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Il mondo, ancora frastornato da guerre, crisi economiche e polarizzazioni, si è fermato per un istante. Papa Leone XIV, il primo americano sul soglio di Pietro, ha parlato. E non è stato un discorso qualunque. Dalla loggia di San Pietro, il 10 maggio 2025, l’ex cardinale Robert Francis Prevost ha tessuto un messaggio lungo, denso, che richiama il calore pastorale di Francesco ma con un accento proprio, come se volesse dire: “Sono qui, continuo il cammino, ma lo faccio a modo mio”. È un discorso che vibra di pace, dialogo e missione, ma che nasconde, tra le righe, le spine di un mondo in bilico. E, come sempre, il diavolo sta nei dettagli.

Leone XIV, 69 anni, nato a Chicago ma con un cuore peruviano forgiato da vent’anni di missione tra i poveri, non ha scelto il nome “Leone” a caso. Richiama Leone XIII, il papa di Rerum Novarum, che affrontò la rivoluzione industriale con un’enciclica sociale capace di scuotere il mondo. Oggi, il nuovo Leone guarda a un’altra rivoluzione, quella dell’intelligenza artificiale, e a un pianeta dilaniato da conflitti che, come ha detto citando Francesco, sembrano “una terza guerra mondiale a pezzi”. Il suo discorso, pronunciato in italiano e spagnolo, è un inno alla pace, ripetuta ossessivamente—nove volte, secondo alcuni osservatori su X—come un mantra per un’umanità che sembra averla dimenticata.

“Pace sia con voi!” ha esordito, riprendendo le parole del Cristo risorto. Un’apertura che non è solo liturgica, ma un programma. La pace di Leone è “disarmante e disarmata, umile e perseverante”, un invito a costruire ponti attraverso il dialogo, a unire popoli in un mondo che si frantuma. Qui l’eco di Francesco è potente: il richiamo alla Evangelii Gaudium, il manifesto del papa argentino, è esplicito. Leone XIV ne riprende i pilastri—il primato di Cristo, la conversione missionaria, la sinodalità, l’attenzione agli ultimi—e li rilancia, come se volesse raccogliere il testimone di un’eredità ancora incompiuta. Ma non è solo continuità. C’è una sfumatura diversa, un rigore che sa di tradizione agostiniana, ordine a cui Leone appartiene. “Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”, ha citato sant’Agostino, quasi a ricordare che il suo papato sarà di servizio, ma anche di guida ferma.

Geopoliticamente, il discorso di Leone XIV è un colpo di timone. Parlando ai cardinali il giorno dopo, ha invocato il Concilio Vaticano II come “bussola” e ha messo al centro la dignità umana contro le derive dell’IA e le ingiustizie globali. Ha chiesto “mai più guerra”, puntando il dito su Gaza e Ucraina, e ha accolto con speranza l’accordo tra India e Pakistan. Non è un caso che abbia scelto di visitare il sepolcro di Francesco a Santa Maria Maggiore prima di parlare: un gesto simbolico per dire che il suo papato non romperà con il passato, ma lo aggiornerà. Eppure, c’è chi nota una differenza di stile. Francesco era il Papa della spontaneità, capace di gesti che bucavano il cuore; Leone sembra più misurato, quasi accademico, con un discorso che alterna poesia a precisione teologica. È meno “pop” e più “papa”, dicono i vaticanisti.

Il primo discorso come un mosaico

Sul piano ecclesiale, Leone XIV si muove su un filo sottile. La Chiesa è spaccata: da un lato i riformisti, che vogliono più sinodalità e apertura; dall’altro i tradizionalisti, che temono una deriva progressista. Il suo richiamo al Concilio e alla missione evangelica cerca di tenere insieme tutti, ma non sarà facile. La scelta di indossare la mozzetta rossa, che Francesco aveva rifiutato, e il crocifisso d’oro invece di quello semplice del predecessore, sono segnali che i conservatori leggono con sollievo. Eppure, le sue parole sugli ultimi, sui migranti e sull’ambiente—temi cari a Francesco—fanno storcere il naso ai cattolici trumpiani, che già lo criticano per aver attaccato in passato il vice presidente JD Vance su questioni migratorie.

E poi c’è l’America. Essere il primo papa statunitense è un’arma a doppio taglio. Gli Stati Uniti sono una superpotenza, e il tabù di un papa americano nasceva proprio dal timore di un’ingerenza politica. Leone, con la sua cittadinanza peruviana e il passato missionario, aggira questo scoglio, ma non del tutto. La sua critica implicita alle logiche di potenza—“il mondo considera Gesù insignificante, ma non esita a eliminarlo quando diventa scomodo”—suona come un monito a Washington e alle sue politiche. Trump lo ha congratulato, ma il suo entourage non nasconde il fastidio per un Papa che potrebbe essere un altro Francesco, troppo “di sinistra” per l’America di “America First”.

Il discorso di Leone XIV è un mosaico: c’è la dolcezza di Francesco, il rigore di un vescovo agostiniano, la visione di un uomo che ha vissuto tra i poveri e conosce il peso delle periferie. Ma è anche un avvertimento: il mondo è a un bivio, e la Chiesa deve essere faro, non spettatrice. “Senza paura, uniti, mano nella mano con Dio e tra di noi, andiamo avanti”, ha detto. È un invito, ma anche una sfida. Questo papa non ruggirà solo per farsi sentire: vuole cambiare il gioco. Se ci riuscirà, lo dirà il tempo. Per ora, il suo primo discorso è un seme gettato in un terreno arido. E il mondo, che lo voglia o no, sta già guardando.

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