C’è qualcosa di nuovo nel pontificato di Leone XIV, anzi di antico, che poi è quest’ultima la vera novità, non tanto la prossimità ai poveri – una costante, a parte momenti, anche lunghi, di tragica caduta della Chiesa – o altri aspetti sottolineati da tanti media. Infatti, pur non rompendo affatto con il suo predecessore, che anzi spesso cita, papa Leone XIV si muove in un altro orizzonte, in sordina, con gentilezza, timidamente quasi (“sono stato scelto senza alcun merito e, con timore e tremore”, ha detto al suo insediamento). D’altronde, a ciascuno il suo vale anche per i successori di Pietro, ognuno con la propria sensibilità cristiana.
Antica novità non solo nelle parole, ma anche nei gesti. Dopo la dinamicità a volte vulcanica di Francesco, la timida e composta austerità di Leone, come anche la scelta degli abiti papali, riecheggia figure del passato, al quale si è ispirato esplicitamente nella scelta del nome. Come un ritorno al passato è stata la decisione di tornare ad abitare il palazzo apostolico (abbandonato dal suo predecessore per motivi psicologici, come ha spiegato, e non a sfregio, ovviamente).
Quindi, l’importanza della liturgia, alla quale Leone XIV ha dedicato quasi tutto il discorso tenuto a fedeli e clero delle Chiese orientali convenuti a Roma per il giubileo. A loro ha ricordato quanto sia importante per la Chiesa il tesoro della liturgia da essi custodito, aggiungendo: “Quanto è importante riscoprire, anche nell’Occidente cristiano, il senso del primato di Dio, il valore della mistagogia [catechesi per partecipare del mistero della liturgia ndr], dell’intercessione incessante, della penitenza, del digiuno, del pianto per i peccati propri e dell’intera umanità (penthos), così tipici delle spiritualità orientali!”

Un discorso, questo, nel quale più accorato si è fatto l’appello per la pace, ché i conflitti hanno flagellato, e continuano a flagellare, le regioni in cui abitano le chiese orientali più che altrove. Pace, dunque, parola tante volte riecheggiata nei suoi discorsi.
Ma nell’occasione, una nota diversa, un’altra prospettiva, quando si è tirato indietro per far parlare il suo Signore: “Su tutto questo orrore, sui massacri di tante giovani vite, che dovrebbero provocare sdegno, perché, in nome della conquista militare, a morire sono le persone, si staglia un appello: non tanto quello del Papa, ma di Cristo, che ripete: ‘Pace a voi!'”
Significativo, e tanto, anche quando ha voluto ricordare come in alcune celebrazioni liturgiche orientali sia ancora utilizzata “la lingua del Signore Gesù”. E quando ha inteso sottolineare l’importanza che Leone XIII ascriveva alle Chiese d’Oriente, dal momento che, come scrisse nell’Orientalium dignitas, “la conservazione dei riti orientali è più importante di quanto si creda”. Arrivando a prescrivere che “qualsiasi missionario latino, del clero secolare o regolare, che con consigli o aiuti attiri qualche orientale al rito latino” fosse “destituito ed escluso dal suo ufficio”…

Un altro aspetto significativo dei questi primi passi del pontificato è che, dopo la messa celebrata con i cardinali a conclusione del conclave, Leone XIV abbia voluto celebrare la sua prima messa – almeno la prima di cui si ha notizia (salvo cioè celebrazioni più riservate) – nella cripta di San Pietro, nei pressi delle spoglie mortali dell’apostolo.
Particolare che colpisce anche perché il 20 maggio si è recato a pregare presso la tomba di san Paolo, nell’omonima basilica romana. Non solo una richiesta di intercessione per sé, per la sua missione e la Chiesa in generale, ma anche un suggerimento ai fedeli a riscoprire il tesoro della preghiera presso le spoglie fisiche dei santi e dei martiri.
Molto più che significativo, poi, quanto ha detto in occasione di questa visita, con tutto il suo discorso centrato sulla “grazia preveniente” di Dio. Così fin dall’incipit: “San Paolo dice prima di tutto di aver avuto da Dio la grazia della chiamata (cfr Rm 1,5). Riconosce, cioè, che il suo incontro con Cristo e il suo ministero sono legati all’amore con cui Dio lo ha preceduto, chiamandolo ad un’esistenza nuova mentre era ancora lontano dal Vangelo e perseguitava la Chiesa. Sant’Agostino – anche lui un convertito – parla della stessa esperienza dicendo: ‘Cosa potremo noi scegliere, se prima non siamo stati scelti noi stessi? In effetti, se non siamo stati prima amati, non possiamo nemmeno amare'”.
Anche Francesco, e Benedetto XVI prima di lui, aveva insistito su questo tema – tanto essenziale per evitare la devianza del forzoso, quanto inutile, impegno pelagiano – ma per un agostiniano tale sottolineatura è certo più stringente, data l’insistenza sul punto del Doctor gratiae.
“Ci vorrebbe un Agostino moderno” era l’auspicio che il cardinale Godfried Danneels ebbe ad accennare nel 1997 in un’intervista rilasciata a 30Giorni. Cenno sotteso – allora come ora – di realismo cristiano e rilanciato nel titolo della stessa. Con l’elezione di Leone XIV sembra che quel lontano auspicio abbia trovato risposta in una modalità allora impensabile.

