La Santa Sede e il Vaticano pensano la storia e le relazioni internazionali da sempre in ottica di lunga durata. Mirano a governare i processi strutturali più che a essere da essi condizionati. E cercano sempre di unire attività pastorale e politica, diplomazia e fattore umano. Nella sua storia la Chiesa ha affrontato minacce vere e percepite, ha affrontato imperi e repubbliche, sovrani e movimenti sociali, affrontato cambiamenti e subito minacce alla sua unità. E ha sempre fatto dell’utilizzo del potere informativo e cognitivo, di una vera e propria abilità d’intelligence, un fattore chiave per predire e rispondere alle minacce.

Vi fu una fase delicata nella storia della Chiesa compresa tra l’inizio del Novecento e il periodo tra le due guerre in cui il combinato disposto tra attività coperta, diplomazia e, per usare un termine geopolitico, grand strategy fu messo in campo con discrezione: privata della statualità nel 1870, la Santa Sede mirava allora a perseguire una politica di contenimento di quelle che erano ritenute tre minacce diverse ma convergenti. In primo luogo, il modernismo diffusosi nel mondo episcopale; in secondo luogo, lo sdoganamento sul suolo europeo del comunismo anti-cristiano e smaccatamente ateo; infine, la perseveranza al potere in Europa delle potenze di cultura protestante. Per reagire al timore della marginalizzazione, dunque, la Santa Sede agì per ricordare la sua capacità di giocare un ruolo nel mondo.

Sodalitium Pianum, l’intelligence anti-modernista

Nel 1903 l’ascesa al soglio pontificio di Pio X, conservatore non privo di velature reazionarie nel suo pensiero politico, segnò una discontinuità rispetto alla fase di graduale apertura alle istanze della modernità inaugurata da Leone XII e Leone XIII. Con l’enciclica Pascendi dominici gregis del 1907 papa Sarto schierò in particolar modo la Chiesa in netta contrapposizione contro l’ideologia modernista che, con un complesso misto tra le elaborazioni dei suoi predecessori e il pensiero illuminista kantiano, perorava una graduale ibridazione tra la dottrina cattolica e le istanze del mondo. Un’anticipazione del “progressismo” spinto, spesso radicale, che conoscono oggigiorno mondi quali quello della Chiesa tedesca.

Pio X, definendo il modernismo “la sintesi di tutte le eresie”, lo condannò con decisione e, sul fronte operativo, si avvalse di un vero e proprio apparato personale per permettere alla Santa Sede di conoscere nel dettaglio e con precisione la diffusione del modernismo nelle parrocchie, nelle diocesi, nell’associazionismo cattolico, nelle organizzazioni caritatevoli. Fu per questo motivo costituita un’organizzazione volta a indagare dall’interno la Chiesa, che prese il nome di Sodalitium Pianum e fu diretta da monsignor Umberto Benigni, professore di Storia della Chiesa e sottosegretario della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, che organizzò una rete di preti, teologi, informatori volta a raccogliere conoscenze sulla rete modernista.

L’obiettivo del Sodalitium era riproporre, in termini novecenteschi, lo spirito di Pio V, con cui Pio X si poneva in diretta continuità, il Papa artefice della Controriforma e del contrasto al luteranesimo. Non senza molte forzature, compreso un duro attacco all’evoluzionismo, Pio X non ebbe torto nell’individuare nel mondo protestante la centrale di elaborazione di diverse ideologie poi passate al cattolicesimo. Il Sodalitium Pianum operò una sistematica raccolta informativa, una vera e propria schedatura dei “dissidenti” da mettere all’indice, condizionò nomine, promozioni, dibattiti. Fece una guerra sotterranea ai Gesuiti e a La Civiltà Cattolica, ma risultò troppo dipendente dal pontefice di cui era espressione per sopravvivere. Ciononostante, Benedetto XV successore di Pio X ridusse il peso della rete di monsignor Benigni ma senza perdere di vista l’obiettivo strategico di fondo: difendere la posizione della Chiesa in Europa.

La diplomazia coperta da Benedetto XV a Pio XI

Benedetto XV difese l’idea della distensione durante la Grande Guerra, definita “inutile strage”, ben conscio che essa poneva diversi problemi al mondo cattolico: in primo luogo, la spaccatura tra le nazioni cattoliche del Vecchio Continente; in secondo luogo, il rischio, poi avveratosi, di un collasso dell’Austria Felix, il cattolicissimo Impero austro-ungarico; in terzo luogo, la percezione del suicidio dell’Europa di fronte all’egemonia potenze “anti-papiste”, Regno Unito e Stati Uniti.

La partita andava ribaltata rispetto all’idea di Pio X. Non era più l’interno della Chiesa il fronte da presidiare, o non solo. Bisognava portare avanti una strategia sistemica capace di unire attività informativa e diplomazia nei “punti caldi” d’Europa. Delle vere e proprie sentinelle avanzate capaci di monitorare la temperatura dei vari scenari. La diplomazia pontificia, forte di una complessa capacità di analisi e della rete di relazioni costruita negli anni da vescovi, pontefici e prelati, costruì in particolar modo un’attenzione sensibile per le nazioni dell’Europa dell’Est e le Chiese orientali. Fu tra la Bulgaria e la Turchia che, da delegato apostolico, divenne uomo fondamentale della Chiesa Cattolica il bergamasco Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII. Roncalli nelle esperienze alle sedi di Sofia e Istanbul vide, da un lato, aprirsi le porte di una carriera ecclesiastica di ampi orizzonti e dall’altro ricevette un’esperienza formativa assai importante per l’apertura ecumenica, che costituirà uno dei tratti fondamentali del suo Pontificato.

La grande strategia cattolica

L’avvicinamento all’Europa orientale doveva essere per Roma una delle due parti di una “tenaglia” che, costituita dall’altro dal consolidamento di governi conservatori non ostili alla Chiesa nell’Europa mediterranea e avente al centro il presidio di regioni come Austria e Baviera, avrebbe dovuto stringere l’Europa luterana e protestante.

Quando Benedetto XV morì non fu un caso che a succedergli fosse un uomo esperto degli scenari est-europei su cui si era riversata la diplomazia pontificia: Achille Ratti, che scelse il nome di Pio XI, era stato infatti per pochi mesi Arcivescovo di Milano dopo un’esperienza triennale da visitatore apostolico per la Polonia e la Lituania e successivamente, da nunzio apostolico a Varsavia.

La Polonia, nazione cattolicissima rinata dopo la Grande Guerra in forma statuale come cuscinetto tra Germania e Unione Sovietica, si trovava all’epoca di fronte alla minaccia di Mosca ed era dunque il fronte caldo della contrapposizione europea al comunismo, ritenuto dal Vaticano il male assoluto, ed era la porta aperta sulla Germania, nazione in cui maggiormente le visioni del mondo protestante e di quello cattolico si confrontavano. Da osservatore del referendum sull’Alta Slesia per la permanenza in Germania o l’annessione alla Polonia Ratti svolse un ruolo di conciliatore tra i cleri dei due Paesi, e nei primi mesi del 1920 compì un lungo viaggio diplomatico in Lituania e in Lettonia, ove gettò la base per il primo concordato da lui firmato come pontefice.

Un altro futuro Papa presidiò, in quegli anni che videro l’alternanza tra Benedetto XV  e Pio XI, l’Europa dell’Est: GiovannI Battista Montini, il futuro Paolo VI, la cui unica missione diplomatica fu proprio in Polonia poco dopo l’elezione di Ratti al soglio pontificio.

Quella della Chiesa, nel passaggio dal presidio interno alla strategia europea, fu una vera e propria manovra difesa avanzata, che volle utilizzare le armi diplomatiche e la visione pastorale come un ensemble unitario a difesa del cattolicesimo. La proiezione “geopolitica” seguita alla svolta inaugurata da Benedetto XV ebbe sostanzialmente un freno nella riconquista della statualità della Città del Vaticano dopo il Concordato del 1929 con il Regno d’Italia, ma avrebbe lasciato nella mentalità dei suoi autori un’importante lezione che, sostanzialmente, preparò il terreno al Concilio Vaticano II, innestando nei futuri pontefici l’idea che la modernità poteva essere sfidata in alcuni suoi contesti, criticata in altri e accettata laddove possibile, ma che sarebbe stato problematico ignorarla. E in questo modo si posero le basi per un rilancio dell’azione mondiale della Chiesa dalla seconda metà del Novecento in avanti.

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