Nel 2016 il 6,1% della popolazione tedesca era di fede islamica, ossia quasi 5 milioni di persone, ma entro il 2050 il PewResearch Center ha stimato che tale percentuale possa salire fino a rappresentare fra 9% e il 20%, sulla spinta dei tassi di fertilità dei tedeschi autoctoni al di sotto della soglia di sostituzione e dei flussi migratori in entrata più o meno costanti.

La stragrande maggioranza dei musulmani residenti nel paese è di origine turca: sarebbero almeno 4 milioni secondo le stime più recenti, sebbene le statistiche ufficiali siano più basse perché non tengono in considerazione le naturalizzazioni avvenute nel corso dei decenni. Si tratta della più grande comunità diasporica di turchi all’estero e con il graduale allontanamento di Ankara dall’orbita euroamericana si è assistito a tentativi più intensi e crescenti di strumentalizzarla per esigenze politiche e religiose, con l’obiettivo di trasformarla in una quinta colonna funzionale all’agenda estera del Partito di Giustizia e Sviluppo del presidente Recep Tayyip Erdogan.

La Turchia è il primo finanziatore dell’islam in Germania: costruisce, mantiene e ristruttura moschee, centri culturali, scuole coraniche, addestra, invia e stipendia gli imam che lavorano nel paese. Le conseguenze più manifeste e visibili della sovraesposizione di Ankara nella gestione della umma tedesca sono l’aumento della radicalizzazione religiosa e della polarizzazione, che stanno portando alla nascita di vere e proprie società parallele in cui proliferano e si intrecciano integralismo, jihadismo e criminalità.

Alla luce di questi eventi, e dei cambiamenti demografici in corso, Berlino ha infine deciso di intervenire, presentando le prime misure che saranno implementate per tentare di ridurre l’influenza negativa turca sui musulmani dei paese e rendere l’integrazione un percorso possibile.

Il piano di Berlino

Prossimamente il governo lancerà un programma di formazione per coloro che desiderano diventare imam e predicare nelle moschee di tutto il paese. Il progetto sarà lanciato all’università di Osnabrück, coinvolgerà attori esclusivamente civili e prevederà la collaborazione con le principali organizzazioni islamiche del paese, come l’Unione turco-islamica per gli affari religiosi (Dibit).

L’obiettivo è di ridurre gradualmente la presenza di imam provenienti dall’estero, che rappresentano attualmente il 90%, e assicurarsi che la futura generazione venga istruita seguendo le linee guida fornite da Berlino e non da altri paesi, come Turchia e Arabia Saudita.

Il piano è stato accolto freddamente dalle principali associazioni di rappresentanza dei musulmani tedeschi, che lo ritengono al tempo stesso anticostituzionale – in quanto violerebbe i rapporti risultanti dalla separazione fra stato e chiesa – ed un attacco politico diretto alla presidenza turca degli Affari religiosi (Diyanet) e alla Visione Nazionale (Milli Görüş), che da decenni si occupano della tutela dell’islam in Germania e dell’addestramento, anche in loco, degli imam.

Le associazioni islamiche hanno ragione sull’ultimo punto: la Turchia è il paese che più di ogni altro ha formato, e forma, gli imam che lavorano in Germania, come confermato dalle stesse autorità di Ankara, e il progetto mira a diminuirne l’influenza alla luce delle critiche provenienti dalla società civile e dal mondo politico e dagli allarmi lanciati dagli stessi servizi segreti.

Il programma si struttura nel seguente modo: avrà una durata di due anni, sarà finanziato dal ministero degli interni con una spesa iniziale di 400mila euro, accetterà fino a 70 domande d’iscrizione annualmente, i corsi saranno somministrati in lingua tedesca e prevederanno una parte teorica, inerente lo studio della teologia, ed una pratica, ossia il lavoro sul campo, in moschea.

I limiti

Ciò che avrebbe potuto essere un piano ambizioso per portare alla creazione di un islam tedesco, appiattito nella sua forma identitaria e deprivato di ogni elemento potenzialmente destabilizzante, potrebbe, però, rivelarsi un fallimento annunciato perché basato su un paradosso: la Germania vuole ridurre la presenza turca nella formazione degli imam, appaltando il lavoro ad un’associazione, la Dibit, che dipende direttamente da Diyanet, ossia da Ankara.

Dibit gestisce e finanzia oltre 900 moschee nel paese, sulle 3mila totali, e non è esente da ombre. Recentemente i servizi segreti per la sicurezza interna, BfV, hanno deciso di iniziare a monitorare le attività dell’organizzazione per valutare di inserirla nell’albo degli enti ufficialmente sotto sorveglianza per ragioni di sicurezza nazionale.

L’attenzione dei servizi segreti è legata a diversi fattori: le accuse di incitare all’odio religioso, promuovendo letture antioccidentali, anticristiane ed antigiudaiche del Corano, le presunte attività di spionaggio all’interno della diaspora per rintracciare membri della rete di Fetullah Gulen. Inoltre, nel 2017, i vertici si rifiutarono di prendere parte alla marcia contro il terrorismo indetta dalle autorità di Colonia, spingendo il ministero degli interni a privarla di gran parte degli aiuti federali annualmente devoluti.

Il dilemma turco

La Germania sta sperimentando gli stessi problemi della Bulgaria, anch’essa costretta a correre ai ripari dopo aver sottovalutato l’agenda panislamista e neo-ottomana di Ankara per decenni, e perdere la partita per l’integrazione della sempre più folta comunità musulmana avrebbe conseguenze sia sociali che geopolitiche estremamente profonde, tutte a vantaggio della Turchia.

Già oggi, le indagini periodiche realizzate da enti pubblici ed università e i dati risultanti dalle preferenze elettorali della diaspora, evidenziano un significativo sostegno all’islam politico, diffidenza nei confronti dei valori occidentali, disillusione verso l’integrazione nella società tedesca, e grande supporto per il partito di Erdogan.

Lo stesso presidente turco sta dedicando un’attenzione crescente ai connazionali che vivono nel paese, indirizzando loro dei discorsi particolarmente carichi di retorica da scontro di civiltà e fonti di polemiche. Ad esempio, nel 2011, da un palco a Dusseldorf, li invitò a non assimilarsi, mentre nel 2017, li invitò a fare “non tre, ma cinque figli” per diventare un giorno la maggioranza nel continente.

Ancora una volta, il futuro dell’Europa passerà inevitabilmente dagli eventi che avranno luogo in Germania e dai nuovi equilibri che si creeranno. In gioco, infatti, non c’è solo il futuro della prima potenza del Vecchio Continente, ma l’idea stessa di Occidente e del suo rapporto con l’islam e con la Turchia.