese islamico – possa favorire
una riscoperta della fede. Vedere tante espressioni diverse della stessa fede cristiana desta il desiderio della partecipazione e della condivisione. Mi colpisce la disponibilità di tanti fedeli ai diversi ministeri e servizi nella chiesa. Sono edificato dalla passione che hanno per la comunicazione della fede alle nuove generazioni. Penso ai 35mila bambini che partecipano ogni settimana al catechismo e agli oltre 3mila catechisti.

Inoltre ho avuto occasione di conoscere tanti fedeli musulmani, la loro accoglienza e ospitalità. Vivono molto seriamente la loro fede. Colpisce l’armonia tra religione e modernità, soprattutto evidente negli Emirati Arabi Uniti. Sono molto fedeli alla loro tradizione religiosa, ma sono molto proiettati al futuro. Penso che noi, dopo cinque secoli di conflitto tra Chiesa e modernità, possiamo imparare qualcosa, sia come Chiesa che come società. Poi c’è la guerra, di cui avevo solo sentito parlare dai miei genitori quando ero bambino. Qui lo Yemen è in guerra da oltre 10 anni. Mi colpisce la testimonianza delle suore di Madre Teresa di Calcutta, le Missionarie della Carità. Nonostante 4 di loro siano state uccise da un
commando estremista nel 2016, sono rimaste e ancora sono al servizio dei più poveri tra i poveri. Ora la guerra c’è anche qui da noi, siamo coinvolti direttamente e ogni giorno subiamo più attacchi dall’Iran, con missili e droni. Le autorità ci rassicurano e si preoccupano molto di come stiamo. Nonostante i pericoli, le nostre chiese rimangono piene”.

Nel 2019 papa Francesco fu il primo pontefice a recarsi nel Golfo Persico con una storica visita proprio negli Emirati, dove ha sede il Vicariato. Che cos’è rimasto di quegli incontri, qual è stata l’eredità? Lo spirito del Documento sulla fratellanza umana è ancora vivo, anche in tempi come questi?

“Papa Francesco è molto amato negli Emirati Arabi Uniti. La sua visita rimane memorabile. Ha lasciato un’impronta indelebile. Ogni anno a febbraio, si tengono eventi commemorativi della firma del documento sulla Fratellanza umana e viene conferito un premio a persone e associazioni meritevoli per promuovere il bene dei poveri e la pace. Da quel documento è nata la Abrahamic Family House, un centro unico al mondo, che comprende una Chiesa Cattolica, una Moschea e una Sinagoga, a cui si aggiunge uno spazio detto “forum” per il dialogo e incontri di formazione, soprattutto per i giovani. Il documento firmato ad Abu Dhabi sulla Human Fraternity è ancora molto apprezzato; si tratta di un testo che costituisce un nuovo capitolo della relazione tra le religioni, incentrato soprattutto sul rifiuto della violenza in nome di Dio, sulla libertà delle persone, sulla educazione al senso religioso, e sulla promozione di un mondo più umano attraverso la conoscenza reciproca e la collaborazione tra persone di fedi diverse. Certamente l’attuale conflitto mette alla prova tutto questo. M ritengo che il documento sia un passo di non ritorno che occorre approfondire e diffondere”.

Vicarariato Apostoico dell’Arabia Meridionale /AVOSA

Il Vicariato serve un milione di cattolici, tutti migranti. Ci può descrivere questo popolo di cattolici, la sua composizione, la sua distribuzione, le forze di cui dispone il Vicariato per assisterlo?

“Come Chiesa di Migranti, la nostra gente viene tutta da Paesi diversi. La maggior parte dei nostri fedeli è filippina e indiana, moltissimi vengono da diversi Paesi del continente asiatico. Il numero dei fedeli di lingua araba è cresciuto notevolmente in questi ultimi anni, trainato dalle migrazioni dai Paesi del Medio Oriente, anche a causa dei conflitti in corso. In crescita sono anche i fedeli dall’Africa. In numero minore sono presenti fedeli dall’Europa, America e Oceania. Negli Emirati Arabi Uniti abbiamo nove parrocchie, in Oman quattro e nello Yemen quattro, purtroppo queste ultime inagibili a causa dei danni provocati dalla guerra. In genere le nostre chiese sono sempre sovraffollate soprattutto in fine settimana per la partecipazione alle Messe, per il catechismo e gli altri incontri di formazione e di preghiera. Abbiamo anche dieci scuole cattoliche, di cui sette gestite direttamente dal Vicariato. Abbiamo 72 sacerdoti e tre diaconi permanenti. I sacerdoti sono per due terzi Frati Cappuccini, avendo la Santa Sede dato l’incarico a questo ordine religioso di provvedere al clero necessario per il Vicariato. Poi ci sono membri di altri istituti di vita consacrata, qualche sacerdote diocesano fidei donum e un ristretto numero di sacerdoti incardinati nel vicariato. Anche il clero, come la gente, è composto interamente da sacerdoti provenienti da diverse nazioni e con la possibilità di celebrare nei diversi riti. La loro unità è un esempio molto importante per la nostra gente. Infine abbiamo circa 50 suore di diverse congregazioni, che si occupano soprattutto delle scuole e della catechesi nelle parrocchie. Sono una presenza davvero preziosa e stimata. Spero in futuro di poter aumentare la loro presenza nel vicariato apostolico”.

Quali sono i principali bisogni di questa comunità piuttosto eterogenea?

“La sfida più grande è la tensione tra l’unità della Chiesa e le pluralità delle forme. Poiché i fedeli non hanno la prospettiva della cittadinanza, mantengono naturalmente un nesso con la propria terra di origine. Dall’altra parte si inseriscono in una Chiesa che ha una storia precisa, la Chiesa in Arabia, che affonda la sua radice nell’epoca apostolica; c’erano grandi comunità cristiane nei primi secoli. In particolare celebriamo la ricorrenza di Sant’Areta e compagni, che subirono il martirio nel VI secolo, menzionati anche nel Corano con parole di elogio. Recenti reperti archeologici mostrano che anche in epoca islamica ci sono stati per lungo
tempo monasteri cristiani che hanno potuto convivere. Pertanto, i nostri fedeli migranti si inseriscono in una storia molto ricca. Oggi loro sono la Chiesa in Arabia, non sono qui in prestito. Per questo il nostro grande lavoro è quello di approfondire il senso di appartenenza alla Chiesa in questa regione. Quando si approfondisce quello che ci unisce – la stessa fede, lo stesso battesimo – le differenze diventano una ricchezza vicendevole. Si può imparare gli uni dagli altri e ammirare i diversi doni della sapienza di Dio!”.

Lei è in costante contatto con le parrocchie del Vicariato. Qual è il sentimento dei sacerdoti e della gente di fronte a questa nuova ondata di violenza?

“Per noi la figura del parroco è molto importante: è un punto di riferimento e di unità per tutti i gruppi presenti nelle parrocchie. Anche nella circostanza triste della guerra, il collegamento tra loro e con me è decisivo. Per noi è importante seguire le indicazioni che ci vengono date dall’autorità civile, che ha chiesto innanzitutto di evitare grossi assembramenti. Per questo abbiamo deciso di cancellare alcuni incontri in programma in cui si prevedeva una grande presenza di popolo. Le Chiese rimangono aperte e si garantisce il servizio liturgico. I nostri sacerdoti sono sereni, calmi. Questo è necessario per essere un punto di riferimento per la gente. Al momento nonostante i numerosi allarmi e gli attacchi, perlopiù respinti, non ci sono stati danni alle nostre chiese. Stiamo promuovendo la preghiera quotidiana per la pace tra i nostri fedeli. Spesso ci si incontra online per recitare il rosario. Dopo i primi giorni, in cui abbiamo avuto una diminuzione di fedeli, la gente è tornata alla frequenza abituale”.

Molte persone immigrate nei Paesi del Vicariato e in quelli vicini stanno cercando di tornare ai Paesi d’origine per ragioni di sicurezza. Anche tra i cattolici c’è questo fenomeno?

“Al momento è ancora presto per avere un quadro completo della tendenza. Ovviamente la prima realtà ad essere colpita è il turismo. Per quanto conosco, il rientro di lavoratori è ancora minimo ed appare perlopiù temporaneo in attesa di capire gli sviluppi della situazione. Se la situazione dovesse continuare o peggiorare certamente si porrebbero grandi problemi. Spero che la situazione non degeneri e si torni alla normalità quanto prima”.

Parlando della guerra in corso: ci sono tentativi, da un lato e dall’altro, di dare a questo conflitto quasi i toni di uno scontro tra civiltà e religioni. Da un luogo come gli Emirati, dove mescolanza tra popoli e convivenza tra diversità sono ormai una norma, come osserva tutto questo?

“Escluderei radicalmente che si tratti di uno scontro tra civiltà e religioni. La situazione del Golfo è estremamente complessa e non permette semplificazioni indebite. Certamente ci sono ancora usi strumentali, ideologici e nazionalistici della religione che occorre contrastare e superare. Ci sono obiettivi problemi di equilibrio geopolitico. L’attuale situazione ha radici molto profonde. Trovare un nuovo equilibrio richiede grande lungimiranza e sapienza. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti in cui convivono pacificamente persone con religioni e cultura diverse sono un esempio e un messaggio molto chiaro a questo proposito”.

Lei stesso, come la Chiesa tutta, si è speso in appelli contro la guerra e a favore del dialogo e della diplomazia. Invano, purtroppo. Che cosa si può fare, ancora, per fermare questa ondata di bellicismo che pare irrefrenabile? E quale ruolo può avere non solo la Chiesa cattolica, ma la comunità cattolica nel mondo?

“Innanzitutto, credo che si debba insistere sulla via del dialogo e della diplomazia perché non c’è alternativa ad esse. Le attuali problematiche geopolitiche sono anche complesse a causa dei conflitti precedenti che non hanno portato a soluzioni ma all’indurimento delle relazioni. Il compito della Chiesa è innanzitutto quello di essere una presenza dialogante con tutti; in particolare, la promozione del dialogo interreligioso come antidoto all’uso ideologico della religione; spingere e sostenere il lavoro delle diplomazie per ricucire pazientemente rapporti feriti. Inoltre è importante promuovere la preghiera per la pace pubblicamente. Quando un popolo
si trova a pregare per chiedere la pace, questo non ha solo un valore religioso e spirituale, ma anche culturale e sociale. La pace è un dono di Dio che va continuamente chiesto nella preghiera, accolto, promosso e diffuso attraverso la testimonianza della vita buona dei credenti”.

Lei ha parlato spesso della crisi degli organismi internazionali. È un tema molto discusso ma quasi sempre da una prospettiva “eurocentrica”. Dall’osservatorio privilegiato in un’area del mondo tormentata ma anche sempre più importante per gli equilibri mondiali, qual è il suo punto di vista?

“Mi sembra che tutti questi conflitti siano una dimostrazione che gli organismi internazionali deputati alla promozione del bene comune e della pace tra i popoli sono in crisi, in grave difficoltà. Penso che questo sia dovuto al fatto che la situazione è profondamente mutata ed occorre ripensare queste strutture perché si arrivi ad evitare situazioni come quelle che stiamo vivendo ora, di un conflitto di cui non si vedono confini e vie di uscita”.

I Paesi del Golfo, tra cui appunto quelli del Vicariato, sono stati colpiti ma non hanno reagito militarmente. Teme che si possa arrivare a un coinvolgimento anche militare, per esempio, degli Emirati?
“Mi sembra che in questo momento sia l’atteggiamento più saggio e lungimirante non arrivare al coinvolgimento militare. Preghiamo perché questo atteggiamento favorisca il cessate il fuoco e il ritorno al dialogo e alla diplomazia”.

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