Una rivoluzione religiosa di dimensioni epocali sta riscrivendo volto e anima dell’America Latina, il fu continente cattolicissimo dove la Chiesa cattolica è una realtà sul viale del tramonto, una stella cadente il cui corpo sta venendo rapidamente ridotto in cenere dall’interrelazione di due fenomeni corrosivi: secolarizzazione e protestantizzazione.

Da Cuba all’Argentina, passando per Brasile, Cile e Venezuela, non c’è terra dell’Ispanoamerica che si sia rivelata immune e/o impermeabile all’avanzata irrefrenabile del protestantesimo in salsa (e di origine) nordamericana, ovverosia delle chiese evangeliche e neopentecostali. Neanche il Messico, terra della Madonna di Guadalupe, della guerra cristera e di Padre Hidalgo, è esente dal fenomeno.

I numeri del censimento

Nel 2020 ha avuto luogo il censimento della popolazione in Messico, a distanza di dieci anni dall’ultimo, e i numeri sono stati resi pubblici nel mese di febbraio. Nell’ultimo decennio i cattolici sono diminuiti dall’82,7% al 77,7%, mentre i protestanti di stampo evangelico sono aumentati dal 7,5% all’11,2%. Il declino cattolico è meno accentuato che altrove, ma urge tenere in considerazione il contesto completo e il ritmo del cambio di paradigma.

Come è stato osservato da Christianity Today, “ci sono voluti cinquant’anni – dal 1950 al 2000 – affinché la proporzione dei cattolici in Messico diminuisse dal 98% all’88%. Oggi, soltanto due decenni più tardi, quella percentuale si è ridotta di altri dieci punti”. Spiegato altrimenti, l’andamento della de-cattolicizzazione ha registrato una significativa accelerazione dal 2000 ad oggi.

La Chiesa cattolica del Messico ha piena cognizione della questione, e ritiene che i numeri della rivoluzione evangelica siano in larga parte dovuti ad un effetto valanga generato dalla protestantizzazione del vicinato mesoamericano e alle attività di evangelizzazione dei missionari nelle comunità indigene, che sono le più toccate dal fenomeno.

Il ruolo delle carovane

Secondo Rosa Duarte de Markham, operatrice della Commissione Missionaria del Messico (Comimex), non sarebbe da trascurare la rilevanza del fattore migrazioni nel processo di spiegazione della progressiva protestantizzazione del Paese. Il Messico, come è noto, è una tappa obbligatoria per tutti quegli immigrati irregolari che dall’America centrale e meridionale tentano di raggiungere via terra gli Stati Uniti, dando vita alle tristemente celebri “carovane”.

La de Markham è dell’idea che una parte consistente degli immigrati che traversano il Messico, specialmente guatemaltechi e venezuelani, sia di fede evangelica e che approfitti della permanenza per predicare ad altri migranti o agli autoctoni. L’evangelicalismo, invero, presenta una propensione innata al proselitismo: ogni situazione può e deve essere sfruttata per apportare fedeli alla propria denominazione.

Gli altri fattori

Il protestantesimo evangelico starebbe guadagnando terreno nel panorama religioso messicano anche per altre ragioni, tra le quali la guerra della droga e la debole territorializzazione della Chiesa cattolica. Per quanto riguarda il primo punto, la de Markham è dell’idea che l’epidemia di violenza abbia incoraggiato la gente a riavvicinarsi alla fede perché il messaggio cristiano “può dare conforto, e valorizza pace e giustizia”.

Gli evangelici, e non i cattolici, sarebbero stati i principali beneficiari di questa ricerca di fede – e i numeri del censimento lo confermano – per via delle loro strutture decentralizzate e del loro maggiore focus sull’importanza della vita comunitaria. In una nazione come il Messico, afflitta dal problema degli omicidi e delle sparizioni, creare delle piccole comunità, vivaci ed energiche, sarebbe d’aiuto per una moltitudine di persone. Coloro che si definiscono protestanti, in effetti, vivono l’esperienza comunitaria più intensamente rispetto ai cattolici: il 63% dei primi si dichiara un praticante attivo, contro il 41% dei secondi.

La domanda sorge spontaneamente: perché la Chiesa cattolica non ha saputo cogliere il momento? Le risposte, questa volta, vengono fornite dai sociologi. Secondo Roberto Blancarte, eminente professore del Colegio de México, la Chiesa avrebbe perduto terreno a causa della scarsa copertura territoriale – un prete ogni seimila abitanti – e dell’incapacità di capire gli indigeni – il motore della protestantizzazione.

Secondo quanto ricostruito da Blancarte, i missionari evangelici provenienti dagli Stati Uniti, a partire dal secondo dopoguerra, si sono recati negli stati federati con le più alte percentuali di indigeni – specialmente Chiapas e Tabasco – armati di denaro e di Bibbie nelle lingue native. La strategia li avrebbe premiati nel lungo periodo: oggi, un terzo degli abitanti di Chiapas e Tabasco appartiene ad una confessione evangelica.

Da forza religiosa a potere politico

Come già accaduto nel resto dell’Ispanoamerica, gli evangelici manifestano la tendenza a formare blocchi elettorali una volta raggiunta la massa critica. In Messico, rappresentando ormai più del 10% della popolazione totale, gli evangelici sono in grado di influire sui processi decisionali e il loro potere di condizionamento varia a seconda dello stato.

Cirilo Cruz, presidente della Compagnia Evangelica Nazionale del Messico (CONEMEX), ha ammesso che “il governo sta iniziando a guardare a noi per vedere come la pensiamo su determinati argomenti”. L’esempio più lampante dell’interesse del potere politico nei confronti dell’ascendente forza evangelica è rappresentato indubbiamente dalla Luce del mondo (Luz del Mundo), la chiesa protestante più potente del Messico.

Il peso politico della Luce del mondo, da alcuni osservatori ritenuta una setta perniciosa, è comprensibile dando uno sguardo ai numeri: ha stabilito legami con i cinque principali partiti politici del Paese, è riuscita ad eleggere diversi parlamentari nel Congresso, alla sua festività principale – Santa Convocacion – hanno partecipato figure di spicco come Margarita Zavala, moglie dell’ex presidente Felipe Calderon, e ha colonizzato interi stati federali, in particolare quello di Jalisco, la cui classe politica partecipa regolarmente alle iniziative e alle attività della chiesa.

La trasformazione del Messico nel “Brasile dell’America centrale” è ancora lontana, quindi evitabile, ma tutto dipenderà da come la questione verrà affrontata dalla Chiesa cattolica: se imparando dal passato, quindi trovando dei rimedi alla secolarizzazione e ai limiti della parrocchializzazione, o se ricommettendo gli errori che le hanno gradualmente fatto perdere l’egemonia nel resto del subcontinente.