L’Europa? Un “club cristiano”. Gli “universalismi” su cui orientarsi? Non quello dei diritti umani, ritenuto post-politico e centro di sviluppo di una cultura individualista, ma quello filosofico e quello di matrice cristiana. A scriverlo non è un agitatore sovranista o un politico conservatore, ma una delle più autorevoli riviste di geopolitica sul piano europeo, la francese Le Grand Continent.

La scelta cristiana come via maestra?

La testata, facente riferimento alla galassia politica liberal e vicina alla sinistra moderata nella laicissima Francia, prende una posizione netta ospitando un confronto tra le opinioni di due prestigiosi studiosi, il politologo Luuk van Middelaar dell”Università di Leida e il filosofo politico Pierre Manent. Entrambi si dichiarano favorevoli a una riscoperta delle radici cristiane dell’Europa come principale viatico attraverso cui ricostruire una visione strategica per il Vecchio Continente, sulla scia di un’identità che sappia evitare sia di prendere le forme di un vetusto nazionalismo su scala europea sia di coltivare l’illusione di sciogliere ogni radicamento in una cittadinanza proto-globale che avrebbe poco di europeo, il sogno di una parte di galassia progressista e no-border.

Cosa dovrebbe dare la sveglia agli europei sulla riscoperta del valore strategico di questi valori? Secondo van Middelaar, una lezione inequivocabile è stata quella della disfatta afghana, che ha colto l’Unione Europea irrilevante politicamente e spiazzata dall’assenza di capacità di interpretare lo spirito del tempo: “Vent’anni dopo” il disastroso intervento in Afghanistan degli Usa l’Occidente sta “assistendo a un doppio fiasco, uno – molto visibile – per il nostro ottimismo di “costruttori di nazioni” con il recente caos di Kabul, ma anche altrettanto sorprendentemente per le speranze riposte nella globalizzazione economica come precursore della democratizzazione, infranta dall’ascesa di Xi Jinping”. Insomma, la crisi dell’universalismo dirittista e dell’universalismo economico neoliberale di matrice anglosassone a cui l’Europa si è abbandonata in amorosi sensali per decenni.

Ebbene, all’Europa manca un collante per resistere alle conflittualità e alle fasi di grave sconforto. Manca una Stella Polare a cui tendere, una visione di lungo periodo e una narrazione di prospettiva. Quando negli Usa “il Presidente parla a un pubblico americano, o anche a un pubblico internazionale, si posiziona naturalmente come portavoce di una lunghissima storia nazionale che gli americani e il resto del mondo conoscono molto bene. E lo stesso vale per il presidente cinese Xi Jinping”, continua lo studioso. Questa idea di narrazione è il carburante di qualsiasi forma di organizzazione politica ed è ciò che l’Europa avrebbe maggiormente a disposizione, rinunciando ad usare. Un carburante che non può non essere la percezione del retaggio cristiano della cultura del Vecchio Continente. “L’Europa è la storia delle nazioni cristiane che, a un certo punto, hanno fatto la scelta di limitare il posto della religione, di sopprimere il potere di comando della Chiesa. Tuttavia, il rapporto dell’Europa con il cristianesimo è una parte essenziale di questa storia”, risponde al collega Manent.

Un passato incancellabile

Porre la nascita dell’Europa all’Illuminismo, in quest’ottica, taglierebbe fuori l’Europa dalla maggior parte del suo passato, porla agli Anni Cinquanta del Novecento sarebbe addirittura autolesionista. “Nelle prime fonti del Medioevo, i termini cristianesimo ed europa erano quasi intercambiabili”, aggiunge. “Non possiamo cancellarlo”, e questo al di là di qualsiasi discorso sul fatto che l’identità cristiana vada identificata con le semplici radici su cui poggia il Vecchio Continente o con un sistema in continuo movimento.

Quanto scrive Le Grand Continent non è in fin dei conti che l’attestazione di ciò che i padri fondatori dell’Europa unita avevano profondamente innervato nel loro pensiero.In figure come Konrad Adenauer, Alcide de Gasperi, Robert Schumann ardeva fortemente il desiderio molto profondo di liberarsi dalle scorie più tossiche del nazionalismo degli Anni Trenta e Quaranta. Questo attaccamento al cristianesimo, cattolicesimo in particolare, per rifugiarsi nel messaggio universale della Chiesa, anche se non era il caso in tutti i futuri Stati dell’Unione, era ritenuto un modo per sfuggire al ritorno del nazionalismo, saldando assieme al retaggio della cultura greco-romana il complesso dell’identità europea.

In sostanza è fondamentale, nota la rivista francese, l’attestazione del fatto che l’oblio dell’identità cristiana nel discorso pubblico dell’Europa vada di pari passo con il ridimensionamento del ruolo di qualsiasi assetto culturale o sociale che propugni un messaggio di comunità. Quasi come se fosse percepita un’ostilità sostanziale a un passato ineliminabile da cui discendono, del resto, le fonti di molti valori che l’Europa pretende di rappresentare: la dignità umana, la coesione tra i popoli, addirittura la stessa base dell’ideologia dell’economia sociale di mercato poi spiazzata nei trattati europei. L’attestazione di questa realtà, chiude Manent, renderebbe l’Europa più forte e di fatto più adatta al dialogo con altri contesti: “se fossimo un po’ più orgogliosi della nostra storia, sarebbe molto più facile far parte di un mondo plurale con civiltà che incarnano altri modi di vivere”.

La sorgente della cultura europea

Questo è quanto già negli scorsi anni è stato più volte presentato da due Papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nella loro predicazione pastorale e educativa: l’identità cristiana dell’Europa non è da pensare come a un fuoco in via di spegnimento, ma come a una sorgente a cui continuamente abbeverarsi. Da mettere al riparo sia dalle critiche spesso pretestuoso di un ingenuo europeismo lirico, neo-illuminista, sia dagli apologeti dell’occidentalismo più sfrenato, che non mancano di identificare le radici profonde del Vecchi Continente in senso esclusivo o, addirittura, razzistico. Secondo entrambi i pontefici nel corso dell’ultimo secolo il nazismo e il comunismo prima, il neoliberismo poi, con la loro pretesa di costruire la realizzazione totale della società attraverso progetti materialistici e la loro natura totalizzante in campo sociale hanno rappresentato in tal senso minacce altrettanto gravi alla difesa dell’identità crisitana d’Europa.

Riscoprire la sorgente dell’identità cristiana permetterebbe all’Europa di tornare alle radici della sua costruzione politica e dare un substrato narrativo e, in prospettiva, geopolitico. L’Europa è il continente che ha prodotto una rosa di pensatori in campo politico, economico, filosofico e sociale ampia e unica nella storia: da San Tommaso Jacques Maritain, da Adam Smith Carl Schmitt, dal cardinale Richelieu e Nicolò Machiavelli Max Weber, molti uomini e donne hanno lezioni profonde da dare in un contesto che va visto sempre più in quadro universalista. Unità nella diversità, nel quadro di un passato comune: questa via aiuterebbe molto più del grigio indistinto del cosmopolitismo tecnocratico spesso assecondato da Bruxelles. E non a caso, come più volte ricordato da studiosi come Giulio Tremonti, la classe dirigente europea si è fortemente ridimensionata dall’epoca di una prova tanto importante come la ricostruzione post-bellica ad oggi, avendo perso anche l’orizzonte valoriale di riferimento. Riscoprire con orgoglio e senza ambiguità il punto di partenza di un percorso che ha segnato la storia d’Europa e la formazione di tutti coloro che, indipendentamente dal loro credo, nascono nel Vecchio Continente può essere la strada maestra per far sì che l’Europa torni a giocare da protagonista nella storia.

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