Quando il nuovo coronavirus ha iniziato a superare i confini della Cina e si è diffuso in altre aree del mondo, a destare maggiore preoccupazione erano le sorti dei Paesi più poveri e di quelli con un’alta densità di popolazione. Uno su tutti, l’India.  Ma, alla fine, com’era prevedibile, il Covid-19 ha raggiunto anche le sue città e le sue aree e secondo l’ultimo aggiornamento dell’Organizzazione mondiale della Sanità, risalente al 12 aprile 2020, i casi confermati sono 8.447, con un bilancio di 273 morti accertati. E se dappertutto si contano i decessi e si cerca una spiegazione logica per i tanti malati e le modalità con cui sono entrati a contatto con il virus, anche il governo di Narendra Modi ci sta provando.

Il raduno di Jamaat Tabligh

Nelle ultime settimane a finire sotto accusa è stato un evento del movimento missionario musulmano Jamaat Tabligh, ritenuto uno dei maggiori responsabili della diffusione del coronavirus nelle varie regioni del Paese. Il raduno, che avrebbe generato una serie di pericolosi focolai sparsi in tutta l’India, risale a metà marzo e si è svolto a Markaz, il quartier generale di Jamaat, a Nuova Delhi. Ma per comprendere la portata di quella manifestazione religiosa in termini di partecipazione, prima è necessario capire che cos’è il Jamaat Tabligh, che cosa rappresenta e perché così tanti fedeli sono disposti a viaggiare da un capo all’altro del pianeta pur di essere presenti a quegli incontri.

Che cos’è il Jamaat Tabligh

Il Jamaat Tabligh è un’organizzazione religiosa transnazionale, fondata nel 1926 da Muhammad Ilyas al-Kandhlawi in India. Il suo obiettivo principale è la riforma spirituale islamica, il cui compito è quello di raggiungere tutti i fedeli di ogni grado sociale e livello economico, per portarli più vicini alla pratica originaria dei tempi di Maometto. La nascita del Jamaat Tabligh è considerata, da sempre, una risposta ai movimenti di riforma indù, ritenuti una minaccia per i fedeli islamici. Oggi ha seguaci in oltre 150 Paesi, in particolare in Bangladesh e in Pakistan, si dedica totalmente al proselitismo ed è a tutti gli effetti un’associazione apolitica che evita persino l’utilizzo dei media elettronici. Nonostante si definisca pacifista, la Jamaat Tabligh è finita in numerose indagini sul terrorismo, sospettata di “educare” al suo interno militanti jihadisti ed estremisti. In Europa, l’associazione ha attirato l’attenzione su di sé quando ha annunciato i piani per la costruzione della più grande moschea del continente, che doveva essere edificata a Londra.

Il meeting

Il Jamaat Tabligh ha un’unica missione, ovvero quella di portare gli insegnamenti del corano in più posti possibili e per questo motivo, periodicamente, i delegati dell’organizzazione vengono inviati in diversi Paesi per circa 40 giorni all’anno. I predicatori musulmani credono nel contatto da persona a persona e per rendere ancora più incisiva la portata del messaggio religioso si spostano da un luogo all’altro. È andata così anche con quanto accaduto nella capitale, con la conferenza annuale di Nuova Delhi, inaugurata il 3 marzo. Secondo quanto riportato dalla Bbc, i problemi sarebbero iniziati al termine di questo meeting. O forse anche prima. Perché ciò che appare chiaro adesso è che una volta finita la conferenza, molte persone, tra cui almeno 250 stranieri, magari già infetti o asintomatici, avrebbero scelto di rimanere in India, contribuendo a diffondere l’epidemia in tutto il Paese. Tuttavia, Waseem Ahmed, uno dei membri dell’associazione, al network inglese, avrebbe rivelato che centinaia di delegati sarebbero partiti prima dell’entrata in vigore delle misure di contenimento, il 24 marzo, ma che oltre mille seguaci (per la maggior parte stranieri) sarebbero sarebbero rimasti bloccati lì poiché tutti i mezzi di trasporto, compresi i voli internazionali, erano stati cancellati. Da quel momento, un susseguirsi di numeri e indicazioni contraddittorie ha spostato le varie responsabilità. La polizia ha infatti liberato l’ostello dove erano alloggiati gli ospiti stranieri e li ha messi in quarantena (da un’altra parte, ma sempre nella capitale). E nelle ultime settimane, gli sforzi si sono concentrati in ogni stato del Paese per rintracciare e poi testare le persone che hanno partecipato all’evento. E a proposito di questo, i casi positivi legati all’incontro hanno continuato ad aumentare.

Ma com’è andata esattamente?

Il quartier generale del movimento musulmano, situato in zona Nizamuddin della capitale, è solitamente pieno di attività. È un edificio di cinque piani e i fedeli riempiono sia gli spazi interni per pregare, sia quelli esterni (attigui alla struttura) per fare proselitismo. La decisione da parte delle autorità di chiudere l’area è arrivata il 22 marzo, mentre al suo interno, secondo Al Jazeera, erano ospitati 2.500 fedeli. La serrata è stata conseguente alla notizia secondo cui l’incontro religioso, organizzato dal 13 al 15 marzo, avrebbe causato il più grande picco di contagi in tutto il Paese. E secondo quanto riportato dal network del Qatar, il 7 aprile, di circa 4.400 persone positive al Covid-19 in tutto il Paese, quasi un terzo era legato al meeting religioso a Markaz. Per il governo centrale, dall’inizio di marzo sarebbero state 8mila le persone (compresi gli stranieri) a visitare quegli spazi. E oggi, mentre molti accusano i vertici di Jamaat Tabligh di noncuranza e disattenzione in una fase delicata della salute mondiale, molti altri incolpano il governo centrale per la sua risposta tardiva. Per alcuni esperti, l’arrivo di tanti stranieri, provenienti da Stati dove il coronavirus si era già diffuso (e lo aveva fatto velocemente), come la Malesia e l’Indonesia, andava fermato e, forse, andava proibito.

Cos’hanno fatto le autorità?

Così, se dal 22 marzo le porte del Markaz, che ospitava centinaia di predicatori da tutto il mondo, sono state chiuse ufficialmente, dal 26 marzo, le autorità hanno anche iniziato a controllare le persone che soggiornavano nei suoi spazi. Esattamente un giorno dopo la decisione del governo Modi di imporre un blocco a livello nazionale per arginare la pandemia. Sempre ad Al Jazeera, Mohammed Jaynul Abdin, un seguace del gruppo di 64 anni che si è trovato all’interno del quartier generale nei giorni della chiusura forzata, ha dichiarato che a nessuno di loro è stato permesso uscire. Lui, infatti, insieme ad altre 2.361 persone, è stato fatto evacuare dal governo tra il 30 marzo e il 1° aprile. Un altro “evacuato”, un dirigente scolastico in pensione di una scuola islamica dello Stato dell’Assam, appena uscito dalla struttura è stato messo in isolamento in un reparto del Rajiv Gandhi Speciality Hospital della capitale ed è stato continuamente sottoposto a test. Intanto, però, la paura si è insinuata nelle varie regioni e i governi statali si sono messi al lavoro per identificare tutti coloro che avevano visitato il quartier generale dell’associazione islamica e chi è stato in contatto con loro. Finora, i membri di Jamaat Tabligh messi in quarantena in 15 Stati indiani sarebbero più di 25mila.

Il “focolaio” Jamaat Tabligh

Negli ultimi giorni, ciò che è apparso evidente, nonostante la carenza di tamponi generalizzata, è che la maggior parte degli infetti in India aveva avuto a che fare con l’incontro religioso prima di disperdersi in tutto il Paese. Che conta più di un miliardo di individui (molti dei quali poverissimi). Il 7 aprile, nello stato indiano meridionale del Tamil Nadu, su un totale di 610 casi Covid-19, almeno 570 erano collegati all’evento di Nuova Delhi. A Telangana, una delle regioni indiane più colpite dall’epidemia, gran parte delle morti sono state collegate alla congregazione musulmana. E come un domino, in diverse aree del Paese, alla notizia di casi accertati arrivava quasi sempre la conferma della partecipazione all’incontro nella capitale o dei legami con i seguaci.

Le ricerche e la riluttanza

“Stiamo usando tutti i mezzi, compresi gli influencer, i religiosi e gli anziani della comunità per convincere le persone riluttanti a farsi avanti nei reparti o a mettersi in isolamento”, ha dichiarato il  direttore generale della polizia dello Stato di Andhra Pradesh, Damodar Gautam Sawang. Nella regione di Assam, inizialmente, le autorità hanno avuto diverse difficoltà nell’identificare i casi conclamati di Covid-19, perché in molti non hanno ammesso da subito la loro partecipazione al meeting religioso. Forse per timore di qualche ripercussione. Anche perché le autorità del governo di Delhi hanno accusato la Jamaat Tabligh di aver ignorato l’ordine di vietare assembramenti di oltre 50 persone.

Il video sotto accusa

Il 19 marzo, sul canale YouTube di Markaz, il capo dell’organizzazione, Maulana Saad, ovvero il pronipote del fondatore Kandhlawi, in un video di circa 28 minuti aveva definito il nuovo coronavirus un azaab, cioè una “punizione di Dio”, e aveva chiesto ai suoi seguaci di andare in moschea a pregare. E, sempre in quella circostanza, il predicatore avrebbe detto che chi sosteneva che i fedeli nei luoghi di culto portassero a più infezioni stava dicendo baatil khayal, “falsità”. Qualche giorno dopo, però, il leader religioso aveva fatto marcia indietro e in un altro video aveva invitato i fedeli a seguire le linee guida del governo sulla pandemia, evitando assembramenti, isolandosi e distanziandosi socialmente. Con l’aumentare delle pressioni, la sezione criminale della polizia di Delhi ha accusato pubblicamente l’organizzazione e il management di Maulana Saad di sfidare le normative di sicurezza sociale. Come accade in diversi Paesi, la norma per chi viola le regole di quarantena, in India, prevede sei mesi di reclusione o una multa di mille rupie. E in alcuni casi entrambe.

La replica alle autorità sanitarie

Subito dopo la pubblicazione del video, Maulana Saad è stato accusato di essersi nascosto, ma il suo avvocato e portavoce, Mujeeb-ur-Rehman, ha dichiarato di aver risposto alle convocazioni giudiziarie, dichiarando che si trovava in quarantena e che ogni suo spostamento era noto alle autorità. Nel frattempo, l’organizzazione religiosa, in una dichiarazione, affermava che l’ingresso dei partecipanti al quartier generale era stato interrotto subito dopo le comunicazioni delle autorità, il 22 marzo scorso. “Il 13 marzo, il ministero della Sanità ha dichiarato che non si trattava di un’emergenza sanitaria. L’atteggiamento della gente a Gurudwaras (templi sikh) e in altri luoghi di culto era il solito, così come al Markaz”, ha detto il legale dell’associazione, sottolineando come non sia corretto colpevolizzare soltanto l’istituzione musulmana indiana.

Gli errori e gli spostamenti

Secondo l’avvocato Rehman, appena prima del lockdown, molte persone sarebbero state incoraggiate a tornare nelle loro regioni d’origine e in assenza di un controllo, molti di questi, avrebbero contribuito a diffondere il virus.  Dopo il coprifuoco pubblico di Janta, il 22 marzo, Rehman ha dichiarato che i funzionari della Jamaat Tabligh si sono subito messi in contatto con le autorità locali, chiedendo il permesso di spostarsi. “Il 25 marzo, i vertici di Markaz hanno incontrato il magistrato sub-divisionale, chiedendogli i pass. Ma la risposta non è arrivata. Perciò se Jamaat Tabligh è stata negligente, lo è stata come le autorità del Paese”, ha dichiarato il portavoce ad Al Jazeera. Secondo i dati del governo, da marzo, circa 2.100 stranieri hanno raggiunto l’India per le attività dei missionari islamici. E, all’inizio del mese più complesso nella gestione della pandemia, soltanto i visitatori di alcuni Stati, tra cui Cina e Italia, venivano monitorati e controllati. Gli altri molto meno.

I predicatori indonesiani

Come spiegato dal quotidiano del Qatar, diversi membri dell’associazione sarebbero entrati in India tra il 27 febbraio e il 1° marzo dopo aver preso parte a un evento (di grandi proporzioni) nella moschea Sri Petalng, a Kuala Lumpur, in Malesia, luogo ritenuto fonte di diverse centinaia di infezioni da Covid-19 nel Sud-est asiatico. Al meeting di Kuala Lumpur avrebbero partecipato circa 16.500 persone, le stesse che potrebbero aver avviato il meccanismo di epidemia in Malesia e nel Brunei, con casi rintracciati anche in Cambogia, Singapore, Thailandia e Filippine. Il portavoce dell’associazione religiosa indiana non ha potuto escludere che i viaggiatori avessero già addosso il virus una volta arrivati in India (e poi a Markaz) da prima di febbraio. Anche perché, secondo alcune informazioni, il primo episodio che avrebbe dovuto allarmare il governo indiano risale al 16 marzo, quando un gruppo di predicatori musulmani indonesiani sono stati messi in isolamento a Hyderabad, la capitale del Telangana. Il 17 marzo, uno di loro è risultato positivo al tampone e in pochi giorni, entro il 21 marzo, i test su tutta la comitiva parlavano di un’infezione da Covid-19. Il 26 marzo, un altro predicatore, di cui però non si conoscono gli spostamenti, è deceduto nel Kashmir amministrato dall’India. Un esperto costituzionale indiano, Faizan Mustafa, ritiene che l’associazione musulmana non abbia agito in modo appropriato, soprattutto dopo che i missionari indonesiani sono risultati positivi al nuovo virus a Telangana. Ma che anche l’esecutivo ha le sue colpe: “I governi devono dimostrare una maggiore razionalità rispetto ai religiosi”.

I musulmani “untori”

In queste settimane, ufficialmente, il gruppo di predicatore è ritenuto responsabile di troppa disattenzione e i 200 milioni di fedeli musulmani sparsi in tutta l’India ora sono stati accusati di diffondere il Covid-19. L’hashtag #CoronaJihad per qualche ora, nei giorni scorsi, è stato di tendenza su Twitter e molti leader indiani del Bharatiya Janata Party, il partito a capo dell’esecutivo di cui fa parte anche Modi, hanno definito il raduno religioso come una forma un “crimine talebano”, alimentando un odio religioso già ben radicato nel Paese. I tweet con questo hashtag sarebbero apparsi migliaia di volte e a milioni di persone in tutto il mondo, confermando una frattura che in India esiste da sempre.

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