L’allontanamento dalle figlie piccole, la prigione, le torture psicologiche, le vessazioni da parte degli agenti di polizia. Asia Bibi, la bracciante pakistana cattolica condannata a morte per blasfemia nel 2010 da un tribunale del distretto del Punjab dopo essere stata accusata dalle colleghe musulmane di aver toccato la loro acqua, porta ancora le cicatrici del suo lungo calvario.

Ora vive in Canada, dopo essere stata assolta dalla Corte Suprema del Pakistan nel 2018. Ma non dimentica il dramma di chi, come è successo a lei, continua ad essere imprigionato ingiustamente, o peggio ucciso, stuprato, rapito, discriminato, a causa della propria fede.

Quante Asia Bibi ci sono nel mondo? Secondo la quindicesima edizione del rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre sulla libertà religiosa 5,2 miliardi di persone oggi vivono in un Paese in cui il diritto di professare il proprio credo viene soppresso o addirittura negato.

La persecuzione religiosa in una nazione su tre

Succede in 62 Stati, una nazione su tre. In 26 casi non si parla soltanto di discriminazione, ma di vera e propria persecuzione. Non sono semplici numeri, seppur inquietanti. “Dietro ci sono la carne, il sangue e la sofferenza di milioni di persone”, sottolinea il presidente di Acs-Italia, Alfredo Mantovano.

Tra i gruppi più perseguitati c’è quello dei cristiani. Cristiani come Asia, ai quali con la violenza, e con strumenti come la legge pakistana sulla blasfemia, vengono tolte dignità e libertà. “È una spada in mano alla maggioranza del Paese”, accusa la donna, intervenendo alla presentazione del report della fondazione pontificia.

Tra qualche settimana sarà a Roma. Spera di incontrare Papa Francesco e Benedetto XVI. Vuole ringraziarli per essersi battuti e aver pregato per lei, quando nell’indifferenza generale portava la sua croce nel silenzio di una cella spoglia del carcere di Sheikhupura.

Stupri e rapimenti contro i cristiani in Pakistan

Asia denuncia come in Pakistan le violenze contro le minoranze religiose non si siano fermate. Parla dei soprusi subiti dalle ragazzine rapite e costrette a sposarsi e convertirsi all’Islam, delle donne stuprate da uomini musulmani.

Secondo le organizzazioni locali si stima che almeno mille ragazze e giovani donne cristiane e indù vengano rapite ogni anno. È andata peggio a Sonia, una giovane cristiana uccisa nel novembre del 2020 dopo aver rifiutato le avances di un uomo musulmano. Soltanto due settimane fa un’altra ragazza è stata attaccata con un coltello per la stessa ragione. L’aggressore è libero mentre lei è stata arrestata per blasfemia.

“Se l’Islam è una religione di pace e armonia, come si può giustificare una tale violenza in nome della stessa religione? L’Islam permette forse di sposare ragazze minorenni e costringerle alla conversione?”, sono le domande di Asia Bibi al primo ministro del Pakistan. E poi un appello, il più accorato, a modificare quella legge sulla blasfemia di cui troppo spesso si abusa per colpire le minoranze religiose.

Le violenze del Califfato transnazionale

L’avanzata dei gruppi islamisti in alcune aree del mondo, la pandemia e persino lo sviluppo tecnologico hanno aggravato un quadro che già nello scorso biennio si presentava fosco. “Nel novembre del 2018 i Paesi dove si sono registrate violazioni erano 38, di cui 21 con persecuzioni gravi e 17 con discriminazioni. – spiega il direttore di Acs-Italia Alessandro Monteduro – I soprusi non sono diminuiti: nel 2021 i Paesi con violazioni sono diventati 62, di cui 26 colorati di rosso e 36 di arancione”.

La persecuzione religiosa cresce nel continente africano che conta ben sette nuovi ingressi nella triste classifica con Burkina Faso, Camerun, Ciad, Comore, Repubblica Democratica del Congo, Mali e Mozambico. Alla base dell’aumento di violenze e discriminazione in Africa c’è l’aumento della presenza dei gruppi jihadisti e la crescente radicalizzazione.  “Il network islamista transnazionale – va avanti Monteduro – si estende dal Mali al Mozambico, dalle Comore nell’Oceano Indiano alle Filippine nel Mar Cinese Meridionale, con lo scopo è creare un sedicente califfato transcontinentale”.

L’Africa sempre più “nera”

Tra gli esempi più lampanti c’è quello del Burkina Faso, dove negli ultimi due anni sono raddoppiati gli attacchi da parte dei gruppi islamisti come Jama’at Nusrat al Islam wal Muslimin, Ansaroul Islam e lo Stato islamico del Grande Sahara.

“Il loro obiettivo è quello di invadere l’Africa collegando il deserto al mare per poter controllare le vie del commercio per portare avanti i loro traffici e cambiare l’organizzazione della società, islamizzando tutta l’area”, spiega monsignor Laurent B. Dabiré, vescovo di Dori e presidente della Conferenza episcopale del Burkina Faso e del Niger.

La sua diocesi, nel nord del Paese, si è ritrovata ad avere a che fare all’improvviso con miliziani jihadisti che hanno “massacrato la popolazione, distrutto case, scuole e ogni simbolo di tolleranza e dialogo”. “La chiesa si è trovata coinvolta, assieme al resto dei cittadini, compresi gli stessi musulmani”, spiega il vescovo.

Nella sua diocesi, assicura, sei parrocchie su tre sono chiuse, ci sono interi villaggi off limits ed esercitare la propria libertà religiosa viene di fatto impedito. “È una minaccia seria per la libertà, – avverte – se i gruppi islamisti avranno la meglio e sarà finita per tutti”.

La persecuzione 2.0 grazie alle nuove tecnologie

Alla minaccia del fondamentalismo si affianca anche quella dell’abuso delle tecnologie più all’avanguardia. Ad usarle sono gli stessi gruppi jihadisti, ma anche i governi. Come quello cinese che attraverso una sorveglianza di massa basata sull’intelligenza artificiale, portata avanti con l’ausilio di 626 milioni di telecamere piazzate in tutto il Paese, controlla e reprime le minoranze religiose, grazie a sistemi di riconoscimento facciale come quelli dei nostri smartphone.

Non solo regimi autoritari, come Cina e Corea del Nord, ma anche nazionalismi etno-religiosi che si traducono nella persecuzione delle minoranze in Paesi come India, Nepal, Myanmar e Thailandia.

Gli effetti della pandemia e della “persecuzione educata”

Poi c’è la pandemia, che ha aggravato le discriminazioni nei confronti delle minoranze, che si sono viste negare gli aiuti economici, alimentari e sanitari in Paesi come Niger, Turchia, Egitto, Pakistan e la stessa Cina. Un trattamento di serie b, basato proprio sui forti pregiudizi sociali già esistenti nella società e spesso amplificati dalle istituzioni.

E infine, la “persecuzione educata”. Così Papa Francesco ha definito l’ascesa di quei nuovi “diritti” e norme culturali che relegano la religione nella “oscurità della coscienza di ciascuno, o alla marginalità del recinto chiuso delle chiese, delle sinagoghe e delle moschee”.

Norme che rischiano di spingere la maggior parte dei Paesi civili all’indifferenza verso il dramma vissuto ogni giorno in tutto il mondo da milioni di persone.