Magnifica Humanitas, l’enciclica di Leone XIV per liberare l’IA dalla sindrome di Babele di Palantir

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Un’enciclica, la Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, che più politica non si potrebbe. Di portata storica per la dottrina sociale della Chiesa, inaugurata esattamente 135 anni fa con la Rerum Novarum di Leone XIII, a cui il pontefice si rifà per aggiornarla: se il predecessore dettò le coordinate cattoliche sugli scompensi della Rivoluzione Industriale, Prevost ha inteso offrire la carta fondativa per governare la Rivoluzione Artificiale. E nel farlo ha scelto contenuti, tempistiche, rimandi (e alleanze) che mettono il cattolicesimo in contrapposizione netta ed esplicita rispetto alle forze tecno-industriali a tutt’oggi, con Trump alla Casa Bianca, lanciate alla conquista della nuova frontiera: l’IA. Ogni riferimento a soggetti come Palantir, con la sua vagheggiata Repubblica Tecnologica, è palesemente voluto.

Giù le mani da Tolkien

Non è un caso che abbia fatto subito rumore il brano dove il Papa inserisce una frase di John Ronald Tolkien («nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo») contro la «disumanizzazione». Tolkien è l’autore della saga Il Signore degli Anelli da cui Peter Thiel ha tratto il nome della creatura da lui fondata, Palantir Technologies, a significare il potere di prevedere il futuro, nel romanzo affidato alle “pietre veggenti” e che l’azienda della Silicon Valley traduce in algoritmi. Il messaggio inviato dal Vaticano è chiarissimo: giù le mani da uno scrittore, cattolico, il cui pensiero si pone in direzione esattamente contraria all’usurpazione di Thiel. L’imprenditore con aspirazioni da filosofo, del resto, era stato gelidamente ignorato quando di recente, nel suo tour di conferenze sull’Anticristo, aveva fatto tappa anche a Roma, centro della cattolicità. L’Anticristo, per Thiel, è rappresentato da ciò che frena lo sviluppo dell’intelligenza artificiale monopolizzata da giganti privati connessi a filo doppio con il Pentagono. In sostanza, il nemico esistenziale sono i vincoli del bene pubblico, le restrizioni d’ispirazione umanistica, i rivali ideologici (come il socialismo di mercato cinese). L’obiettivo polemico di Prevost, invece, consiste proprio nella “cultura della potenza” legata alla lotta degli Stati per il primato.

Contro la “sindrome di Babele”

In parole povere, questo mite e raffinato agostiniano di Chicago ha schierato la Santa Sede gettandola nella mischia, offrendo una visione d’insieme, elaborata di tutto punto, con cui dare un’etica all’ultimo parto prometeico della tecnoscienza. Il proposito, dichiarato, è contrastare la sindrome da “torre di Babele”, l’illusione idolatrica che l’umanità possa potenziarsi senza limiti, sacrificando chi non sta al passo, proseguendo lo sfruttamento della Terra e oscurando la dignità umana. «Abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani», scrive. Per un Vicario di Cristo, il concetto di umano è traducibile nell’imitare quest’ultimo nel «dono di sé». Se per brevità e chiarezza prendiamo a contraltare il Palantir Manifesto, troviamo invece tesi di tutt’altro tenore. Fior da fiore: «I nostri avversari non si fermeranno per impegnarsi in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni militari e di sicurezza nazionale critiche. Andranno avanti»; «Il servizio nazionale dovrebbe essere un dovere universale. Dovremmo, come società, prendere seriamente in considerazione l’idea di allontanarci da una forza completamente volontaria e combattere la prossima guerra solo se tutti condividono il rischio e i costi»; «Se una Marina degli Stati Uniti chiede un fucile migliore, dovremmo costruirlo; e lo stesso vale per il software. Dovremmo essere in grado, come Paese, di continuare a discutere la rilevanza dell’azione militare all’estero pur rimanendo inflessibili nel nostro impegno nei confronti di coloro che abbiamo chiesto di mettersi in pericolo».

L’ideologia tecno-nazionalista di Karp

L’estensore Alex Karp, ceo di Palantir, figlio di padre afroamericano e di madre ebrea, lavora in parallelo, sul piano delle idee, rispetto al cristiano Thiel, e certo non ha voluto offrire una filosofia vera e propria (ambizione coltivata da Marc Andreessen con il suo Techno-Optimist Manifesto, frullato di turboliberismo, futurismo e superomismo sui generis). Ma un certo modo di vedere la società piuttosto che l’assetto del pianeta, nonché il senso stesso dell’uomo, traspare evidentissima là dove Karp centra il suo discorso sul «potere americano», sui «miliardari» che non dovrebbero «semplicemente rimanere nel loro ambito, quello di arricchirsi», sulla «élite» che dovrebbe farsi guidare da un non meglio precisato «credo religioso», sulla distinzione fra «culture» a cui ascrivere «progressi vitali» e «sottoculture» definite sprezzantemente «mediocri», sul rigetto di quel «pluralismo vuoto» che, nell’essere inclusivo (ossia multiculturale), indebolisce «l’America», e più in generale l’«Occidente».

L’élite in guerra

A differenza di Thiel, come si vede, Karp non evoca scenari biblici di sapore apocalittico. Ma la sostanza è identica. E il succo è questo: siamo noi, dice Karp, noi produttori dell’intelligenza generativa che già rendiamo a eserciti e polizie del mondo, statunitensi in primis, il servizio di gestione computazionale di guerra e sicurezza, siamo noi oligarchi che non miriamo solo al profitto ma a rifondare la convivenza su basi neo-nazionaliste e competitive, siamo noi i titolari del diritto-dovere di metterci alla guida del processo socio-tecnologico in atto. E lo facciamo perché non bisogna dare più per scontato il «secolo di pace» alle nostre spalle (ma pace per chi? non per serbi, afghani, irakeni, libici, siriani, ucraini, palestinesi ecc ecc), tanto è vero che «disarmo della Germania» e «pacifismo giapponese», se mantenuti, minacciano di «spostare gli equilibri». Soprattutto «in Asia». Leggi: pericolo Cina.

Pacifismo radicale

È la sintesi plastica di una mentalità conflittuale, aggressivo-difensiva, insofferente della democrazia come spazio di differenze che, previo filtro teologico, non potrebbe essere più lontana dal magistero di Leone XIV. Il papa condanna «polarizzazioni e violenze», fustiga lo «scontro a distanza fra imperialismi contrapposti», se la prende con il «falso realismo», critica la «stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche» che «genera una “nazione armata” in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica». E sembra lanciare un anatema quasi ad aziendam quando, perentorio, sentenzia: «Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile». Infine, prescrive una serie di «puntuali criteri di discernimento» che denotano una concezione antropologica, oltre che religiosa, radicalmente anti-bellicista, riassumibile nel rifiuto del «diritto del più forte» e della «Realpolitk», colpevole di diffondere «la rassegnazione a una guerra ineluttabile», come se «la pace e il dialogo» fossero «posizioni utopiche o irrazionali». Insomma, il papa continua ad annodare il filo con cui aveva esordito affacciandosi al balcone di San Pietro: la pace come teoria e prassi totalizzanti. Una pace che «non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità».

Anthropic in campo

A un laicista sfegatato queste affermazioni, nonostante i toni decisi e i non troppo velati richiami, potrebbero suonare come giaculatorie moraleggianti. Errore. Alla cerimonia di presentazione del testo, il 25 maggio, ha preso parola Christopher Olah, cofondatore con Dario Amodei di Anthropic. Si tratta dell’azienda, valutata in Borsa qualcosa come 380 miliardi di dollari, che il 27 febbraio scorso si è vista depennare dalla lista di fornitori delle agenzie federali degli Stati Uniti con decreto del presidente Trump, sostituita da OpenAI di Sam Altman. Il motivo spiega la presenza di Olah a fianco del pontefice: essersi opposti a rimuovere dai modelli algoritmici barriere che vietano l’uso di robot letali e sorveglianza di massa. Prevost non si è limitato dunque a predicare: ha scelto di mostrare al miliardo e quattrocento milioni di cattolici del mondo un esempio, a suo dire, di impresa eticamente responsabile nel mercato più avveniristico e insidioso. L’unica, sempre non casualmente, messa in lista nera dall’amministrazione trumpiana, con la quale nei mesi scorsi l’urto sul tema della pace e della guerra è stato frontale. Una scelta di campo che non ammette equivoci, come a dire: ecco, vedete, la tecnica non è un male in sé, può anzi essere applicata rettamente. In realtà, l’ultimo modello di intelligenza artificiale rilasciato da Anthropic, Claude Mythos Preview, è tutt’altro che rassicurante, concepito com’è per individuare le vulnerabilità dei sistemi informatici arrivando a prendere decisioni autonome. Un salto qualitativo che avvicina esattamente ai rischi di incontrollabilità che lo “sponsor” in talare bianco vorrebbe esorcizzare.

Ombrello morale

Anthropic, va da sé, si sfrega le mani: grazie alla “benedizione” papale, può presentarsi come interlocutrice privilegiata di quei governi, dall’America Latina all’Africa passando anche (forse) per l’Europa, che hanno nella propria opinione pubblica un vasto influsso cattolico. Può cioè legittimarsi come brand dell’«umanesimo cristiano». Un vero colpaccio reputazionale, il Pope washing, per la catena di investitori che la finanziano: da BlackRock a Google, da Amazon al fondo sovrano del Qatar.

«Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione – sostiene a ragione papa Leone in Magnifica Humanitas – Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi». La Chiesa Cattolica, con simultanea mossa dottrinale ed economica, si posiziona come “ombrello morale” nel conflitto in corso, in Occidente e fuori dall’Occidente, annunciando la cristianizzazione dell’arma-fine-di-mondo del XXI secolo. In nome di un Dio – ha tenuto a precisare il suo rappresentante terreno – che non può essere strattonato e strumentalizzato da sogni di onnipotenza transumanistici e post-umani. Al di là degli aspetti spirituali, la Chiesa prevostiana fa politica a carte scoperte. Anzi, per la precisione il guanto di sfida lanciato è un aut-aut geopolitico in piena regola: o con la linea Prevost-Anthropic, o con quella Trump-Palantir.