Domenica 27 ottobre, a seguito dell’Angelus, Papa Francesco ha rivolto un “pensiero speciale al caro popolo libanese, in particolare ai giovani” i quali, da diverso tempo, hanno “fatto sentire il loro grido di fronte alle sfide dei problemi sociali, morali ed economici del Paese”.

A partire da questa mattina le strade di Beirut e delle altre città del Libano sono nuovamente bloccate a causa dei giovani protestanti scesi in piazza per sollecitare le dimissioni del governo in carica. Il 3 novembre, ad appena una settimana dall’annuncio delle dimissioni del premier Hariri, le manifestazioni in Libano hanno preso una nuova piega. Due fazioni opposte hanno animato le piazze del Paese dei cedri: da una parte i lealisti del presidente della Repubblica – il maronita Michel Aoun – scesi in suo sostegno e, dall’altra, coloro che pretendono le dimissioni di quest’ultimo.

Alla terza settimana di manifestazioni antigovernative, la situazione sembra essere sempre più complessa. Gran parte dei manifestanti continua a rivendicare l’abbandono del sistema politico basato sul confessionalismo che ha caratterizzato la politica e la società libanesi dall’indipendenza ad oggi. Sistema che, in questo frangente, contribuisce a procurare ulteriori rotture in seno alla società libanese. Se da una parte il ruolo centrale del partito sciita Hezbollah ha assunto delle posizioni sempre più ambigue nel corso delle manifestazioni, il partito di matrice cristiana al-Quwwāt al-Lubnāniyya (Forze Libanesi), con a capo il maronita Samir Geagea, ha mantenuto sempre salda la sua volontà di passare ad un nuovo governo.

Gran parte delle autorità religiose del Libano, eccezion fatta per i portavoce della comunità sciita, hanno da subito appoggiato le rivendicazioni dei giovani manifestanti. In questo panorama variegato, squisitamente libanese, spicca la posizione unanime delle varie confessioni cristiane. La Chiesa cattolica, quella ortodossa e gli evangelici si sono espressi a favore della caduta del governo appoggiando le rivendicazioni dei giovani scesi in piazza. Mercoledì 23 ottobre, ottavo giorno di manifestazioni in Libano, si è riunito a Bkerké, sede del patriarcato di Antiochia dei Maroniti, il consiglio delle autorità cristiane del Paese dei Cedri. Il patriarca maronita Bechara Raï si è espresso a nome suo e di tutte le Chiese cristiane del Libano invitando i giovani a perseverare nelle loro rivendicazioni per uno Stato più giusto e meno settario. Nel suo appello, il patriarca ha lanciato altresì un accorato invito alla comunità internazionale e al governo in carica, chiedendo a quest’ultimo di “adottare misure efficaci, radicali e coraggiose” affinché il Paese possa uscire dall’impasse economica e sociale venuta a galla a partire dal 16 ottobre.

Insieme alle chiese cristiane, è arrivato anche l’appoggio delle autorità sunnite e druse. Dar al-Fatwa, la più autorevole voce in seno all’islam sunnita in Libano, con sede a Beirut e presidiata dal gran muftì Abdellatif Deriane ha anch’egli invitato le autorità politiche al governo a rispondere in maniera concreta alle rivendicazioni dei giovani manifestanti. Dal canto suo, la massima autorità della comunità drusa libanese, lo sheikh Naïm Hassan, ha palesato l’imminente bisogno di un sistema politico nuovo che superi il confessionalismo e le divisioni.