Vent’anni fa, il 2 aprile 2005, alle 21:37 moriva Giovanni Paolo II, il Papa che ha traghettato la Chiesa cattolica nel XXI secolo e ha dato slancio alla visione mondiale del Concilio Vaticano II, potenziando il ruolo della Santa Sede nell’agone globale. Un campione della fede cristiana che ha plasmato la sua intera vita nell’azione contro ogni forma di ideologia totalitaria che mirasse a smantellare le comunità umane, la cristianità, i valori di solidarietà e umanità.
E se da giovane Karol Wojtyla, nato nel 1920 a Wadowice presso Cracovia in Polonia, ebbe modo di confrontarsi con gli orrori dell’occupazione nazista del suo Paese natale, dopo esser diventato Papa nel 1978, il primo non italiano dopo oltre quattro secoli, seppe schierare la Chiesa contro la repressione comunista nei Paesi dell’Est Europa prima e, fatto meno sottolineato, contro le manifestazioni degenerate del capitalismo dopo la fine della Guerra Fredda.

Giovanni Paolo II, Papa-guerriero contro ogni ideologia totalitaria
Nazismo, comunismo e neoliberismo furono, nelle tre fasi della vita del Papa polacco, le tre grandi utopie che Giovanni Paolo II vide operare per mettere in difficoltà le radici di una Chiesa che voleva agire sia come istituzione di fede che come grande forza emancipatrice delle forze popolari trasportate con vigore nella storia dalle tragedie del XX secolo.
Il nazismo cercò di sostituire a Dio il mito della razza e della supremazia etnica; il socialismo reale, dopo la sconfitta della Germania hitleriana nel 1945, provò a realizzare sulla Terra la “Gerusalemme celeste” mettendo lo Stato al posto centrale della società e predicando l’ateismo di Stato. Il neoliberismo trionfante e la globalizzazione, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, si presentarono come l’ideologia e il modello che avrebbero assorbito tutti gli altri, appiattendo le identità e proclamando l’individualismo come Stella Polare della nuova civiltà del mercato.

Per Giovanni Paolo II tutti questi modelli cozzavano con l’idea della Res Publica Christianorum, di una società in cui la fede dovesse essere lasciata libera di esprimersi come elemento costruttivo della collettività e in cui gli insegnamenti cattolici avrebbero dovuto essere un bastione contro ogni tipo di deriva, al servizio dei credenti e non credenti. Per questo da Papa Giovanni Paolo II sostenne i movimenti che contestavano nell’Europa orientale l’ideologia del socialismo reale, ma negli Anni Novanta fu meno noto il suo convinto contrasto a ogni processo di sottomissione di popoli e nazioni all’ideologia di mercato. Parallelo e continuo fu il suo impegno per la pace, che teologicamente si sostanziava nel richiamo costante al culto mariano e di santi come Francesco d’Assisi, ritenuti profetici per il mondo d’oggi.
Sul fronte teologico, politico e culturale, in risposta alle pulsioni di un mondo che affrontava un crescente conflitto ideale, il contributo più importante del Papa polacco resta, col senno di poi, la spinta per fare della dottrina sociale della Chiesa il perno di un’istituzione che sapesse essere al tempo stesso battagliera, emancipatrice e organizzatrice di una frontiera valoriale comune. Papa Giovanni Paolo II non mancò di dar prova di questa condotta nelle sue encicliche, tra cui la Sollicitudo rei socialis (1987) in cui Wojtyla “sacralizzò” la dottrina sociale, ricordando che non “appartiene al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale”.

Lo scudo della dottrina sociale della Chiesa
Emblematico sottolineare come l’ex arcivescovo di Cracovia seppe leggere in anticipo alcune problematiche sociali che le nazioni cristiane avrebbero sperimentato negli Anni Novanta, anche durante il pieno del suo impegno anticomunista. Di fronte al tramonto della civiltà del lavoro e alla spinta dell’economia globale al predominio crescente della finanza, Giovanni Paolo II rispose con la Laborem exercens (1981).
Nell’enciclica Giovanni Paolo II rifiutò la trasformazione del lavoro in semplice merce e lo mise al centro della concezione economica della Chiesa valorizzandolo come fonte di glorificazione dell’uomo. Negli Anni Novanta, si è scritto su Osservatorio Globalizzazione, Wojtyla capì che la caduta del mondo sovietico di cui era stato uno degli artefici aveva contribuito a instillare nelle centrali dominanti del capitalismo anglosassone la tendenza a promuovere “un affondo contro un equilibrio politico vincente tra le visioni proprie del movimento socialista e laburista e la cultura popolare, di matrice cattolica, a cui i predecessori di Giovanni Paolo II avevano dato una forte strutturazione favorendo la gemmazione di correnti di pensiero di stampo cristiano-sociale in tutti i principali partiti europei”.
In quest’ottica, Giovanni Paolo II era conscio che la cultura cattolica era stata “al centro della più intensa, duratura e travolgente esperienza di progresso economico, sociale e giuridico delle masse europee nella loro storia, coincisa con i Trenta gloriosi”. Chiaramente, il pontefice prese atto del fatto che “l’imposizione di nuovi paradigmi da Oltre Atlantico non poteva non destare preoccupazioni alla Chiesa Cattolica per la tenuta sociale dei Paesi occidentali e, soprattutto, per le conseguenze che i dogmi delle ideologie neoliberiste avrebbero potuto provocare in Paesi ove squilibri e sperequazioni sociali ed economiche erano estremamente più accentuate”.
I cannoneggiamenti del Papa pellegrino che viaggiava per il mondo raggiungendo le comunità più remote della cristianità contro il modello imperante proseguirono fino alla sua morte. Giovanni Paolo II prese posizione in campo internazionale contro il crescente asservimento dei Paesi in via di sviluppo al debito estero, chiedendone un forte condono in occasione del grande Giubileo del 2000. Inoltre, nel 1993, in un’intervista a La Stampa, prese una posizione radicale: “Secondo me, all’origine di numerosi gravi problemi sociali e umani che attualmente tormentano l’Europa e il mondo si trovano anche le manifestazioni degenerate del capitalismo”.
La critica di Giovanni Paolo II alla globalizzazione
Parole che segnarono l’inizio di una faglia, sotterranea ma destinata a ampliarsi, tra l’Oltretevere, impero spirituale, e gli Stati Uniti d’America, impero materiale che con la globalizzazione, lo sdoganamento del neoliberismo e l’egemonia degli organi internazionali provava a plasmare l’ordine unilaterale, in un sogno egemonico che contribuì ai disastri geopolitici ed economici di inizio XXI secolo. Come è andata, lo sappiamo: Giovanni Paolo II fu nuovamente anticipatore e profetico chiedendo, senza successo, la pace alla vigilia dell’attacco Usa all’Iraq del 2003 che gettò scompiglio in Medio Oriente e segnò l’apogeo del tentativo unilaterale americano di fare della propria way of live l’ideologia del mondo intero.

Il modello unipolare è però declinato, la globalizzazione ha preso atto dei suoi problemi strutturali, la “civiltà del mercato” ha subito lo schianto della Grande Recessione prima e del Covid poi: a vent’anni dalla morte Giovanni Paolo II, campione della fede e Papa politico, ha avuto ragione in molti campi. E l’espansione della dottrina sociale della Chiesa e della pulsione emancipatrice del pensiero cattolico da parte dei suoi successori, Benedetto XVI e Francesco, ha reso la barca di Pietro capace di navigare in acque agitate restando però intenta a leggere il mondo senza conformarsi al mondo. Qualcosa che oggi vediamo quotidianamente con l’originalità della Chiesa nel provare a leggere il segno dei tempi chiedendo la pace globale, la convivenza tra i popoli, l’attenzione a problemi comuni dell’umanità come l’ambiente e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, la lotta alle disuguaglianze. Anche in questo il tocco di Karol Wojtyla, oggi santo, si sente ancora.
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