Non bastano le costrizioni ai credenti musulmani residenti nello Stato Ebraico: dopo aver fermato i fedeli islamici della celebrazione di Eid el-Fitr il 20 marzo scorso, oggi la polizia israeliana ha fermato il Patriarca Latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa mentre si recava verso l’ingresso della Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo più santo dell’intera cristianità, dove si stava indirizzando per celebrare la Domenica delle Palme. Il Santo Sepolcro come la Moschea di Al-Aqsa: luoghi santi per due delle tre religioni monoteistiche abramitiche tenuti sotto scacco e in ostaggio dal governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu e delle sue politiche securitarie che si concretizzano in una netta repressione della libertà religiosa.
Pizzaballa si stava recando nel luogo che sorge sul sepolcro di Gesù Cristo assieme a padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa. I Vangeli ricordano che nella Domenica delle Palme Gesù fece l’ingresso trionfale a Gerusalemme: “Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvarlo”, dice il Gesù narrato nel Vangelo di Giovanni presentato come Principe della Pace che si recava nella città di Gerusalemme per preparare gli eventi della sua Passione.
Due millenni dopo, un Israele in guerra e dimentica del ruolo universale di Gerusalemme ferma due uomini che arrivavano in pace per commemorare questo evento centrale nella tradizione cristiana. Israele è in guerra contro l’Iran, il Libano, la Palestina, ma in un certo senso anche contro sé stessa: negare l’universalità di Gerusalemme impedendo le celebrazioni religiose bloccando prima l’Eid e poi l’ingresso dei due alti prelati rappresenta uno strappo pienamente funzionale alla deriva etno-nazionalista incentivata da Netanyahu e dai suoi.
“Per la prima volta in centinaia di anni, i capi della Chiesa non hanno potuto celebrare la Domenica delle Palme al Santo Sepolcro”, ha commentato su X la Custodia di Terra Santa, aggiungendo di ritenere ciò “un grave precedente e una mancanza di rispetto per miliardi di persone che questa settimana guardano a Gerusalemme”. Per la Custodia “bloccare l’ingresso del custode e del patriarca rappresenta una misura sproporzionata irragionevole”.
Si consolidano, insomma, gli schiaffi di Israele al mondo cattolico, “colpevole” agli occhi del governo di rappresentare un’istituzione pontiera e di pace in un Medio Oriente di guerra e violenza. Un anno fa, a Pasqua, lo scomparso Papa Francesco condannò violentemente l’antisemitismo nell’ultimo messaggio trasmesso il giorno prima di morire. Non bastò a risparmiarlo dagli strali dell’estremismo israeliano, che lo riteneva reo di sentimenti di empatia e misericordia per le vittime dei massacri a Gaza.
Leone XIV non ha mancato di incontrare il presidente israeliano Isaac Herzog, di condannare l’antisemitismo e lunedì ha incontrato Dani Dayan, presidente del centro di ricerca sull’Olocausto Yad Vashem. Leone si è però rifiutato di benedire lo spirito di crociata dello Stato Ebraico e ha visto il suo progetto espresso nel recente viaggio in Libano infranto dagli attacchi israeliani. La Chiesa cattolica è sempre più nel mirino di una leadership israeliana incardinata su un radicalismo che non fa il bene della tradizione storica dello Stato Ebraico, che governa una terra storicamente fonte d’incontro, e non di scontro, e per sua natura universale. Ora schiacciata sotto il tallone dell’estremismo interno al governo Netanyahu con la scusa della sicurezza in tempo di guerra.
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