Le classi politica, imprenditoriale e latifondista del Brasile hanno tradizionalmente considerato l’Amazzonia, che è una delle regioni del globo con la più alta densità di risorse naturali, alla stregua di un immenso bacino da sfruttare in maniera indiscriminata, incuranti delle conseguenze per l’ecosistema, del potenziale impatto sull’economia nel lungo termine, e degli interessi dei residenti ivi stanziati, che sono rappresentati in parte significativa dalle tribù indigene.

Jair Bolsonaro ha riportato all’attualità la questione amazzonica, facendosi promotore di un’ambiziosa quanto controversa agenda liberalizzatrice che porrebbe le basi per uno sfruttamento più intensivo della regione, smantellando il già debole apparato legale di tutela per favorire le attività economiche della grande imprenditoria nazionale e multinazionale.

Ma la trasformazione dell’Amazzonia in un gigantesco mercato all’aria aperta è rallentata da un ostacolo: gli indigeni. Per questa ragione Bolsonaro sta dedicando molta attenzione al loro dossier e, avendo compreso la controproduttività dell’utilizzo della forza, ha scelto infine di delegarne la risoluzione alle chiese evangeliche.

Evangelizzare per addormentare (le proteste)

Protezione degli indigeni e tutela del patrimonio naturale amazzonico sono stati di tradizionale competenza della chiesa cattolica, e l’attuale pontificato ha rinnovato l’attenzione su di essi, come palesato dal recente sinodo per l’Amazzonia. Tuttavia, il potere e l’influenza del clero e del pensiero cattolico sono drasticamente diminuiti in ogni campo, dalla società alla politica, come riflesso della graduale e rapida protestantizzazione del paese.

Dagli anni ’70, il Brasile, e l’America latina in generale, è entrato nel mirino di una strategia geo-religiosa elaborata nelle stanze dei bottoni di Washington durante la guerra fredda in chiave anticomunista e antivaticana – erano, infatti, gli anni della teologia della liberazione, dei preti-guerriglieri come Camilo Torres e delle esperienze rivoluzionarie terzomondiste cristianeggianti, come il peronismo argentino.

La strategia ha avuto, e sta avendo, successo: dal 1980 al 2019 i cattolici sono passati dal 90% al 50% della popolazione totale, controbilanciati dall’aumento vertiginoso degli affiliati alle chiese evangeliche, dal 9% al 31%. Mentre i primi si riducono ad un tasso medio dell’1% annuo, i secondi crescono del 0,7% annualmente, ed entro il 2032 il paese potrebbe cessare di esistere a maggioranza cattolica.

I riflessi di questa rivoluzione religiosa sono già evidenti in ogni settore e Bolsonaro, che ha dedicato all’elettorato evangelico una parte significativa della propria campagna, ha riempito di ferventi protestanti di varie denominazioni il proprio entourage, affidando loro incarichi rilevanti nella gestione della politica estera. Adesso il presidente vuole sfruttare le incredibilità capacità di proselitismo dei predicatori e dei pastori evangelici, che in un trentennio hanno de-cattolicizzato il paese cattolicissimo per antonomasia, per risolvere la questione indigena.

Recentemente Bolsonaro ha affidato la direzione del reparto per gli indigeni mai contattati della Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI) a Ricardo Lopes Dias. Il Funai è il principale organismo di tutela e rappresentenza degli indigeni, mentre Dias è un antropologo, di fede evangelica, di fama nazionale con alle spalle un decennio di attività missionarie nella regione amazzonica per conto della Missão Novas Tribos do Brasil.

L’arrivo di Dias al Funai è stato accolto freddamente dagli indigeni: ritengono che rivoluzionerà, negativamente, il modus operandi dell’ente, già attaccato, infiltrato e indebolito negli anni recenti, dando maggiore impulso alle attività evangelizzatrici e riducendo il loro ventaglio di diritti, sempre più ristretto.

Dias è un profondo conoscitore del variegato e ricco mondo indigeno ed è, anche e soprattutto, un professionista del proselitismo, perciò l’importanza della sua nomina non dev’essere sottovalutata. Dias ha avuto modo di entrare in contatto con diverse tribù mai contattate, riuscendo non soltanto a romperne l’isolamento in maniera non traumatica ma anche a battezzarle nel nome di Cristo.

Per eleggere Dias è stato cambiato il regolamento interno del Funai. Trattandosi di un esterno, ossia non appartenente all’ente, non avrebbe potuto essere eletto in posizioni verticistiche, tantomeno alla massima. Dias è la terza entrata arbitraria di lealisti governativi in posizioni-chiave dell’ente in pochi mesi, dopo quelle di Paula Wolthers de Lorena Pires e di Marcelo Xavier da Silva.

L’obiettivo è chiaro: convertire le tribù, soprattutto quelle mai contattate, facilitandone l’integrazione nella società brasiliana e, quindi, lo spostamento dalle terre più remote e selvagge del paese a quelle abitate. Svuotando l’Amazzonia dei suoi abitanti originari, autoctoni, sarà molto più rapido e meno conflittuale portare avanti la campagna di sfruttamento del sottosuolo, di abbattimento delle foreste e di estensione delle terre coltivabili dai latifondisti

Il piano di Bolsonaro può funzionare, anche perché accelererebbe una tendenza già iniziata. Infatti, le missioni evangeliche sono impegnate nel proselitismo fra gli indigeni sin dagli anni ’90 e hanno ottenuto risultati straordinari: nel 1991 soltanto il 14% degli indigeni era affiliato a chiese evangeliche, nel 2018 quella percentuale è salita al 32%. La rivoluzione religiosa nel mondo indigeno sta anche suscitando, come normale e fisiologica conseguenza, crescenti divisioni settarie e ostilità fra le tribù.

La questione amazzonica

In Brasile vivono circa un milione di indigeni, divisi in 300-400 tribù, alcune delle quali “mai contattate“, ossia totalmente estranee alla modernità in quanto stanziate nel cuore profondo dell’Amazzonia. Negli anni recenti, complici una maggiore consapevolezza dei propri diritti ed un risveglio identitario di stampo etnico che ha travolto tutta l’America latina, gli indigeni hanno aumentato significativamente la loro esposizione nella società civile e nella politica, denunciando i rischi della degradazione e dello sfruttamento intensivo dell’Amazzonia e demandando la concessione di diritti territoriali volti a garantire forme di sovranità limitata sulle aree nelle quali hanno vissuto per secoli.

Bolsonaro ha posto fine alla tendenza filo-indigenista, molto sentita dai predecessori del Partito dei Lavoratori, come Lula da Silva e Dilma Rousseff, preferendo venire incontro alle richieste dei grandi privati. L’obiettivo è quello di rilanciare l’economia nazionale attingendo alle risorse contenute nel “polmone della Terra“, che spaziano dal legname agli idrocarburi e alle terre rare.

La nuova presidenza brasiliana ha gradualmente smantellato l’apparato di tutela che pone restrizioni allo sfruttamento della regione amazzonica, ma anche quello che garantisce agli indigeni una serie di diritti sulla base del loro antico radicamento – quest’ultimo è estremamente importante, poiché di origine costituzionale. Sullo sfondo delle abili manovre politiche, sono rapidamente aumentate le violenze perpetrate da anonime squadre di paramilitari e vigilanti contro le tribù e i loro difensori nella società civile e nella chiesa cattolica.

I numeri della guerra segreta agli indigeni sono impressionanti: fra il 2015 ed il 2018 si sono registrati 406 omicidi, 378 tentati omicidi, 339 suicidi imputabili a pressioni psicologiche e/o gravi intimidazioni, e 1.303 minacce di morte.

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