Quando il cardinale Robert Francis Prevost, 69 anni, si è affacciato dal balcone di San Pietro come Papa Leone XIV, il primo statunitense a cingere la tiara, un fremito ha attraversato l’America Latina. Non era solo l’eco di un evento storico, ma il battito di un continente che riconosce uno dei suoi. Prevost, cittadino peruviano per scelta e per cuore, ha vissuto oltre quattro decenni in Perù, tra le polverose periferie di Chiclayo e le comunità andine, dove la fede si mescola alla lotta quotidiana. La sua elezione, annunciata il 9 maggio 2025, non è solo un cambio di guardia in Vaticano: è un segnale che la Chiesa vuole parlare con la voce dei poveri, degli ultimi, di un Sud del mondo che troppo spesso è solo sfondo nelle cronache globali.
Le reazioni, da Lima a Buenos Aires, da Bogotá a Santiago, raccontano un’America Latina che si specchia in questo Papa. In Perù, la presidente Dina Boluarte, spesso sotto accusa per la gestione delle proteste sociali, ha colto l’occasione per un bagno di folla emotivo, definendo Leone XIV “un simbolo di speranza” e “un peruviano d’adozione”. Le sue parole, però, non cancellano le critiche che lo stesso Prevost, da cardinale, aveva rivolto a chi calpesta i diritti umani. “Saluto la mia amata diocesi di Chiclayo”, ha detto il Papa nel suo primo discorso, con la voce incrinata dall’emozione, ricordando un popolo che lo ha accolto e formato. A Lima, i social si sono accesi: “Un Papa che conosce le nostre strade”, scrive un utente, mentre un altro ironizza: “Boluarte lo celebra, ma lui non dimentica i nostri morti”.
In Argentina, terra di Papa Francesco, l’elezione di Leone XIV è un passaggio di testimone che sa di continuità. Javier Milei, il presidente che ama i gesti teatrali, ha twittato un’immagine di un leone ruggente, accompagnata da un enigmatico: “Il cielo ha parlato”. Il governo ha salutato il nuovo Pontefice come “una luce per l’umanità”, ma è il popolo argentino, ancora legato al carisma di Bergoglio, a guardare con curiosità a questo “fratello” d’oltreoceano, che condivide la stessa passione per una Chiesa di frontiera.
La Colombia, segnata da decenni di conflitti e disuguaglianze, ha accolto Leone XIV come un alleato. La Conferenza Episcopale lo ha definito “una scelta provvidenziale”, mentre Gustavo Petro, il presidente di sinistra, ha chiesto al Papa di farsi voce dei migranti latinoamericani, “umiliati” al confine con gli Stati Uniti. Un invito che suona come un appello politico, ma che trova eco nella storia di Prevost, sempre vicino alle comunità indigene andine. “Che sia un Papa della pace”, ha aggiunto Petro, sapendo che Leone XIV conosce il peso di quella parola in una terra ferita.
In Cile, Gabriel Boric, il giovane presidente progressista, ha lodato l’esperienza missionaria del nuovo Pontefice, auspicando “un pontificato sobrio, ma deciso”. L’arcivescovo di Santiago ha rincarato: “È un uomo che sa stare con la gente”. In Brasile, Lula da Silva, veterano della politica e cattolico dichiarato, ha visto in Leone XIV “un unificatore”, capace di parlare ai poveri senza perdere di vista la dottrina. I media di San Paolo lo hanno già ribattezzato “bergogliano convinto”, un’etichetta che è insieme un complimento e una sfida in un Paese polarizzato.
Dal Messico, Claudia Sheinbaum ha inviato un messaggio di speranza, chiedendo a Leone XIV di costruire ponti tra le Americhe. La stampa messicana, pragmatica, ha ricordato che questo Papa conosce la cultura latina non come un turista, ma come uno che ne ha condiviso il sudore. In Ecuador, la Chiesa locale ha salutato un “pellegrino della speranza”, capace di affrontare le sfide sociali di una regione in bilico tra crisi economiche e sogni di riscatto.
Leone XIV, con il suo passato di vescovo tra i poveri e il suo presente di guida universale, sembra incarnare una Chiesa che non vuole solo predicare, ma ascoltare. La sua elezione è un monito: il futuro della fede, e forse del mondo, passa per le periferie. L’America Latina, con le sue ferite e la sua vitalità, lo sa bene. E questo Papa, che ha scelto il nome di un leone, sembra pronto a ruggire per loro.

